La più grande tragedia dell'emigrazione italiana di tutti i tempi

Non era valso il nome “Utopia” per la nave a vapore della compagnia inglese “Anchor Line” per evitare il naufragio nelle acque di Gibilterra, in quella fatale sera nella quale perironocirca seicento persone

La lunga e travagliata storia dell’emigrazione italiana nel mondo è ricca di avvenimenti, anche drammatici, che l’hanno caratterizzata con insistente frequenza provocando innumerevoli vittime in incidenti di diversa natura. È il prezzo che la società italiana è stata costretta a pagare alle difficili condizioni di vita che hanno portato milioni di nostri connazionali alla decisione di emigrare in altri Paesi, alla ricerca di una speranza nuova per sé e per i propri figli.

Il primo grande flusso migratorio, indirizzato soprattutto verso il continente americano, si è realizzato nella seconda metà del secolo XIX, a cominciare dagli anni successivi all’Unità d’Italia. Era il periodo dei grandi bastimenti a vapore, spesso costruiti per il trasporto delle merci e riadattati in fretta per assecondare la grande richiesta di emigrazione che proveniva dall’Italia, soprattutto dal Sud, ma anche da altri Paesi europei.
Si viaggiava attraverso l’Oceano Atlantico in condizioni di assoluta precarietà, quasi sempre nelle ampie stive – denominate con beffardo eufemismo “terza classe” – che accoglievano centinaia di letti a castello addossati gli uni agli altri, in una promiscuità imbarazzante, con cibo insufficiente e in condizioni igieniche talmente inadeguate da fare insorgere frequenti epidemie di colera.
Si partiva dal porto di Napoli: il molo dell’Immacolatella è rimasto nell’immaginario collettivo come icona imperitura dell’emigrazione. Da qui salpavano i piroscafi diretti in America e vi attraccavano al loro rientro. La durata del viaggio – dalle due alle tre settimane – e la sua sicurezza, venivano fortemente influenzate dalle condizioni meteorologiche.
Quella che viene ritenuta la più grande tragedia dell’emigrazione italiana di tutti i tempi si consuma all’interno di tale contesto. Il piroscafo britannico Utopia, partito da Napoli il 12 marzo 1891 con a bordo 813 emigranti provenienti in prevalenza dai paesini più interni del Mezzogiorno d’Italia, sta per giungere a Gibilterra per una sosta finalizzata al rifornimento di carbone, prima di intraprendere la traversata dello sconfinato oceano.

Un’improvvisa burrasca fa sollevare un forte vento mentre le onde sovrastano la nave e la pioggia insistente rende ancora più cupo lo scenario tutt’intorno.
L’Utopia – destino di un nome… – diventa ingovernabile: uno schianto pauroso produce l’apertura di una falla attraverso cui entra un’enorme quantità di acqua. La nave si inclina sensibilmente. Si capirà dopo che ha urtato il rostro posto sotto il pelo dell’acqua di una corazzata britannica ormeggiata nella baia di Gibilterra. Nel tempo di venti minuti il bastimento si adagia per sempre sul fondo del Mediterraneo portando con sé 576 emigranti e tutti i sogni che avevano affidato a un viaggio della speranza mai giunto a destinazione.
Le cronache e i bollettini ufficiali emessi dal Ministero della Marina Italiana registrano le ore 18:56 del 17 marzo 1891.





A 130 anni di distanza è opportuno ritornare su questo episodio ormai stabilmente relegato all’oblio. Per questa, come per tante altre vicende simili, tutti dobbiamo esercitare il dovere della memoria.
Si emigrava dai paesi dell’Italia del Sud per miseria, per mancanza di prospettive, per una condizione sociale generale che penalizzava soprattutto i contadini e i piccoli proprietari terrieri.
Un ancor giovane Francesco Saverio Nitti affermava: «In alcune delle nostre province del Mezzogiorno specialmente, dove grande è la miseria e dove grandi sono le ingiustizie che opprimono ancora le classi più diseredate dalla fortuna, è una legge triste e fatale: o emigranti o briganti».

Non meno severo il giudizio di Sidney Sonnino, Ministro del tesoro e delle finanze del Regno d’Italia negli anni di fine secolo XIX: «Nelle province del Mezzogiorno (…) i contadini miserabili sono ridotti allo stato di servi della gleba, senza nemmeno fruire di quei compensi che anche la servitù feudale poteva offrire. Vivono come le bestie».
Da qualche decennio siamo diventati un popolo che accoglie e le dinamiche del fenomeno migratorio sono notevolmente mutate. Anche per questo non possiamo ritenerci esentati dall’esercizio della memoria per una storia, tante storie di cui, in qualche misura, ognuno di noi è chiamato a sentirsi “figlio”.

Posted

14 Mar 2021

Storia e cultura

Duilio Paiano



Foto dal web



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