Quando la coscienza è malata

Italo Svevo: Dopo "Una vita" e "Senilità", il suo terzo romanzo "La coscienza di Zeno" è considerato oggi uno dei capolavori della narrativa europea del Novecento

II protagonista de La coscienza di Zeno è una persona altamente suggestionabile che non sa resistere per la sua disposizione d'animo, neppure ad una sigaretta. Così, intossicato dal fumo, si rivolge alle cure di uno psicanalista e ripercorre la sua vita al presente, rievocando soprattutto i conflitti interni (alla scoperta dell’inconscio: in effetti consiste questa terapia che ltalo Svevo, pseudonimo di Ettore Schmitz, conosceva direttamente per aver letto l'opera freudiana).
Ciò che veramente è sofferto – forse in prima persona? – è il ricordare i suoi conflitti con il padre, il volerlo superare, visto che il genitore lo considerava un buono a nulla. Zeno Cosini, lo psicanalizzato, personaggio principe del romanzo, non crede in realtà alle sue potenzialità, non crede in se stesso ed è per tale motivo che ogni sua azione si rivelerà un fallimento.

Ovviamente l’abilità di Svevo fa sì che ogni atto venga riportato nella sua giusta ottica, usando l’ironia, ricorrendo a situazioni «paradossali» o meglio grottesche. V'è un simbolismo (a parte Ila narrazione agile che usa come tecnica anche «l’immagine-ricordo-simbolo, con l’aiuto del «flash-back", tipica del romanzo psicologico). Ma La coscienza di Zeno non si limita alla pura descrizione psicologica, però tale è una solo una chiave del suo capolavoro. Notiamo la fine del romanzo. Dopoché la guerra l'ha sorpreso: era in maniche di camicia – ironizza Svevo – ed impossibilitato, il protagonista, a raggiungere la sua casa. Egli – il Cosini per l'appunto – s'è arricchito, diventando anche egli un «pescecane», sfruttando il commercio che la guerra favorisce.
Lascia ogni buona intenzione, psicanalisi, ed altro ed ora, ricco e sicuro di sé, si propone d'evitare ciò che lo possa eventualmente disturbare (quella parte di coscienza «sommersa» o «inconscio», che si rivela al personaggio Zeno Cosini tramite i sogni e il ricordo). Ma c'è qualcosa in più che ci lascia con la bocca amara: il tono scherzoso cui è pervaso il romanzo, finisce con una constatazione lucidissima: la nostra terra verrà fatta saltare, sarà letteralmente disgregata quando un politico più folle dell'altro, lo desidererà.

L’abulia di Zeno giunge ad una sicurezza artefatta: il denaro che si ricava facilmente dalla guerra. In certi «commerci» Svevo psicoanalizza il suo personaggio per far emergere alla coscienza ciò che è nascosto nei profondi meandri dell'intus. Ne esce un'analisi spietata quanto cruda e vera, coinvolgente tutti. La storia con le sue imprese malsane (altro che «astuzia della ragione» hegeliana) e la polemica “antiborghese" che considera l'uomo come mezzo non come fine, sono i motivi conduttori.

Non è il fisico malato ma la coscienza, è intaccato lo spirito dell'uomo. La condizione di Svevo, o meglio del suo personaggio, è un processo all'uomo privo del buon senso, malato di conformismo, d'arrivismo, incapace di realizzarsi perché ha perduto, smarrito negli idola, il senso di sé, è divenuto una cosa che accumula il denaro, s'è integrato passivamente. L'uomo profondamente alienato non è solo il Cosini ma riguarda noi tutti. Sul banco degli imputati salgono le «istituzioni», i benpensanti», la nozione medesima di «progresso».

L'entità uomo come essere individuo si può salvare dalla catastrofe? La domanda resta aperta. Con Svevo – di levatura europea – stiamo avvicinandoci all'Esistenzialismo e la sua critica è altamente coinvolgente, per cui sarebbe un grave errore non prenderla in giusta considerazione. Muore lo Svevo in auto, «la «civiltà nuova» (pare una coincidenza) lo ha travolto nel 1928. Pochi anni dopo un «nuovo ordine», «di un politico più malato degli altri", sarà imposto all'Europa. E con il Nazismo e i fascismi europei al potere negatori di ogni libertà e soprattutto la follia collettiva che si scatenerà, cedendo così l'Europa il passo a due pianeti quali USA e URSS.

La coscienza malata dell'Europa che vedrà gli orrori per inimmaginabili consumarsi, è così purtroppo anticipata da questo scrittore triestino, fuori da ogni tentazione edonistica, il quale giustamente si colloca per la sua estrema sensibilità fusa alla lucidità, tra i Grandi con la maiuscola, tra gli Ulissidi come si vedrà.
Il suo è un respiro europeo: si pensi all'amicizia con James Joyce. Precedono comunque due romanzi prima del suo capolavoro: Una vita del 1892 e Senilità del 1898. Nemo propheta in patria sua: inosservati come il capolavoro del 1923 che Montale – allora poco conosciuto – nel 1925 dedica un copioso saggio nonché due critici francesi cominciano a tradurre la sua opera. Ma dopo una breve gloria, Svevo viene falciato in un incidente automobilistico nel 1928.

TRIESTE ASBURGICA E SVEVO

Trieste città periferica dell'Impero, stanco ma pieno di saggezza, con una burocrazia efficiente, con una cultura vivace ma anche con spinte nazionalistiche. Vienna è in fondo capitale dove gravitano esperienze decisive nel domani europeo e non solo: è la città dove s'accolgono scienziati di grande fama, dove nasce non solo l'esperienza freudiana ma anche tanta filosofia (il noto circolo di Vienna). Si pensi a Wittgnestein, logico di fama mondiale, influenzato anch'egli dalla «riscoperta schopenhaueriana». Dalle regioni lontane dell'Impero austro-ungarico si levano voci fondamentali per la cultura (pensiamo ad un Kafka).

Saggio Impero ma ormai troppo vecchio, troppo stanco: ormai le voci indipendentiste sono molteplici e un nuovo corso nella storia andava aprendosi: da un lato le democrazie occidentali, dall'altro lato quel primato della «germanicità» rappresentato dagli imperi centrali. E Trieste (è quella non solo di Svevo ma anche di Saba e di molti irredentisti) è il crocevia tra cultura italiana e cultura tedesca, considerata da molti la migliore in assoluto proprio grazie a tale situazione che vedremo nascere le voci più autentiche della letteratura italiana. Proprio il rivalutare la tradizione migliore artistica dell'Italia (la scoperta o riscoperta meglio del nostro patrimonio culturale, dai Toscani in poi) nasceva da una esigenza di trovare radici solide di «italianità», trascurando proprio quei movimenti che in Italia nascevano anche con confusione. Proprio da tale fatto, diremo etnico, che in Trieste si hanno esperienze alte e genuine.

Basterebbe pensare ad un Saba nella poesia. Ma la città che diverrà poi formalmente italiana. Giuridicamente sotto la sovranità italiana, risente anche della Kultur e ciò non poteva che giovare culturalmente, al di là d'ogni svisante nazionalismo; Vienna fuori d'ogni mitizzazione, era davvero un pullulare fervido di genialità che espandeva tanto sapere in tutta Europa. Non per nulla Vienna e Parigi erano considerate le capitali dell’arte, della scienza e della cultura. A questi fatti non bisogna chiudere gli occhi ostinatamente, altrimenti si rischia della facile retorica e come tutta la retorica falsa. È proprio il fidanzamento con una benestante cugina che permetterà a Svevo di dedicarsi – con meno assilli economici – all’approfondimento della sua cultura e intraprendere con più libertà il suo «mestiere» di letterato. Svevo vive la Grande Guerra e obbedisce – da suddito dell’Impero – alle autorità austriache che lo lasciano in Trieste con mansioni di «custode», pur non aderendo personalmente ed ideologicamente alla guerra che giudicò follia e le ultime pagine della Coscienza di Zeno riflettono il suo impegno.

Posted

14 Aug 2021

Storia e cultura

Enrico Marco Cipollini



Foto dal web





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