“Il richiamo”: recensione di Giuseppe A. Bertoli

Ho letto “Il richiamo” di Maria Teresa Infante non una, ma due volte di seguito sia per la prosa alta, pulita, fluida, sia per la poesia che intride il romanzo.
Mi hanno colpito tutti i protagonisti e le loro vicissitudini, specie chi ha dovuto abbandonare, suo malgrado, la terra d’origine, il decantato, assolato Tavoliere, abbandonata a sua volta dal potere politico, per trovare una sistemazione al Nord, nella fattispecie in Piemonte, mantenendo intatte le proprie radici.



Un romanzo che rimanda, non solo tra le righe, alle numerose ricerche antropologiche compiute dagli studiosi per recuperare una tradizione pregna di valori e suggestioni, che peraltro Maria Teresa Infante ha descritto con accortezza, senza mai cedere al sentimentalismo consolatorio.
Ne “Il richiamo”, i risvolti della realtà e degli accadimenti prendono il lettore sin dalla prima pagina, consegnandogli un mondo ricco di emozioni e di storia autentica, dove i protagonisti si mettono o vengono messi a nudo così da apparire emblematici di una terra che richiede, oltre che comprensione, soprattutto valorizzazione e riscatto.
“La sua anima consunta, reclamava riposo, aveva bisogno di lasciarsi andare”, scrive l’Autrice di Maria, uno dei tanti personaggi. “Se solo avesse saputo piangere. Se solo. Ma anche questo nessuno glielo aveva mai insegnato”.
In fondo, “Il richiamo” è un romanzo originale, profondo, non certo omologato, strutturato in modo perfetto, da leggere per apprezzarlo e per riflettere sui destini umani

Posted

30 Jan 2021

Critica letteraria

Giuseppe Ausilio Bertoli



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