Polifema, romanzo d’esordio narrativo di Gabriella Cinti, è una discesa ardente nell’antro del desiderio femminile, che si configura come processo iniziatico, metamorfosi identitaria e atto linguistico sacrificale. Scritto da chi ha esercitato a lungo la parola come saggista e aforista, il libro assume la forma di una catabasi orfica al femminile, dove la protagonista, Marzia Volo, si specchia in uno dei più inattesi archetipi della mitologia greca: Polifemo, divenuto qui Polifema, figura emblematica di una donna accecata dalla potenza di un eros idealizzato e insieme disgregante.
Come hai rivelato durante l’intervista, il mito non è solo un elemento letterario, ma “una chiave di lettura dell’esperienza umana”, e il ribaltamento di Polifemo in una figura femminile è un atto rivoluzionario, che richiama le rivisitazioni di H. D. e Christa Wolf, assumendo un significato profondo nel nostro tempo.
Come già avviene nei processi mitopoietici analizzati da Kerényi o Calasso, anche qui il mito non viene raccontato ma incarnato. Marzia è una Polifema che vede troppo e proprio per questo si acceca, come l’Edipo sofocleo che conosce attraverso la negazione. Ma, come hai sottolineato, la sua cecità non è barbarica: è mistica. Il monòculo diventa “occhio dell’anima”, una ferita aperta che, nella tua visione, si avvicina alla Sibilla cumana, scrivendo parole sulle foglie perché non restino. Hai descritto Marzia come una figura che tende all’assoluto, proiettata verso un “infinito semantico” che trova nella lingua greca un fondamento di salvezza.
Il romanzo è scritto con una lingua rarefatta, lirica, ma al contempo precisa: un italiano elegantemente classicista, punteggiato di grecismi scelti, in cui ogni parola sembra parte di una partitura iniziatica.
Come hai detto, la lingua greca rappresenta “uno strumento ineguagliabile di comprensione dell’animo umano”, e nel tuo testo si sente questa carne viva della cultura, mai usata come ornamento. La parola è pharmakon: cura e veleno, veicolo di consapevolezza e testimonianza del dolore. Marzia scrive “per non morire”, ma anche per nominare la propria fine, in una lunga lettera d’amore a se stessa. Durante l’intervista, hai enfatizzato il ruolo della scrittura come “fabbrica di ali di autoconsapevolezza”, capace di esorcizzare “le conseguenze violente del puro vivere” e creare uno spazio parallelo dove il trauma si decomprime.
Strutturato come una Epifania intermittente, il tempo narrativo procede per onde, sinusoidi emotive, flussi di memoria.
Il passato adolescenziale con Giorgio, figura ambigua e ingannevole, torna con la potenza di un ricordo mitico, di una originarietà perduta. Ma, come hai spiegato, ogni ritorno è anche un fallimento: il ricongiungimento carnale segna la separazione, in una dinamica tragica dove l’atto fondante è sempre già compreso nel suo contrario. Eros è uno scarto ontologico: l’amore si compie solo per metà, prigioniero della ciclicità, come l’incontro tra Persefone e Ade.
L’operazione che compi è radicale: costruisci un modello di soggettività femminile che non chiede di essere redenta ma narrata nella sua tragicità. Marzia, come hai detto, affronta un “percorso ontologico” che va oltre l’emancipazione sentimentale, approdando a un’identità trasfigurata. Il dolore diventa topos narrativo ed episteme: la sofferenza amorosa è “luogo della verità”, non patologia, ma epifania. La scrittura si fa corpo, bocca che bacia e che sanguina, e attraverso il riconoscimento della propria illusione, Marzia accede alla verità del distacco, una “salvezza esistenziale” che, come hai sottolineato, trasforma senza rinnegare il passato.
Polifema è un romanzo colto, ma accessibile; lirico, ma mai lezioso; tragico, ma mai rinunciatario. È necessario. La sua forza sta nella capacità di scavare — nella psiche, nel mito, nella parola — alla ricerca di una verità personale e archetipica. Come hai condiviso con emozione, la scrittura è un “cammino magico” che attiva trasformazioni profonde, e Marzia Volo, con la sua forza carsica, incarna questo volo verso l’autoconsapevolezza. Nel pantheon delle narrazioni femminili, Polifema è un unicum: un libro che scardina, interroga, ricompone, con la voce rotta di una Polifema che, nel suo buio, ha imparato a vedere.