Pensieri e riflessioni

Differenza e disuguaglianza, innocenza e potere

Dalla natura di Leopardi alla società della tecnica

Giacomo Leopardi affermava in molti passi dello Zibaldone sinonimia di parole, ma di paradigmi e livelli entro cui si è svolta la vita dall’origine alla civiltà. L’uomo esce dalle mani della madre natura ed entra nell’ordine sociale, ai principi del ciclo vitale sovrappone le regole dei contesti sociali, che è costretto ad apprendere per destreggiarsi nella vita di comunità. Leopardi non vuole creare sinonimi, ma antitesi a tutto vantaggio della natura che, nel suo eterno ciclo, produce un’immensa varietà di forme e organismi, secondo un’infinità di gradazioni, con ritmo instancabile e con arte suprema.

Tra lanternini e lanternoni: un confronto tra Pirandello e Lyotard

Ne Il fu Mattia Pascal di Pirandello, Anselmo Paleari, rivolgendosi ad Adriano Meis (alter ego di Mattia Pascal) nella pensione di Roma introduce una celebre metafora, ricordata dai critici come espressione di una sorta di teoria filosofica che si potrebbe definire “lanterninosofia”.
Il lanternino simboleggia la nostra percezione della realtà circostante, la nostra coscienza soggettiva che è in grado di rischiarare solo una parte del mondo dinnanzi a noi. L’approdo di questa visione è chiaramente di tipo relativistico.

La stupidità dell’ebete e la furbizia del pavido

Gli scambi di auguri del nuovo anno, hanno consentito di modificare le richieste ma anche gli auspici espressi da non pochi, relativi alla presenza sul campo di un protagonista che credevamo in estinzione. Molte speranze rivolte agli accadimenti futuri hanno riguardato e riguardano il sollecito invito rivolto agli ebeti di modificare la codifica dei loro arzigogolati ragionamenti. Meglio sarebbe definirli vuoti ma anche dannosi.

La poesia, la riscoperta dell’altro e il ritorno alla trascendenza

Nell’era dell’umanesimo digitale, la poesia e i poeti sono necessari perché servono a dire al mondo globale in cui vivono che l’utopia non è qualcosa di irrealizzabile, ma qualcosa che si spera si realizzi nel tempo. La poesia serve perché il poeta parla non solo per sé ma per tutti, e anche quando dà la sensazione di scavare nel segreto più profondo della sua coscienza, anche quando si rinchiude nel privato dei suoi sentimenti, c'è nella sua poesia una forza sintagmatica che si snoda con un respiro universale, inclusivo ed originale.

Dopo Auschwitz: l’antidoto alla ripetizione

La Shoah: come nasce la disumanizzazione. ciò che alimenta l’odio e ciò che può fermarlo

L’abbattimento dei cancelli di Auschwitz il 27 gennaio è il giorno in cui un progetto scellerato fallì lasciando sul campo milioni di morti, non arrivando al suo inaccettabile macabro, disumano obiettivo: cancellare dalla faccia della terra il popolo Ebraico ed altre minoranze. La sofferenza immane e il ricordo, la vicinanza, la partecipazione sincera servono a perpetrare l’abbattimento di quei cancelli, tenendo alta la attenzione perché quello che avvenne non capiti più.
Ma quale è l’antidoto?

Guerra alla guerra

!Una persona alla volta!. Il libro postumo di Gino Strada, un testamento civile che “inquieta” le coscienze

È morto il 13 agosto 2021 a Rouen in Normandia. Aveva settantatre anni. Nel 2015 aveva ricevuto il Nobel alternativo (Right Livelihood Award) per la sua grande umanità e la sua capacità di offrire assistenza medica e chirurgica di eccellenza alle vittime della guerra e dell’ingiustizia, continuando a denunciare senza paura le cause della guerra.
Gino non c’è più, ma Il suo spirito, contenuto in questo libro nato postumo, può dilagare ancora ovunque e, come direbbe Lorca, “inquietare” le coscienze, far riflettere, armare gli animi di coraggio, perché finalmente si raggiunga quello stato di spirito evoluto che ti fa spendere le energie per dichiarare pubblicamente e senza tema di essere preso per un ingenuo “guerra alla guerra”.

Sommersi dalle banalità

Chi pensa di essere in errore probabilmente ha ra-gione. Siamo sicuri di aver bisogno di essere distratti ancora di più di quanto già non lo siamo? Abbiamo bisogno di uniformarci condizionati dalla stupida gestione fatta di idiozia e denaro? Siamo così tanto sovrastati dallo stress della vita da aver bisogno di combatterlo annullando i benefici salutari che l’arte consegnata al cinema ci ha sempre distribuito. Dov’è l’errore?

La poesia nell’era digitale

La poesia, nell’Occidente ma non solo, sin dal mondo classi­co è stata intrisa dei valori dell’umanesimo. Da Omero a Virgilio, ai lirici greci passando per Dante e Petrarca, non c’è stata poesia che non abbia avuto, nella sua essenza più profonda, la presenza dell’ “humanitas” intesa nel senso dello scrittore latino Terenzio, che con questo termine indicava uno stile di vita giusto ed equi­librato ed un modo corretto di relazionarsi con le altre persone.

C’è chi pensa che vincano sempre loro

C’è chi pensa che non ci sia nulla da fare perché loro sono molto avanti rispetto a noi. Assomigliamo ai cavernicoli, ignoranti, ottusi, incapaci di pensare, soggiogati dal potere altrui. Potrebbe andare bene una interpretazione di questo tipo dal loro punto di vista ma non dal nostro. Se è vero che molti sono lontani dal voler cambiare, altri sono già parte del cambiamento e nel continuo lavoro svolto sono riusciti a capire che l’etereo è l’obiettivo cui dovremmo tendere, allontanandoci dalle fattezze materiali che contraddistinguono il “primitivo”.

Lettera a mia madre

Cara Mamma,
l’anima santa di dicembre porta con sé come una fiamma mai spenta la nostalgia di te. Se molte cose svaniscono l’immagine tua resta nell’aria fresca dell’inverno a scaldare come il camino dell’antica cucina i ricordi più belli.
Da troppo tempo non scrivo una lettera, questa vuole farsi, tra note veloci e mediatiche, la presenza fragile e testarda di un tempo recuperato per parlarti dopo tanto senza fretta di ciò che è dentro di me da sempre.

L’etica della sacralità nell’era dell’IA

Quando la tecnologia sfiora l’anima

L’intelligenza artificiale ha smesso da tempo di essere solo un motore di calcolo. È entrata nel quotidiano con una discrezione che ormai non sorprende più: conversa, ascolta, consiglia, accompagna. E, in alcuni casi, consola. In questa nuova familiarità si nasconde però una domanda decisiva, che non riguarda soltanto l’innovazione, ma la struttura stessa dell’umano: che cosa accade alla sacralità della persona, alla sua dignità più intima, quando il legame con l’altro passa anche attraverso una macchina?
La questione è tanto più urgente perché l’IA non vive ai margini della vita, ma nel suo centro: linguaggio, scelte, relazioni, perfino solitudine. E se è vero che nessuno strumento è neutro, è altrettanto vero che, quando lo strumento entra nel territorio dei senti-menti e della coscienza, non è più soltanto un mezzo: diventa uno specchio, talvolta una guida, talvolta una tentazione.

Il silenzio degli dèi e la responsabilità dell’uomo

Perché gli dèi non salvano il mondo (ma l’uomo sì)

C’è una domanda che attraversa il nostro tempo con la stessa ostinazione con cui attraversa la Divina Commedia: perché il sacro tace proprio quando il mondo sembra averne più bisogno?
Non è una domanda teologica, né astratta. È una domanda esistenziale, che nasce quando il dolore non trova risposta e la preghiera sembra rimbalzare contro un cielo vuoto.
È riaffiorata, un paio di giorni fa, con una semplicità disarmante, durante uno degli incontri di approfondimento sulla Divina Commedia condotti da Michele Addante.

Elementi di modernità nella concezione platonica dell’Eros

L’amore riveste un ruolo importante per l’analisi del comportamento umano nella filosofia di Platone. L’amore, infatti, non è solo, sul piano prettamente antropologico, il sentimento che spinge verso l’unione dei corpi e la procreazione ma su quello spirituale rappresenta l’aspirazione dell’uomo verso la perfe-zione. Il Simposio è forse il testo più significativo che spiega la concezione platonica dell’amore.
Per quanto riguarda l’aspetto comunicativo Platone sceglie due strumenti particolarmente significativi ed efficaci.

Parlare del nulla, ascoltare il nulla, pensare il nulla

L’uso della parola è stata una grande conquista per il genere umano. Ha sostituito tentativi di comuni-cazione fatti di suoni gutturali e disegni malfatti.
Affinata nel tempo e migliorata la qualità di espo-sizione della parola, l’uomo ha costruito il lessico e questo l’idioma. Poi ognuno ha scelto il proprio linguaggio. Sempre maggiore importanza ha conqui-stato quest’ultimo con la scrittura che ha reso indelebili accordi e patti prima stabiliti con la parola ed una stretta di mano.

Un’astronave chiamata terra

Può essere fantasioso. Forse assurdo. Forse fantascientifico. Eppure questo nostro mondo, la Terra, l’immagino come un’astronave che, assieme alla pattuglia di altre astronavi (pianeti), seguono il Gran Timoniere, il Sole. Naturalmente sappiamo che, della pattuglia “solare”, l’unica abitata è proprio l’Astronave Terra. La definisco così in quanto come un’astronave viaggia nello spazio seguendo l’ordine prestabilito dal Gran Timoniere. Esso, il Sole, è il garante per la sopravvivenza di chi viaggia nell’Astro-nave Terra.
Essere “piloti” di tale astronave sembra non essere affatto semplice per il motivo che, di “piloti” ve ne sono molti, ognuno con la propria “Organizzazione di Comando” (Nazioni), detta semplicemente OC.

Antinomianism and Pathology of the Self in Clergy: Intersections Among Cognitive Dissonance, Narcissism, and Ego Disintegration

Authors: Bishop Michael Hinton (EEC) - Dr. Anna Delli Muti (Psychologist and Psychotherapist) - Father Marco Baragli (EEC)


1. Introduction: The Fracture Between Creed and Conduct
The ontological and psychological coherence of the Self, which is vital for individual stability (James, 1902), becomes a categorical imperative within the clerical context, where Scripture serves as both a normative text and a source of authority. This study explores antinomianism—defined as the practical denial of moral law based on an asserted spiritual superiority—as a central symptom of an underlying pathology of the Self within the clergy.

Quali valori sociali dovrebbero ispirarci?

La nostra potrebbe essere definita la società degli ipocriti. Ma anche la società degli stupidi, sottomessi dalle regole della stupidità che regnano incontrastate. Proviamo insieme a fare alcune considerazioni. Quali sono i valori che rappresentano l’attuale società di cui siamo ottusamente fieri? 
Il denaro primo in classifica, tallonato in stretta misura dal potere, a pari merito la classifica vede imperante la proprietà delle cose.

Fortunati i sapienti, fortunati gli agricoltori

Da Lucrezio a Calvino: il lungo viaggio tra lavoro, otium e alienazione contemporanea

riesce a conseguire la serenità in armonia con la natura e lontano dalle passioni. Virgilio nelle Geor-giche sostituisce al sapiente l’agricoltore, dotandolo, a sua volta, di una grande sapienza di vita e con-trapponendolo al cittadino. L’agricoltura, per lui, non è solo lavoro e funzione, ma una filosofia e una civiltà. Nella vita dei campi è possibile acquisire una saggezza che non proviene dal silenzio e dalla speculazione, ma dall’equilibrio di tutte le componenti della vita.

Il mito come cura: perché abbiamo ancora bisogno degli dèi

Quando gli dèi diventano terapia: i miti come mappe dell’anima

Gli antichi usavano il mito come una bussola per orientarsi nel caos della vita. Oggi, in un’epoca satura di spiegazioni e povera di senso, tornare al mito significa restituire profondità all’esperienza, riascol-tare la voce dell’anima quando parla in immagini. Jung lo sapeva bene: i miti sono “narrazioni dell’in-conscio collettivo”, figure archetipiche che continuano a muoversi dentro di noi. Non sono ricordi della civiltà: sono forze psichiche vive.
Il mito è una forma di conoscenza che non ragiona per concetti, ma per simboli. Dove la scienza chiede prove, il mito offre immagini; dove la psicologia clinica indaga i sintomi, il mito restituisce significati. Non perché sia meno profondo, ma perché parla un linguaggio più antico, capace di toccare le radici emotive prima ancora della mente.

La democrazia impedita

Nasciamo tutti uguali, l’uomo ci rende diversi? Verrebbe voglia di dire che fino ad ora tutti i partiti politici hanno fallito non essendo stati in grado di stabilire una equa distribuzione degli averi fra tutti i cittadini. Ma anche non esser   riusciti a rendere tutti cittadini!  Con uguali diritti e uguali doveri. Troppo idealisti o piuttosto troppo retrogradi?
 I programmi elettorali di ogni partito enfatizzano gli impegni dei candidati nel sostenere le ragioni dei tanti che sono penalizzati rispetto a quelle di pochi, privilegiati possessori di averi e di potere. Una democrazia incompiuta si potrebbe dire, incapace di sostenere le aspettative delle minoranze.

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