Ragazza del Sud

Sono Loredana, ho sedici anni e, come tante ragazze del Sud, sogno di fuggirmene lontano e di
non tornare più nel mio paese. Quando me ne sto chiusa nel mio stanzino sulla branda, non
faccio come le altre mie amiche che fumano, ma prendo una penna in mano e scrivo il mio diario.
Ci annoto pensieri e poesie che mi vergogno pure a leggere. Se mi vede mia madre, mi prende a
schiaffi: per lei le femmine non devono tenere la penna in mano, che non è utile alla famiglia.
Che se fanno i masculi di una mugliera che sa leggere e scrivere?
Dopo le medie, sognavo di diventare maestra come Angela, che teneva le guance rosse e gli occhi
come due stelle mentre ci spiegava come leggere, scrivere e come fare i calcoli.  
Non è stato facile convincere mio padre a mandarmi alle Magistrali, ma piuttosto che fare la
tela o le conserve di pomodori, mi sarei gettata dal balcone! Ho sempre odiato il lavoro manuale,
mia madre mi deve rincorrere col bastone per costringermi a pulire. 
Il primo trimestre non è stato un granché. Mio padre dice che “la scola nun è pi mia”, minaccia
il ritiro per poi farmi zitiare con qualcheduno. Ché se mi voglio maritare non debbo dare scandalo
e lui mi deve custodire illibata fino al matrimonio, sennò perde la faccia coi compaesani.

Ogni tanto al mio paese qualche ragazza sparisce dalla circolazione: o è fujuta o è imprigionata
in casa perché ha fatto la svirgognata. La madre non esce più, se ne sta con gli occhi bassi per
il disonore, perché i panni sporchi non si lavano a casa propria al paese mio. 
Di mio padre c’ho un terrore cieco, i suoi occhi mi leggono dentro, con lui non so dire le bugie,
m’impappino tutta e tremo. Non abbiamo un buon rapporto, ché dalle mie parti non esiste il dialogo
coi genitori e poi il maschio non parla con la femmina: lei è solo fonte di preoccupazione, finché
non s’accasa con un giovinotto per il quale sforna una manata di figli, meglio masculi, sfiorisce
presto, è presa a bastonate se si ribella. Sempre muta deve stare, perché è una ciota. La donna
non è una persona, ma una serva. Buoni i suoi seni per allattare, l’utero da inseminare… e qual-
cos’altro per dare piacere, mai per riceverne.

Spesso sogno che la mia vita sarà diversa. Io non ce la faccio a uniformarmi, è la mia anima a
dirmi di no. Quando trasgredisco alle regole della casa, mio padre mi frusta con la cinghia dei
pantaloni e poi mi chiude nello stanzino, a digiuno. A scuola il banco rimane vuoto: i professori
manco se ne accorgono, le compagne capiscono, ma si fanno i fatti loro.
Ogni volta che me ne sto chiusa a chiave, ne approfitto per scrivere. Io mi confesso col mio
diario, meno che col prete. Una volta credevo in Dio, ne avevo paura più che di mio padre. 

Ora non ci credo più. Per andare a scuola passo per la campagna, e mi pare che qui il tempo s’è
fermato e nemmeno Cristo c’è passato mai. Ci vedo sempre le stesse facce, la stessa secolare fatica,
mai un sorriso. Sento solo imprecazioni, perciò penso che qui Dio non è di casa. L’odore di terra
zappata con lacrime e sudore mi fa venire la nausea. Uomini e bestie se ne stanno vicini e ognuno
parla la lingua dell’altro, come per consolarsi. 
Ho fatto finta di piangere chiusa nello stanzino, così mio padre era cuntento perché aveva assolto
al suo compito: di educarmi. Piangere è normale per la femmina, mentre l’uomo non lo fa, ché non è
normale. Mai capito questo termine: “normale”. Tutto dalle mie parti è “normale” anche ciò che è
incredibile. Per me è incredibile stare reclusa senza un motivo valido. Mi consolo pensando che non
tocca solo a me, ma a tutte le mie simili che fanno finta di non conoscere le regole. E chi gliele
ha spiegate mai? Il fatto è che certe cose non si devono dire, si sanno e basta.

L’educazione s’impara in casa, senza parlare. Basta guardare la propria madre. La mia piange sempre,
specialmente quando riceve le comari che la consolano, visto che non sono andata a messa, a scuola, 
alla bottega. Loro lo sanno che me ne sto imprigionata perché mi sono comportata male e vanno a 
riferirlo a tutto il paese, dicendo che sono una disgraziata.
Ma che cosa ho commesso di tanto grave? E chi ha deciso cos’è giusto e cos’è sbagliato? Lui, mio 
padre. Appena apro bocca per contraddirlo, si alza e va a prendere la currija che lo rende 
onnipotente. Lui non sa parlare, a malapena legge. Quando mi ribello o dico la mia, mi incenerisce 
con gli occhi di fuoco. Mi picchia senza parlare e pure io sto muta, non gli do la soddisfazione 
di gridare, ché io so sopportare il dolore fisico.

Dopo che finisce lui di picchiarmi, mia madre s’avventa su di me come un’ossessa, infischiandosene 
del suo diligente tuppo, felice di lasciarmi le melangiane sulle braccia, a volte pure a morsi mi 
prende, e mi pare una cagna arraggiata. Lei è la complice del marito, deve dimostrargli che gli è 
alleata, pure contro di me. E’ lei che mi trascina nello stanzino mio, la chiave se la mette nel 
reggipetto. E si fa menare dal suo padrone perché è giusto così, e poi deve farsi sempre accettare 
da lui, che nemmeno la calcola. Al paese mio così si trattano le femmine.
Il figlio masculo invece è riverito e servito, anche se per tradizione è inferiore al padrone 
della casa.  Mio fratello è tenuto come un signurino, devo pulirgli la camera e servirlo a tavola.  
Lui si diverte a mettere disordine e ride di me. A tavola mangia sempre prima di me e può parlare 
con mio padre, io mai. Ogni attenzione è rivolta a lui, gli viene chiesto il parere su tutto, 
invece a me nessuno chiede il parere, su niente. Io e mio fratello in comune abbiamo l’utero di 
mia madre e il sangue del padre.  

Quante volte vorrei avere un’altra famiglia! Per fortuna che c’è la nonnuzza Bettina. Da lei vado 
a dormire i giorni pari, ché è il mio turno. Con lei posso parlare di tutto e mi dà sempre ragione. 
Si accuccia vicino a me coi piedi ghiacciati e mentre glieli riscaldo mi racconta storie antiche, 
di spiriti, streghe, briganti e fate … e s’addormenta prima di me. Nel suo letto di noce io 
m’immagino la sua vita di sposa, i suoi parti, i puerperi … e mi chiedo se è stata felice. Questi 
con lei sono i rari momenti di libertà, come quelli in cui scrivo.
E’ stata la nonnuzza a consolarmi quando sono diventata signurina. Io vedevo il sangue e piangevo, 
mia madre non me l’aveva spiegato per la vergogna, so solo che mi obbligava a starmene chiusa come 
una malata puzzolente. Dopo che mi vennero le mie cose, mi proibirono di giocare fuori coi maschietti 
e di uscire da sola. La mia vita cambiò, il tempo delle fiabe era finito, in fondo era durato poco.
 
Menomale che c’è la scuola, anche se ripetere le materie e sostenere le interrogazioni non è come 
scrivere e leggere quello che voglio io. Nemmeno i professori parlano con me, mi mettono paura se 
apro bocca. Quando io non capisco, preferisco stare zitta, sennò mi prendono per ciuccia.  
Il professore di latino è un vecchio prete che allunga la mano per avvicinarmi a lui mentre mi 
interroga, la professoressa di matematica è una zitella incattivita che mi fuma addosso. La sola 
che ricordo con piacere è la supplente di scienze che viene dalla città, è guardata male dai colleghi 
per via delle gonne sopra il ginocchio e perché partecipa ai “collettivi di femministe”. E’ lei la 
sola che stimo, lei è l’unica che risponde alle mie domande, che mi dà libertà di parola. 
Lei m’ha parlato dello stupro dell’attrice Franca Rame, che io manco sapevo chi era. E non sapevo 
nemmeno cosa voleva dire stupro. Un giorno c’ha portato i libri di Dacia Maraini e me ne sono 
innamorata. Me ne ha prestato uno: “Storia di Piera” e me lo leggo di nascosto, di notte, quando 
i miei credono che dormo.  

Io mi tengo sempre tutto dentro. I miei dubbi irrisolti, le mie fantasie, i miei desideri, le 
mie paure. Avevo un’amica del cuore, mia cugina Rosa, stessi anni e stesso modo di vestire, come 
due gemelline, ché la sarta era la stessa e pure la stoffa. Ogni domenica andavamo insieme a messa, 
linde e fresche, pulite dentro e fuori. Con lei mi confidavo, ma non risolveva i miei dubbi, anzi 
me ne aggiungeva dei suoi. Con lei era solo gioco e svago, io capivo che dalla vita pretendevo di più. 
Lei si smaliziò presto, a dodici anni era già sviluppata in tutto e si promise a un coetaneo. 
Non si staccò mai da lui e faceva discorsi da zita, mentre io mi sforzavo di giocare ancora con la 
bambola di pezza.

Mentre Rosa e le altre crescevano, io m’attardavo in un’infanzia dilatata e non mi sentivo per nulla 
diversa, anche se il seno s’ingrossava e diventavo alta. Ma nulla intorno a me cambiava.  
Il paese è rimasto uguale nella sua maldicenza, agitata dall’invidia. Siccome non c’è granché da 
fare, i paesani passano il tempo a parlare di quello che fanno gli altri. Ogni luogo d’incontro è 
buono per spettegolare. Dalle mie parti la sparlatina è intarsio di fantasia. Ogni famiglia ha un 
componente che si presta a essere preso di mira. Pure nella mia. 
La pecora nera non sono io, ma la zia Vera, la sorella più piccola di mia madre. Il suo nome passa 
da una bocca all’altra, è una diversa, la natura l’ha fatta così e anche nell’umiltà mantiene un 
che di altero e di dignitoso.
 
Quando la nonnuzza crepò nel suo letto di noce, dal quale non s’alzava da un mese, per i funerali 
venne avvisata la zia Vera, che cinque anni prima era fuggita al Nord con la sua bambina in grembo.
Appena la rivedo, capisco subito che ci intenderemo. C’è una luce nello sguardo suo che non ho mai 
visto in nessuno. Nei sette giorni in cui Vera resta a casa mia per il lutto, io capirò tutto della 
vita delle donne. Dai discorsi origliati dai miei familiari, sapevo che la consideravano una 
libertina, per non dire quell’impronunciabile parola che ha agitato le mie notti perché non sapevo 
cosa significasse. Vera ha creato il pettegolezzo solo per il fatto di essere bella e di starsene 
senza marito, perciò si erano sbizzarriti a considerarla una buttana. 
Dormiamo nel lettone della nonna per tutta la durata delle esequie, che da noi sono lunghe assai, 
ma le fanno capire che deve sloggiare al più presto. Non un giorno di più finite le condoglianze. 
E’ la settimana che segna l’iniziazione alla mia vita di donna. Vera parla in continuazione della 
figlia, che si chiama Stella, mi mostra le sue foto, dice: Questa l’ho fatta io, è solo mia. 
Di notte fuma, mi parla della città, mi svela come si fa all’amore, come si prende il piacere. 

Mi apre il suo cuore e mi rivela la sua storia maledetta: la fujitina, la violenza, le umiliazioni
e lo scherno, la fuga al Nord, il nuovo amore. Vera di nome e di fatto.
M’ha insegnato tanto la zia Vera sulla vita delle donne e mi ha fatto capire una cosa: che nessuno 
potrà violarmi o imporsi a me e che io sono mia, e di nessun altro.  Solo mia.  
data autore commento (si può commentare solo se si è loggati)
11-02-2016 Redazione Oceano Nei limiti del tempo e dello spazio, langue la libertà in incomprensioni senza fine. Solo le ali condurranno all’appartenenza, con un grido di gioia al di là di ogni chiusura umana. Nel futuro si disegnerà l’orizzonte, nello sguardo libero da catene, echeggiando alla stoltezza: “ … io sono mia, e di nessun altro. Solo mia”.

Pubblicata il 07-02-2016

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Commento dell'autore

Si tratta del
racconto-confessione
di una teen-ager degli anni 70,
periodo in cui si cominciava a
prender coscienza,
da parte delle donne,
del proprio essere e si reagiva
alle regole patriarcali di una
famiglia non pronta alla
contestazione e al
cambiamento.
Nella storia di Loredana
s'interseca quella di Vera che,
invece, è riuscita a ribellarsi
e a dire a tutti:
Io sono mia