Nadia Herawi Anjuman e Susana Chávez Castillo

Poetesse che hanno pagato con la propria vita l’impegno civile e la denuncia contro la violenza

Il concetto di civile ciò «che concerne l’uomo come partecipe di una società organizzata in Stato». A tale descrizione del lemma seguono una serie di definizioni tese a indagare, nel correlativo che si esprime tra tale aggettivo e il sostantivo relativo, un mondo di possibilità, condizioni, stati, significazioni, come ad esempio, il coraggio civile che è concetto virtuoso e filantropico; i diritti civili che sono quelle norme che regolano i comportamenti tra cittadino e Stato, la guerra civile che è uno scontro interno, tra cittadini dello stesso stato e tante altre. Questi tre aspetti mi sembrano pertinenti per quanto di seguito si dirà.

Vorrei considerare a continuazione l’impegno di difesa personale e morale di due donne che, in contesti geografici diversi e in analoghe condizioni di prevaricazione da parte dell’uomo, hanno impiegato l’unica arma (bianca) della parola per condannare le asperità delle loro vite soggiogate al delirio superomistico dei loro mariti-despoti.


NADIA HERAWI ANJUMAN
La giovane poetessa di Herat (Afghanistan) Nadia Herawi Anjuman, accusata di prendersi troppe libertà: declamare poesie in pubblico, esprimere il suo disagio di donna repressa e pertanto condannata a morte. Nella poesia Catene d’acciaio la Nostra ben tratteggia l’induzione al silenzio e la soppressione della libertà nella forma della negazione poetica, della proibizione di declamare versi, di esprimere se stessa con la poesia, alle quali è continuamente sottoposta: «Quante volte è stata tolta dalle labbra/ la mia canzone e quante volte è stato/ azzittito il sussurro del mio spirito poetico! », scrive. Nei suoi libri la donna dava voce alla desolazione personale per il clima di stagnante oppressione sociale e per la perenne prevaricazione da parte degli uomini. La difficile sopportazione del patriarcato è tratteggiata nel libro Gul-e-dodi (tradotto con Fiore rosso scuro); sono poesie d’amore e, in quanto tali, parlano di un sogno che non può realizzarsi, della libertà che è merce rara, descrivendo un mondo bello ed estatico ma in chiave sottrattiva: ciò che manca e si anela. Quasi un’utopia in quelle condizioni nelle quali la donna è costretta a vivere. Nadia è una delle molteplici voci del suo paese che ha rigettato con sprezzo la logica del bavaglio, in quella città, Herat, meglio nota – anacronisticamente e beffardamente - come “città dei poeti”: città che registra uno dei più alti tassi di suicidio di donne al mondo. Le donne, infatti, con l’intenzione di sfuggire al matrimonio a cui sono costrette in giovanissima età, usano il petrolio delle stufe di cucina per darsi fuoco, anticipando, con l’unico gesto di autodeterminazione possibile, il proprio omicidio da parte di mariti, fratelli e padri.

Dagli scritti diaristici che ha lasciato e che oggi possono esser letti come una vera e propria autobiografia – non solo di Nadia, ma di una classe di donne, di un periodo storico ostile, di una terra martoriata e invivibile – possiamo leggere: «L’amore per la poesia e le catene di sei anni di schiavitù dell’era dei Talebani, che mi avevano legato le gambe, hanno fatto sì che appoggiandomi alla penna e zoppicando, componessi passi ed entrassi nel territorio della poesia. Il sostegno dei miei amici e di coloro che condividevano i miei stessi orizzonti mi hanno permesso di continuare su questo sentiero, ma… ahimé… tuttora, ogniqualvolta che compongo un nuovo passo, sento il tremore della mia penna e con essa trema anche la mia anima. Forse perché non mi sento indenne, temo ancora di sdrucciolarmi lungo il percorso; è difficile la strada che ho davanti a me… ed i miei passi non sono ancora, abbastanza, fermi». In queste poche righe che non hanno da esser prese semplicemente come una confessione di poetica bensì come vero e proprio SOS lanciato e non recepito, Nadia è libera da tribolazioni e pensieri infausti, sicura di aver trovato un luogo-spazio – pur illusorio – dove può essere integralmente se stessa, percepire le emozioni, esprimersi spontaneamente, lasciar fluire tutto ciò che, in libertà e lontano dalla minaccia ombrosa del suo uomo, non potrebbe rivelare. Sarà un esperimento liberatorio, ben più che terapeutico, di sospensione – a intervalli – dal male domestico e sociale, respiri piccoli e stentati, nella segretezza, da una cappa invalicabile, tesa e opprimente.

All’inquietudine e all’instabilità che producono quella ben figurata sospensione e tremolio di cui Nadia parla nel suo diario s’unisce senz’altro un tormento invalicabile che la porta all’immobilismo vero e proprio e a una difficoltà nell’esprimere il sentimento. In “Nessuna voglia di parlare”, sebbene nel titolo ci si riferisca al “non voler parlare”, dunque a un’attività autonoma, libera e consapevole della persona, si dovrebbe intuire dell’altro. Il non voler parlare è un’espressione che, forse, cela una sorta di edulcorazione dello stato di latente silenzio indotto, di non poter parlare. L’incipit del componimento ci introduce direttamente nel dramma esistenziale che è una tragedia estesa di tante donne. Il tono, incalzante nelle domande che tallonano un imprecisato interlocutore, hanno la capacità di rendere con vividezza lo stato di disagio e il sentimento di pervasivo annullamento della donna: «Che cosa dovrei cantare?/ Io, che sono odiata dalla vita./ Non c’è nessuna differenza tra cantare e non cantare./ Perché dovrei parlare di dolcezza?». Si percepiscono nettamente l’insoddisfazione, la vulnerabilità, il disarmo, lo scoramento, la disillusione e, di contro, si configura un’alterità bieca e sordida, un’entità non citata che è causa del male e del suo sviluppo. Se, dal canto suo, la donna dà testimonianza del suo affossato stato emotivo parallelamente ne chiama in causa l’origine, ne circoscrive il contesto, ne delinea i parametri netti e indicibili che hanno permesso e consentono la prevaricazione, il soggiogamento, l’annullamento della persona e, in quanto tale, la denigrazione della dignità umana.

La lirica segue con versi puntuali, diretti e incisivi come fendenti di un’arma da taglio. L’intenzione della donna è quella di tracciare la sua indecorosa giornata tra viltà dell’uomo, botte, dolori psicologici e impossibilità di rivelare se stessa. La trattazione del rapporto morboso con l’uomo è talmente precisa al punto tale che possiamo figurarci con facilità nel loro interno, quando le violenze si sviluppano. Nadia rivela «Ha battuto la mia bocca»: il tono con cui lo dice è serafico, quasi compassato, c’è una tribolata rilassatezza che deriva dalla malignità di questo comportamento attitudinale che, se è foriero di un male continuo, al contempo è divenuto parte di una normalità casalinga, di una prassi, quale il cucinare o il rassettare. La conclusione è nitida e priva di indulgenza: «Non ho un compagno nella vita. Per chi posso essere dolce? » ma in tanta tribolazione della quale Nadia descrive la “forzata solitudine” nella quale vive con «un’ala bloccata/ che non […] permette di volare» che nasce il lamento. Non una vera lamentazione, né un pianto implorante o seducente, nessuna commiserazione per se stessa e le altre donne. Il lamento ha la forma dell’esortazione a combattere il male, alla ribellione, alla denuncia, alla non-accettazione delle sevizie: «Ogni istante bisbiglio le canzoni del mio cuore/ ricordando a me stessa il giorno in cui romperò la gabbia/ per volare via da questa solitudine». Ed ecco, in chiusura, la svolta: il suo non è il canto dei deboli, degli oppressi, degli emarginati.

Lei non è inferiore, non è assoggettabile, non è fragile e lo denuncia con veemenza: «Io non sono un debole pioppo/ scosso dal vento/ Io sono una donna afgana/ e la (mia) sensibilità mi porta a lamentarmi». Dunque un lamento che nasce nell’intimo ma che ha una sua valenza sociale, di denuncia civile, estendibile a una coralità di donne sue coetanee e omologhe, un canto di strazio, sì, ma anche una rivendicazione dei diritti. Come a dire: quando ci malmenate dimostrate la vostra vulnerabilità di esseri umani. Non è il pugno che vi fa forti, è il nostro silenzio e sottomissione che vi illude nella vostra sovranità indiscussa.
Questa poesia, che tocca le corde dell’anima in maniera assai palpabile, evidenzia bene questa necessità di urlare di Nadia ma al contempo lo sperdersi in maniera vacua nell’aria di tali grida. Lei dimostrò il suo dissenso con i suoi scritti, motivo per il quale venne soppressa e messa a tacere in via definitiva. La cromatografia è fosca, stinta e difficile da delineare in maniera netta, sembra attestarsi sui toni aspri di un grigio incallito che non degrada a toni più lievi e alla trasparenza, piuttosto è sodale fratello del nero: «Non c’è nessuna differenza tra parlare, ridere/ morire, esistere» dice nella lirica, ricollegandosi all’incipit e al titolo della stessa dove questa mancanza di parole, che in realtà è un vuoto abissale nel cuore, si esplica, al contrario, con componimenti incisivi e strazianti come questo. Nella simbolica fissità del colore di cui s’è detto si stagliano nette però alcune folgori impetuose quando la donna prende coscienza e dice che prima o poi avrà la forza di rompere le catene. Perché, se la convinzione preminente è quella secondo la quale la donna, priva della sua libertà, sia il nulla («Sono nata per il nulla» dice in maniera assai chiara) è anche vero che in lei si nutrono i fermenti di quella battaglia che dovrà compiere. «Sono stata silenziosa troppo a lungo», rimarca, come rinvigorita da moniti rivoltosi atti a compiere un gesto estremo quale il suo suicidio (martirio) o l’assassinio (l’uxoricidio) ma non è la forza che ha eletto a sua compagna inossidabile delle sue giornate, bensì la parola: libera e sciolta atta a rivelare tutto: l’assenza della propria identità, l’angoscia e lo sfruttamento. Denuncerà con le sue liriche l’universo degli uomini, dei patriarchi, dei capi tribù insensibili e rozzi. Ciò che avrebbe potuto esser colto come motivo d’incontro, elemento per intavolare un percorso d’integrazione, di approfondimento comunicativo, di riconoscimento e cooperazione solidale, s’inabissa così, di colpo, nelle fetide acque di quel mondo tribale e spregiudicato dove è più facile mettere a tacere che tendere l’orecchio per un possibile ascolto. «Il significato della gioia è stato/ sepolto dalla febbre della tristezza./ Se con i miei versi tu notassi una luce:/ questa sarebbe il frutto delle mie profonde immaginazioni».

SUSANA CHÁVEZ CASTILLO

ci spostiamo ora dall’altra parte del Pianeta per parlare di un’altra tragica vicenda che ha avuto come protagonista una donna, una poetessa fiera e impegnata nel sociale che, motivata dalle stesse ragioni di Nadia ma con altri mezzi, ha abbracciato la battaglia per i diritti civili denunciando gli oppressori. Lei è Susana Chávez Castillo (1974-2011) di Ciudad Juárez (Messico), poetessa e defensora dei diritti umani. Iniziò a scrivere all’età di undici anni e in seguito prese parte a vari festival letterari nella sua città e in altre località del Messico.


Secondo quanto pubblicato sul suo blog personale «Primera Tormenta» si era iscritta alla Facoltà di Psicologia dell’Università Autonoma di Ciudad Juárez (UACJ) e stava lavorando a un libro di poesie, prima di morire.

Lottò con convinzione e orgoglio contro la tragedia disumana delle centinaia di donne scomparse, violentate, mutilate e uccise nella sua città, famosa per questo brutto primato: 400 donne scomparse nel giro di pochi anni. I responsabili di queste operazioni criminali non sono mai stati definiti né riconosciuti in maniera chiara dagli organi di Polizia e dal Governo sicché rimangono a tutt’oggi totalmente impuniti, liberi di perpetrare nuovi orrori quali dei veri e propri macellai legalizzati. Oscure le trame di potere e i legami che vedono i padroni delle maquilladoras (aziende prevalentemente tessili), dove le giovani donne lavorano e vengono sfruttate, in qualche modo collusi con le polizie locali che poco interesse mostrano nel seguire con serietà i tanti omicidi o casi di scomparsa che si presentano, tutti con le stesse caratteristiche.

Susana decise di dare battaglia a quel mondo infido e corrotto: quello degli assassini e dei loro conniventi, denunciando le negligenze e le storture di un potere causa di una vera e propria battaglia civile. Manifestò contro l’indifferenza del governo come meglio sapeva fare: motti, frasi, poesie, versi e campagne atte a solidarizzare e a sollevare la massa affinché venisse fatta chiarezza. Realizzò cortometraggi e documentari: la sua attività per denunciare e far conoscere ai più le aberranti condizioni nella sua città, la sua pericolosità e le percentuali di donne scomparse fu continua, perseverante, astuta e indomita. Fu lei la creatrice di uno slogan che poi è diventato, anche in Europa, un chiaro motto contro la violenza sulla donna: Ni una más ovvero Non una di più. Si espresse con vari linguaggi e mezzi, sempre intenzionata a far venire a galla la verità con l’intento nobile ma ben presto soppresso di far valere i diritti delle giovani donne di Ciudad Juárez. Durante la sua breve vita non riuscì a vedere pubblicato il suo libro di poesie, al quale stava lavorando, e alcuni suoi testi vennero diffusi, riproposti e tradotti, in rete dopo la sua morte (venne ritrovata col corpo seriamente mutilato, con la mano amputata forse un chiaro ammonimento contro la sua attività giornalistica e documentaria). Tra di essi figurano, tra le più note, la poesia “Donna ascia” dalla quale cito (Traduzione di Valeria Campilongo): «Piccola incantatrice nata dalle sue tempie/ che chiamano dubbio./ […]/ Donna istante,/ ascia/ che trascini,/ che tagli lingue e le spargi/ nella mano di Dio che si contorce dalle risate con te.// Fuggitiva dalla tua cattura andrò via/ sapendo perfettamente/ che sei invincibile».

In memoria di Susana e delle tante altre giovani vittime negli ultimi anni sono nate associazioni e iniziative che, pur lavorando in un clima per nulla facile, cercano di portare avanti la lotta contro la violenza che si protrae da anni nella città messicana. Juan Armando Rojas e Jennifer Rathbun hanno lavorato a un’opera antologica (ce ne sono anche altre e numeri dedicati in riviste disponibili online) al massacro silenzioso di Ciudad Juárez: Canto a una ciudad en el desierto. Encuentro de Poetas en Ciudad Juárez (1998-2002) edito da La cuadrilla de la langosta nel 2004. Al suo interno, oltre a una selezione di poesie di Susana Chávez Castillo, le opere di altri poeti tra cui Arminé Arjona che parla delle donne in questi termini: «Esseri eliminabili/ che spariscono/ spietatamente spente/ da mani vigliacche» e «carne del deserto». In una poesia di Verónica Leiton leggiamo: «Corro sui suoi sentieri di sangue/ la mia luna Città Juárez non canta più/ ieri si è vestita di nero amaro/ mentre il deserto si spacca in due».

Sempre navigando in quell’immenso contenitore che è il web ho trovato una poesia molto potente, nella sua forza drammatica, che ben descrive le tragiche vicende della città messicana; una poesia scritta dalla giornalista Demetrice Anntía Worley in lingua inglese ma con una copiosa commistione di terminologie spagnole. La città di Ciudad Juárez, infatti, pur essendo in territorio messicano, si trova a poca distanza da El Paso, che è importante centro degli Stati Uniti d’America pertanto in questa zona la popolazione è bilingue o usa ciò che è stato definito in maniera sinottica come spanglish.

Nella poesia dal titolo “Feminicide/Fimicidio” l’autrice riflette sull’uccisione e la scomparsa di Solana, una delle centinaia di donne perse nel vuoto, nello stato di Chihuahua, a Ciudad Juárez. In apertura una nota ricorda che «Amnesty International ha confermato che dal 1992 il numero delle donne uccise attorno a Ciudad Juárez è stato di 475 e crede che più di 5000 donne siano scomparse». Scorrendo nella lettura di questa lunga poesia mi sono sentito rabbrividire per i contenuti e per come la poetessa li avesse così ben esposti al punto tale che la vicenda dell’imprecisata Solana, qui descritta, diviene metafora di una realtà annosa, è una sorta di autobiografia delle giovani vittime, un documento fedele dei fatti che si replicano in maniera indecorosa senza che la stampa locale ne dia più eco né gli organi preposti attuino in maniera onesta e retta per incidere una svolta e punire i colpevoli. Ho deciso di tradurla in italiano dando la preminenza alla fedeltà dei contenuti esposti, più che alla forma, decidendo, comunque, di mantenere nella forma grafica la duplicità linguistica dando il corsivo a tutto quel materiale che la poetessa aveva espresso in spagnolo rendendo nel carattere normale il testo in lingua inglese. Parimenti, per quanto concerne le unità di misura (del mondo statunitense, di derivazione anglosassone ma con differenze) impiegate nel testo ho deciso di mantenerle tali mettendo in nota la relativa equivalenza nel nostro sistema di misura/capacità convenzionale. Credo che il testo, che di seguito riporto tradotto per intero, possa rappresentare un brano significativo per avvicinarsi alla conoscenza, comprensione e approfondimento della tragedia che a Ciudad Juárez indecorosamente si perpetua, con la connivenza di tanti, contrastata dall’impegno di donne come Susana Chávez Castillo, divenute martiri di questa rivoluzione sconosciuta o stoltamente dimenticata.

Posted

07 Apr 2021

Critica letteraria

Lorenzo Spurio



Foto dal web





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