Ed è un miracolo il volo degli uccelli

di Giannicola Ceccarossi

Credo che la chiave di lettura dell’intera nuova raccolta di Giannicola Ceccarossi, vada ricercata in quel piegarsi del cielo ad un’alba nuova.
Potrebbe interpretarsi come segno di sottomissione – e forse lo è pure – nondimeno, tuttavia, è volontà di vita, forza della vita stessa che, pur di perpetuarsi, fa incurvare il cielo, vince (per dirla alla Battiato) “la luce e le correnti gravitazionali”.
Si parla troppo spesso – e a volte anche a sproposito – di miracoli. Ma chiediamocelo: siamo davvero certi che si tratti di qualcosa di sovrannaturale, dovuto all’intervento straordinario di una Divinità? Personalmente non credo che attribuire al fenomeno una tale connotazione aiuti a percepirne la reale dimensione.



Nel caso della presente raccolta, ad esempio, la prodigiosità è affidata ad un fatto così normale e consueto da nemmeno più suscitare stupore o meraviglia in chi lo osserva.
In effetti, il volo degli uccelli è un miracolo. E non lo è perché quelle ali sono in grado di sostenere corpi in aria, ma per un motivo molto più importante: l’evento miracoloso consiste nella magia sottesa al volare stesso, nella capacità e nella forza che ha di aprirsi al cielo e di dissipare le tenebre.

È notte/ Senza barlumi/ Notte in cerca di uno spiraglio/ a questa insonnia che si agita tra le cime/… / Solo il mormorio dei platani/ mi riconduce alla realtà/ Ed è un miracolo il volo degli uccelli.
Qual è la realtà? È quella dell’insonnia che toglie le ore alla vita, più ancora che al sonno, o è quella che le aggiunge con la semplicità di uno stormire di foglie? È quella che copre il Sole con le nuvole delle preoccupazioni e delle angosce quotidiane o è quella che lo rende visibile perché fa alzare lo sguardo verso le chiome dei platani e i voli?
La risposta viene dallo stesso poeta, che così chiude la lirica di p.15: Non fatemi spegnere al buio!/ Che sia la luce a togliermi il respiro.

Qualcuno potrebbe obiettare che le cose, nella vita di tutti i giorni, non stanno in questo modo, che se si guarda sempre in alto si rischia d’inciampare. Bene, può anche darsi ma, sinceramente, a me non sembra che, tenendo gli occhi costantemente puntati sugli ostacoli da evitare, alla fine si siano raggiunti risultati migliori. È vero: l’uomo ha saputo far fronte alle avversità ricorrendo alla scienza che, indubbiamente, lo ha affrancato dai disagi, lo ha salvato, non da tutte, ma da molte malattie mortali; ha saputo ridurre l’indigenza generalizzata ma, tuttora, ci sono bambini in Africa che muoiono di stenti per la povertà.

Mi viene allora da pensare: e se non fosse questa la soluzione? Se ce ne fosse un’altra, solo apparentemente aleatoria, che ci permetta di concentrare gli sforzi nella direzione di quei voli di cui qui si parla?

Ceccarossi ce lo dice senza eludere la fatica del vivere: Eppure siamo nuovamente qui ad affannarci/ ad assaporare il profumo dei campi/ il tempo lieve che rimane/ e nessun rimpianto/ E così/ continueremo a sognare.





Si – certo – si continua a sognare nell’affanno dei giorni, perché ogni giorno si apre a nuovo chiarore, ogni risveglio è “sussurro d’amore”.
“Noi siamo fatti della stessa sostanza dei sogni […]” (W. Shakespeare, La tempesta, Atto IV, Scena I). E, più recentemente: “Bisogna credere ai miracoli, soprattutto quelli fatti dall’uomo e impegnarsi perché i sogni e le utopie si realizzino” (Ettore Scola, regista e sceneggiatore).
Quest’ultima citazione mi offre il destro – senza nulla togliere al grande drammaturgo inglese, s’intende – per riallacciarmi al discorso. Il noto cineasta invita a confidare nei miracoli ma – sostiene – prediligendo “quelli fatti dell’uomo”.
Bene: mi sento di aggiungere che l’unico, vero prodigio, di cui gli uomini sono capaci, si possa riassumere in questo: vivere il mistero della vita con la consapevolezza di chi sa che la fantasia supera di gran lunga la realtà, quella tangibile però – attenzione – non di certo quella che accoglie gli stormi, parafrasando il Nostro, che oltrepassa ogni immaginazione.
Ma è proprio lì il nocciolo della questione: divenire noi stessi mistero e non allontanarcene come, invece, ripetutamente facciamo.
Sentirsi, shakespearianamente, carne dei sogni. Mettersi in ascolto del cantastorie che Racconta di un bambino/ che adorava foreste e ghiande/ Crebbe/ divenne grande/ ma non dimenticò il sole e le comete.
E, se è pur vero che il (nostro) clamore/ spaventa i passeri
è altrettanto e oltremodo assodato che saranno loro, miracolosamente, a rassicurarci, a prendersi cura di noi perché – e concludo – ci porteranno oltre lo spazio e il tempo delle “correnti gravitazionali”.

Posted

18 Jul 2021

Critica letteraria

Sandro Angelucci



Foto di Giannicola Ceccarossi





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