L'epoca aurea del romanzo

Etimo, storia e considerazioni

È proprio col Romanticismo che si sviluppa a pieno titolo e consapevolezza un nuovo genere letterario: il romanzo.
Ricordiamo che proprio il termine «romanticismo» deriva dall’inglese «romantic» che significa romanzesco e nasce proprio nel 1600-1700 in antitesi allo sviluppo così portentoso della scienza e delle considerazioni grandiose di un Descartes, Galilei, Spinoza, etc., per citare che alcuni nomi.


Il bisogno dall’animo umano d’evadere dal dominio razionalista o la predisposizione di tale stato d’animo era detta romantical o romantic. Ma è proprio Federico Schlegel nel secolo decimonono a contrapporre tale genere letterario (il romanzo) a ciò che fu l’epica per gli antichi.
Per lo Schlegel il romanzo assume in sé «tutto», ogni forma letteraria, anzi è il «genere sommo mai raggiunto nella letteratura che contiene tutto».

Si potrebbe obiettare:prima di allora il romanzo non esisteva?
Certo che il romanzo esisteva e lo stesso etimo nasce ben più lontano nel tempo. Si denominava con romanzo: «le leggende cavalleresche in prosa», mentre romanzesco diveniva sinonimo di cavalleresco poi di fantastico o meglio fantasioso.
Onde per cui i Romantici quando parlano di «romanzo» non intendono poema cioè qualcosa che investe il leggendario o assume un’importanza «epica nazionale» quanto meno.
Neppure intendono la narrativa avventurosa con trame d’intreccio (i cicli delle epiche leggende carolingie etc.) ma un genere moderno diverso insomma dall’epico: la sfera dell’uomo, del suo mondo. (Il romanzo nasce proprio nel secolo XIII con Le Roman de Renart. È «borghese» perché nasce con l’avvento della borghesia).
Il romanzo così concepito, nel senso attuale del termine, è borghese a pieno titolo. Mentre quello tipico del primo Romanticismo è storico: vicende politiche su una trama storica; il più avanzato che riscontriamo nell’era del Realismo è sociale (l’epoca delle contraddizioni socioe-conomiche e politiche).

Il primo e vero nuovo romanzo (denominato forse ingiustamente e riduttivamente di «parodia», mentre possiede una dose di forte tragicità) è il Don Chisciotte di Miguel de Cervantes.
Giustamente osservava il romanziere nonché critico statunitense Lionel Trilling «(...) può dirsi che tutta la narrativa sia una variazione sul tema del Don Chisciotte. Cervantes pone al romanzo il problema dell’apparenza e della realtà...» (Lionel Trilling, La letteratura e le idee, trad.it. Torino, Einaudi, 1962).
E il grande romanziere e critico prosegue, dicendo con estrema chiarezza, che la povertà di Don Chisciotte indica che il romanzo nasce quando il denaro diventa protagonista o meglio ancora «(...) fa la sua comparsa come fattore sociale...» (L. Trilling, op. cit.) e, proseguendo, Trilling annota «... che il romanzo nasce in risposta allo snobismo...». (Corsivo nostro, op. cit.).

E il romanzo ha la sua età d’oro proprio nel 1800: dai nostri Promessi sposi sino al Verga (poi nel 1900 con Svevo etc.) o in Europa con Balzac, Flaubert, Zola, Tolstoj e via dicendo. Oggi il romanzo, che resta in ultima istanza legato al reale in quanto sente l’influsso del tempo e della società o il romanziere vuol trasmettere la propria visione d’insieme della vita (anche quando la narrazione è paradossale, vedi Kafka), sta morendo.
Forse l’ultimo romanziere alla ricerca di riacquisire il tempo è stato Proust ma è un discorso che esula da tale sede come la interessante teoria dell’antiromanzo professata da J. P. Sartre proprio ne La Nausée.

Posted

05 Nov 2020

Pensieri e riflessioni

Enrico Marco Cipollini



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