Il piacere di leggere: Chiantulongu

Poesie in malvagnese e italiano di Josè Russotti. Un percorso lirico infinito, un malinconico canto di dolore per il tempo andato, l’assenza delle persone amate, il ricordo dei momenti del trapasso dei suoi cari.

Quanta forza e pathos può avere la voce interiore del poeta?
E quanto più dall’interno scaturisce, tanto più convoglia in esso tutto il suo fremere, il suo pulsare, il suo sentire, il suo percepire, fino ad esplodere in una dimensione universale.
Il “pianto-lungo” che nella bivalenza semeiotica ed assonanza linguistica non è solo “chiantu”, pianto, ma anche, mi piace questa sinestesia fonetica, “canto”.



Un canto sommesso, che ricorda quello del bambino di fronte ai misteri del mondo (è che cosa è il dolore umano se non un mistero, una condizione di infelicità acuta ed atavica), ma riporta alla memoria anche il salmodiare dei cori tragici greci che accompagnavano gli spettatori alla catarsi, alla purificazione del dolore.
Il pianto, dunque, ha un potere ancestrale, intimo, personale, eppure universale. Accomuna tutti gli uomini, fin dall’atto della nascita. Leopardi si attarda nei suoi scritti a descrivere “la tragedia della nascita” e di come la madre deve sapere consolare il bambino, quasi come un viatico nel lungo cammino e dolore dell’esistenza.
José Russotti trasmette, con le poesie di Chiantulongu, tutta la sua ansia intellettuale, il senso profondo ed oscuro di un disagio esistenziale che si dipana, nell’arco teso di una intensa tensione emotiva, in senso diacronico, ovvero con lo sguardo insieme alle proprie radici e, al contempo, proteso in un futuro incerto, labile e precario: Ndâ l’utru chi gnutti l’uttima fogghia,/ suru ‘na rrancata i ventu/ muntùa i nostri nommi. (Nell’otre che ingoierà l’ultima foglia/ solo un attimo di vento/ nominerà i nostri nomi.).
In questo oblio sensibile ed immanente, il poeta rappresenta una pietra d’inciampo, un lampu sbrannenti, un lampo splendente, che anela a rimanere, al di là dell’orizzonte materia-morte nel cuore di chi lo ha voluto bene, che richiama la fosco liana “eredità d’affetti” che lega in comunione di spirito i vivi ai morti.
Ma il pianto è anche metafora di vitalità, di rabbia, di riscatto. È un sentimento passionale, mai domo né rassegnato, che – come è stato scritto – odora di rimpianto e desiderio.
Il grande merito di José Russotti nella sua silloge Chiantulongu è il volere esplorare con il desiderio e la passione, fare vibrare a fondo i suoi versi fino a tendere l’estremo arco lirico, un punto di non ritorno espressivo nel dualismo parlata dialettale-lingua italiana.

Le poesie di José vivono nella dimensione metafisica de Il vecchio ed il mare di Hemingway, in cui l’uomo è costretto ad affrontare – in una lotta dal lirismo struggente – l’oceano-natura che lo circonda, con la consapevolezza che si tratta di una lotta impari, in cui deve confrontarsi con forze titaniche, destinate a travolgerlo. Eppure non si rassegna.
La vita, dunque, come sfida al destino ineluttabile, il coraggio e la tenacia dell’uomo che affronta il mistero dell’esistenza, la fusione dell’uomo con il suo habitat naturale, vissuto come proiezione dell’individuo, la tensione spirituale dell’incombere della morte.
Ma José Russotti non è solo. Il suo cammino sentimentale, per quanto impervio ed accecante, si orienta con bussole emotive che lo sorreggono nella sua riflessione, nel suo anelito lirico contro ogni banale contingenza.




La figura del padre, a cui José Russotti dedica versi che sono spaccati di cuore, in cui momenti di quotidianità assurgono a icone di memoria dove emergono, forti ed indissolubili, i caratteri dell’amarezza della vita, dei sacrifici che in apparenza inaridiscono gli affetti e si ergono a scudo di vissuti non facili.
Ma ecco la rivelazione, quelle mani piagate dal lavoro, quella scorza di apparente durezza si scioglie: ’U sacciu, sunu mani di petra/ ma sannu ancora ‘carizzàriti’ (Lo so, sono mani si pietra/ ma sanno ancora accarezzarti).
Accanto alla figura del padre, José si stringe alla madre. I toni diventano acutamente più sensibili. Anche lei portata via dalla morte, nel chiantu che trasmuta in cantu. José intona un lamento amaro, di fronte all’ultimo istante, l’uttima ‘rrancata, insieme a lei. E di fronte alle ossa sepolte, mute, incapaci di parlare, al poeta non rimane che “custodire la sua voce”.
Gli affetti familiari diventano ancore spirituali per il poeta, così nei versi dedicati alla moglie ed alla figlia Elyza.

L’eco pavesiano palesato dal poeta, tratteggia la moglie come una “terra che nessuno ha mai svelato”, metafora di un legame d’amore che celebra la “femmina e madre”, in cui l’uomo implora rifugio: dumannu a ttia, fimmina e matri:/ lassa stari l’affannu e fammi sentiri/ a calura di to’ mani subbra a facci,/ ora, c’u ‘nvernu si tratteni. (Chiedo a te, femmina e madre:/ lascia stare gli affanni e fammi sentire/ il calore delle tue mani sul viso,/ ora, che l’inverno si trattiene).
Ed il cammino dei ricordi prosegue con la memoria della figlia Elyza, stella nascente, esposta come una “rondine d’amore” alla tempesta della vita, ad una sorte in cu il destino beffardo non risparmia colpi amari: U distinu ti lassau â fera d’a vita, / commu s’a motti è na parora mai data / unni u distinu si rrasca affina ȏ funnu (Il destino ti lasciò alla fiera della vita,/ come se la morte fosse una parola mai data,/ dove il destino si raschia sino al fondo).
L’eco del “pianto lungo”, la corrente del canto, trascina via José dai suoi affetti intimi e familiari con uno sguardo sgomento alla pandemia, che costringe al chiuso, che gonfia e spacca i cuori, nell’aria ammorbata d’i manziònnu senza canzuni. Di fronte all’ineluttabile, tace l’aedo, il silenzio si misura a firagni, filari, mentre il dolore penetra come una spina e le donne contano i morti.
Il lirismo russottiano, venato di malinconica saudade, avvolge anche Malvagna, la terra del cuore. Nei versi di José dedicati al borgo ed alla natura che lo circonda, scopriamo il riverbero vivido di certi sipari montaliani che si accompagnano ad un degradare, ad un meriggiare pallido ed assorto che non dimentica il travaglio della vita e la “muraglia” con in cima cocci aguzzi di bottiglia.
José canta i muri a secco, i gechi al sole, la gramigna nelle fessure: ndȇ murazzi a siccu di ‘zzazzamiti ȏ suri/ crisci e spaja/ a rramigna ndȇ ‘ngagghi:/ ghiommuru di radica ‘nta terra.
Ma il poeta ha la veggenza di un futuro che non risparmierà il borgo, del quale rimarrà viva solo la memoria: Lassatimi cantari ȏmunnu/ a storia d’un paisi chi mmori/ di lacrimi e staciuni di viti passati.
L’afflato finale della silloge, l’uttima fogghia, è riservato alla sublimazione della esperienza universale, al comune sentire e vivere, alla sorte che rende eguali gli uomini: non vidu nudda differenza/ tra chiddu chi fu aieri/ e chiddu chi sarà dumani:/ suru a motti mmisca e sracancia i catti/ subbra a tuagghia d’a vita (Non vedo nessuna differenza/ tra quel che accadde ieri/ e quale che accadrà domani:/ solo la morte sconvolge e muta le carte/ sulla tovaglia della vita).
La forza catartica della poesia è la leva della vita, la chiave di volta che risiede ed anima il cuore dell’uomo e di cui José ha un bisogno esiziale: si vive d’amore e di nulla, ma la poesia è un tesoro di cui l’uomo non deve privarsi, la poesia è acqua che esce dalla roccia.
E rimaniamo, mano nella mano, con José ed i suoi splendidi versi, che invito tutti a leggere, ad osservare affiatati questo immane tramonto che è la vita umana, ad attendere lento il buio che scende con il desiderio che con sé porti un destino diverso, una sorte meno amara.

Posted

16 Aug 2022

Critica letteraria

Michele Barbera



Foto dal web





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