Alla ricerca della cosa perduta

Il titolo richiama la nota opera proustiana incentrata sulla Ricerca del tempo perduto, cioè sulla vita che, trascorrendo, accumula macerie alle nostre spalle disperdendole; a questa dissolvenza delle cose Proust non si rassegna e affida all’arte il compito salvifico, trasformando il tempo perduto in tempo ritrovato. Non so se Caproni volesse fare questa citazione intitolando la sua ultima raccolta poetica Res amissa, usando una lingua più illustre e lasciando ad libitum del lettore l’interpretazione del suo messaggio.


La poesia del Caproni della maturità, cifrata e ridotta quasi al silenzio di fronte all’indicibile, non permette di ricostruire le perdite come nella minuziosa e distesa narrativa di Proust, in cui le singole realtà tornano a vivere con il loro campo scenografico
La silloge Res amissa, pubblicata postuma, non è stata organizzata dal poeta ma dal filosofo ed amico Agamben che, ispirandosi agli appunti del poeta e ai contatti avuti con lui, poteva comprendere meglio di qualunque altro il suo pensiero. La lettura delle liriche di Res amissa non è, quindi, facile e di univoca interpretazione.
Lo stesso formato in versetti brevi, della sezione definita Versicoli (Versicoli del Controcaproni o Versicoli ecologici), appena visibili sull’ampia pagina bianca, farebbe pensare ad una produzione di minore importanza, ma si tratta della modestia convenzionale dei poeti che vanno controcorrente, come, ad esempio i Crepuscolari, di fronte alla voce esaltante dei vati.

Anche in questa silloge Caproni indaga sulla problematica teologica, che diventa per lui una “spina nella nostalgia”, in quanto, come asserisce nell’Inserto, “ non basta sapere se Dio c’è, ma se esiste un Suo rapporto con l’uomo:” Egli rivela, nel momento di questa scrittura, di non essere sicuro del recupero della Grazia da parte dell’uomo dopo il peccato, nonostante la conferma di Dante, che (Paradiso, VII) vede nell’Incarnazione e Passione di Cristo il ripristino dell’antica privilegiata condizione. Questa spina e nostalgia è alla base dell’angoscia, o meglio disperazione degli intellettuali del nostro tempo, vissuta come malattia mortale, e così definita da Kierkegaard, il filosofo danese che per primo indagò sul vuoto lasciato dalle certezze metafisiche, causa e ragione di disperazione. La disperazione è anche stato d’animo di Manzoni, definito da Luigi Derla un anticipatore di Kierkegaard; la sua ricerca non si conclude con l’evento tanto citato della conversione, ma si sviluppa in varie tappe, sempre nell’attesa di vedere inverarsi il piano divino in quello umano (Dall’Adelchi al Fermo e Lucia a I Promessi Sposi al De inventione). Di tappa in tappa, non cessa l’oscillazione del suo pensiero, fino alla crisi al momento della morte della moglie Enrichetta, di cui parla Mario Pomilio nel libro Il Natale del 1833.

La storia della Res amissa può portarci ancora più indietro, alle tappe esistenziali dantesche; Dante delinea un momento originario di innocenza, capace di scoprire il paradiso e il divino sulla terra, una svolta verso gli interessi terreni, la consapevolezza di un’avvenuta scissione dalla via del bene, accompagnata dall’angoscia di un tanto desiderato recupero. Nella Vita Nova Dante vive come in una dimensione onirica e scorporata da ogni materialità; le immagini reali trascendono in visioni di rasserenante spiritualità; la maturità ribalta quella prima forma di conoscenza nel contatto con le logiche sociali e politiche, e solo il fallimento di quelle logiche gli ridesta la rimembranza di un passato autentico all’ombra della bellezza e dell’amore divino. Quello che Dante esprime attraverso un articolato romanzo a tappe, Caproni lo riassume in poche e sentenziose parole, in cui la perdita è concetto predominante e assorbe tutta la sua vita, nutrendolo di nostalgia e impotenza.

La vita è piena di perdite, oblio e recuperi; è la legge stessa della successione nel tempo, per cui ogni cosa viene sostituita da altre e dimenticata per tornare ad apparire in modo diverso dal passato, carica delle nuove esperienze che si sono interposte. La modernità, col suo pensiero lineare e progressivo, accumula novità che rendono difficile il recupero di ciò che è stato dismesso, disperdono la vita nello scialo dell’oggettualità, in un dialogo tra la Moda e la Morte (Leopardi: Operette Morali). In questa dialettica della vita entrano due Cose per eccellenza: la giovinezza e la madre. Poesia e psicologia si allacciano su questi due momenti cruciali dell’esistenza di ciascuno: la poesia canta l’età prima come momento felice per eccellenza, eterno e fuori dal tempo, la ripropone all’età adulta nel rasserenamento della rimembranza; la psicologia ne fissa le leggi e vede nell’età prima un momento di formazione di base, di profetica guida delle scelte dell’età matura (Freud: Opere). Quei contatti con le cose, passati attraverso i sensi, diventano visioni quasi profetiche e determinanti, che, riaffiorando nell’età adulta, chiedono ragione e senso (Cesare Pavese: el mito, del simbolo in Feria d’agosto) Nulla, secondo Proust (Alla ricerca del tempo perduto), va perso, tutto si deposita nella memoria interiore, vi si imprime come in una lastra fotografica e guida l’agire dell’uomo, come una anamnesi di conoscenze che non si è consapevoli di possedere.

La stessa fenomenologia riguarda il distacco dalla madre, l’ingresso nella vita sociale, governata dal simbolo del padre. La crescita porta il bambino all’autonomia e alla socialità, col rifiuto del collante materno della nutrizione; la madre, come cosa dimenticata, secondo la definizione lacaniana, resta depositata nel paesaggio dell’età prima e riappare nella catena metonimica, come ricerca di un nome numinoso irrecuperabile (J. Lacan: I complessi familiari).
Caproni, negli appunti, lascia aperto il campo interpretativo della Cosa Amissa e, in alcune liriche, inserisce in questa area le città del suo passato, Livorno e Genova:
No, non è questo il mio/ paese.Qua/ fra tanta gente che va/ io sono lontano e solo/ (straniero) come/ l’angelo in chiesa dove/ non c’è Dio... Nell’ossa ho un’altra città/ che mi strugge. E’ là./ L’ho perduta… Città/ cui nulla, nemmeno la morte/ - mai, - mi ricondurrà. (Il gibbone)
Sono stato là/ dove non si può tornare./ Tutto è come fu. C’è il mare/ ancora… E ancora/ verde c’è l’Orologio... C’è ancora Toba... C’è ancora/ (là, dietro San Martino:/ ma quasi non si legge più/ il tabellone di ferro/ arrugginito, con su:/ SCUOLE ELEMENTARI/ PIER MARIA CANEVARI. (Toba)


In questa dialettica è immersa anche la macrostoria dell’umanità, che fa capo ad un’origine definita edenica ed innocente, abbandonata dall’uomo per desiderio di individuale dominio, e ricercata nostalgicamente nell’impotenza della sua azione storica. Vico, Rousseau, e lo stesso Platone, confermando i miti originari, descrivono questa vita prima armonica, nella certezza che solo il tempo numinoso abbia saputo trainare correttamente il timone del mondo. (Platone: Timeo, Crizia).
Questa dialettica della storia umana, nei suoi corsi e ricorsi, ci aiuta ad interpretare il senso di perdita che attraversa la poesia di Caproni e determina il titolo dell’ultima raccolta. La modernità costituisce l’uscita dalla sfera del numinoso, la conquista, da parte dell’uomo, dello stato di maggiore età, come la definisce Kant.



Il tempo culminante di questa maturità, già precorso dal rivolgimento antropocentrico umanistico e ancora a ritroso (Adorno: Estetica) dalla smitizzazione dell’età greca, coincide con l’età dei Lumi. Seguono secoli di processo a Dio e alla teologia, per instaurare, sul loro rovesciamento, il potere dell’uomo. (A. Camus: L’uomo in rivolta). Il sacro, il mistero, il mito, vengono spazzati via dalla logica della ragione, della consequenzialità, del calcolo scientifico. Questo rivolgimento si conclude con lo sfrenarsi della violenza determinata dalla legge del più forte, con le stragi delle guerre, con la sopraffazione reciproca tra gli uomini, con il bagno di sangue delle due Guerre Mondiali, con la morte di Dio e, di conseguenza, anche dell’uomo (Vattimo: La fine della modernità).

Nel dramma storico l’uomo riflette sulla sua salvezza e quella del cosmo e riscopre nella sua interiorità tracce dell’arcana sacralità, obliata e sopita, ma non scomparsa, percepisce l’immagine larvale di un Dio, Nume, Lui, di cui sente una lontana presenza e capisce che solo questo Lui ci può salvare (Heidegger: Lettera sull’umanismo; Intervista su Der Spiegel, ottobre 1966).
Questo Dio, che si ha timore di nominare, è la Cosa che l’io di Caproni percepisce di aver perso; sente la responsabilità della perdita e si mette alla Sua ricerca in tutti i borghi del mondo fino ai confini estremi, accecato dalla nebbia che non gli permette di riconquistarlo. (Il Franco cacciatore; Il Conte di Kevenhuller).
La crisi del Sacro fu al centro dell’interesse anche del mondo greco, quando la Sofistica abbattè le antiche credenze, assegnando il successo all’uomo della ragione che, di fronte agli insuccessi e alle sconfitte della politica ateniese, vide, poi, vacillare quel pensiero.

Euripide è l’intellettuale che vive tormentosamente questo travaglio, non sa più come spiegare le vicende umane e a quale forza attribuirle, come risuona nel linguaggio delle Troiane e soprattutto della regina Ecuba (Ecuba). Proprio nella tragedia Ippolito, in cui si celebra l’eroe Teseo, l’uomo del nomos, vincitore dei mostri del mito, ricompaiono le divintà di Creta, la terra originaria da dove Giove forniva le sue direttive di governo.
Il nucleo delle liriche definito Res Amissa è la storia di Caproni, tra accoglienza del dono, perdita e impossibile recupero; è nella brevità della versificazione, come nello stile della modernità, la storia dell’uomo tra apparizioni dell’infanzia e le smitizzazioni dell’età matura che non ne permettono più il completo recupero; è il viaggio esemplare della vita di Dante.

Non ne trovo traccia/ Venne da me apposta/ (di questo sono certo)/ per farmene dono./ Non ne trovo più traccia… Rivedo nell’abbandono/ del giorno l’esile faccia/ biancoflautata… /La manica in trina... / La grazia, così dolce nel porgere... Un vento/ d’urto-un’aria/ quasi silicea agghiaccia/ ora la stanza… Non ne scorgo più segno./ Più traccia… Rivedo/ esile l’esile faccia/ flauto scomparsa... /Schiude /- remota - l’albeggiante bocca,/ ma non parla./ (Non può/ - niente può - dar risposta.) (Res Amissa)
… Lontana/ - sempre più lontana -/ da sé, la mente/ ne ha perso il nome.../ Angeli/ dissolti?/ Incorporei/ - afoni-corrieri/ di note spente… (Invenzioni)


Dal presente dell’assenza Caproni ricorda il momento rituale del dono e il personaggio divino che venne a recarglielo; il ricordo evoca la dimensione ineffabile in cui avvenne l’apparizione di un essere divino, certamente un angelo, un messaggero dal volto chiaro, incaricato del dolce messaggio. Risuona, nei versi di Caproni, l’atmosfera onirica e smaterializzata della Vita Nova, in cui, sotto forma di apparizioni, avvengono eventi destinati a incidere per sempre il corso della vita. La figura esile e chiara fornita di flauto è un angelo, come ne compaiono nella Commedia, soprattutto la figura dell’angelo dell’Annunciazione alla Vergine, o l’angelo che annuncia al pellegrino Dante le beatitudini nelle cornici del Purgatorio. A questo passato, immerso in un clima soprannaturale torna a volgersi l’esistenza successiva, quando la memoria allontana e sbiadisce quelle parvenze, e la ragione le ritiene mere invenzioni. Ma la dissoluzione di quegli angeli inaridisce la vita, la congela e la dissecca, come il ghiaccio di una foresta siberiana, prepara il duro paesaggio del bosco in cui si immette il cacciatore caproniano alla ricerca della Cosa smarrita da riportare nel mondo. (Franco cacciatore e Conte di Kevenhuller.)

Nella sequela delle interpretazioni si evince che il problema di Caproni sia di ordine religioso e riguardi, come egli stesso dichiara nell’Inserto, il rapporto dell’uomo con Dio; al di là dei ricorsi della storia, egli va all’origine e alla cacciata dal giardino a causa del peccato; Caproni è al corrente della disputa tra Pelagio e Agostino sulla possibilità del recupero della Grazia dopo il peccato, e sicuramente si è trovato a dibattere il problema con l’amico filosofo Agamben, autore di una tesi originale, avversa ad Agostino, formulata nel testo Il regno e il giardino.

Un aforisma kafkiano, nel solito stile sillogistico privo del rigore logico aristotelico, presenta una soluzione aperta alle infinite possibilità: che la cacciata sia stata evento definitivo, ma anche che non sia avvenuta e che l’uomo ancora seguiti ad abitarvi Il discorso di Agamben va al di là dell’aforisma di Kafka per diventare argomentazione generale con riscontri anche politici. La natura, in cui l’uomo si trova a vivere, è sempre quel giardino originario attribuitogli da Dio, anche se divenuto attualmente irriconoscibile. Il problema del peccato e della necessità di perenne redenzione, secondo Agamben, è invenzione interessata delle istituzioni, in questo caso la Chiesa, per mantenere l’umanità sotto il suo controllo e bisognosa del suo intervento sacramentale salvifico. Del resto già Dante, riconoscendo il recupero dell’antica posizione da parte dell’uomo, per merito del sacrificio del Cristo, dichiarava la possibilità del rapporto diretto dell’uomo con Dio, come nella vicenda di Manfredi (Purgatorio:, III).

L’originario giardino risulta guasto perché profanato dall’uomo, che non si cura del bene del creato, ma del fine interessato ed egoistico delle proprie azioni; in questo il pensiero di Caproni rispecchia ancora l’analisi dantesca rappresa nelle varie simbologie, come quella del Veglio di Creta (Inferno: XIV), allusiva della decadenza progressiva dell’umanità. Egli si appella agli uomini perché custodiscano quel giardino che è dono divino, con parole di lode verso i singoli elementi naturali come faceva San Francesco. Nei Versicoli quasi ecologici il poeta sembra voler indossare una veste sacerdotale per richiamare l’uomo al rispetto della natura, facendo seguire la condanna verso chi non possiede una sensibilità rispettosa e giunge a profanare quel sacro giardino. Si è parlato di impronta ecologica nella poesia di Caproni ( Rosario Vitale) , ma il poeta, che fa precedere il titolo da un quasi, non vuole assumere il semplice e banale ruolo di precettore di una qualche associazione naturalistica; il suo pensiero è quello di un teologo nel tempo del Dio assente e della natura desolata , un ricercatore che, in una terra assimilata ad una landa siberiana, cerca le tracce di un giardino originario, un io universale che evoca tutta la storia dell’uomo, i suoi privilegi e le sue perdite.

La poesia Versicoli quasi ecologici ha un posto di rilievo nella silloge Res Amissa a cui dà un contributo interpretativo, ponendo il mare, il pesce, il pino, le cose belle della natura, nell’area del dono, della perdita e della nostalgia.
Non uccidere il mare,/ la libellula, il vento./... E chi per profitto vile/ fulmina un pesce, un fiume,/ non fatelo cavaliere/ del lavoro. L’amore/ finisce dove finisce l’erba/ e l’acqua muore. Dove/ sparendo la foresta/ e l’aria verde, chi resta/ sospira nel sempre più vasto/ paese guasto...

Posted

01 Jul 2025

Critica letteraria


Elisa Lizzi



Foto dal web





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