Teramana d'origine e padovana d'adozione, Elisa Lizzi ha insegnato Materie Letterarie nei Licei, formando generazioni di studenti nei suoi numerosi anni di docenza. Cultrice di interessi storici e filosofici, appassionata di Letteratura Italia Contemporanea, ha scritto articoli per riviste a diffusione nazionale e stilato saggi monografici su prosatori e poeti italiani, come Tabucchi, Ortese, Morante, Caproni, Volponi e Giudici, suscitando dibattiti per le sue illuminanti conclusioni critiche.
Di recente pubblicazione è il suo libro dal titolo Al centro del mondo, un evocativo sintagma, più volte ripetuto nelle pagine del racconto, che situa paradossalmente l'ombelico della Terra nella quiete e nella serenità del piccolo borgo natìo, arrampicato sui versanti della collina abruzzese, lontano dallo straniamento dei centri urbani; borgo che nel corso della narrazione appare sempre più come il luogo
dell'essere e non dell'avere o dell'inappagante divenire, quel luogo in cui la nostra identità e la nostra autenticità trovano il proprio ubi consistam, quel luogo in cui le vicende personali e familiari, pur dispiegandosi in un ambito ristretto, si fanno emblematiche della generale contrapposizione tra progresso e civiltà, tra caos e cosmos, tra sacro e profano, tra la qualità della vita e la schiavitù morale, tra la pienezza nascente dal senso di appartenenza ad una comunità coesa e il buio dell'anonimato in un ambiente disumanizzante, egotistico, tutt'altro che solidale e compartecipe; in breve, per usare le parole dell'autrice, quel luogo silente e solingo, in cui la storia con le sue memorie e i suoi eventi in successione perde valore di fronte all'acronìa indefinita di ciò che è sempre stato.
Indubbiamente il contrasto tra città e campagna, tra la beatitudine rusticana e l'alienante mondo urbano, costituisce un topos ricorrente nella letteratura d'ogni tempo, dalle Favole di Esopo alle Elegie di Virgilio e di Teocrito, dai Sermoni di Orazio alle Satire di Giovenale e agli Epigrammi di Marziale, dal Decamerone del Boccaccio alle Odi del Parini e alle Myricae del Pascoli, fino alla Luna e i falò di Pavese, passando per i Promessi Sposi del Manzoni con il suo celeberrimo Addio ai Monti, evocato nelle pagine centrali del libro dall'esule autrice durante il viaggio dall'Abruzzo verso il Veneto, dove è stata chiamata ad insegnare.
Ma in questo secondo romanzo di Elisa, Al centro del Mondo, che sotto questo aspetto si pone in continuità con il primo intitolato Con la festa nel cuore, tale tematica si configura come antitesi non solo fra due diverse culture, bensì fra due opposte modalità di approccio all'esistenza, tra il rispetto paziente e corale dei cicli naturali e il frenetico agire del singolo verso l'affermazione di sé, tra la convinta obbedienza al patrimonio di valori trasmessi di generazione in generazione e la convulsa, massificante acquiescenza ai dettami di un mondo distopico, in cui la tecnologia con i suoi stritolanti ingranaggi si protende verso il suo unico fine, l'efficienza e la riproduzione dei propri meccanismi, al di là di ogni umano significato, al di là di ogni orizzonte di senso, come sostiene il filosofo Umberto Galimberti.
Degli otto capitoli o parti in cui il romanzo si suddivide, particolarmente intenso e suggestivo, avvolto in un'atmosfera onirica e fatata, è il secondo, nelle cui poetiche pagine, passeggiando in ora notturna lungo la strada di sotto, che costeggia il versante della collina su cui si erge il borgo, l'io narrante, pur conservando la propria individualità e pur abbandonandosi a pensieri, afflati e riflessioni scaturenti dalla propria interiorità, si smarrisce magicamente nell'armonia dell'universo, in una visione olistica della natura quale organismo vivente e pulsante, in una sorta di panismo dannunziano, in cui le tenebre non incutono più timori, ma sono amichevoli compagne di viaggio, e la luna con il suo sorriso accattivante si trasfigura, come nel Cantico delle Creature, in una sorella sensibile e ricettiva con cui conversare.
Al fondo di questa via campestre, nella quale gli eventi atmosferici scavano buche che si riempiono di polvere, erbacce, rovi e viluppi di edera, si dirama un quadrivio: una strada interna, tutta raccolta in sé, inerpicandosi verso l'alto, porta dentro l'abitato, mentre le altre si disperdono in pianura nelle diverse direzioni verso gli inebrianti traffici del mondo esterno. Un'immagine che, in una dimensione metafisica, al di là della sua reale concretezza di incrocio viario, richiama alla memoria l'apologo di Ercole al bivio, raccontato dal sofista Pròdico di Ceo e rappresentato nei dipinti di Rubens e Carracci. Davanti ad Ercole, che, stanco, si è seduto su di un masso, compaiono dal nulla due donne: la prima, pudica e severamente abbigliata, impersonante la Virtù, gli addita un sentiero angusto, erto, tortuoso e brullo, al termine del quale lo attende Pègaso, il cavallo alato, simbolo di purezza e di ascensione alla sfera del divino; l'altra, impersonante la Voluttà, succinta, sensuale e ammiccante nei suoi veli trasparenti, gli mostra un ampio, agevole e pianeggiante cammino di prati fioriti, disseminati di strumenti musicali, carte da gioco e maschere teatrali, alludenti ai piaceri terreni ingannevoli e vacui. Un'evidente allegorìa dei dilemmi posti dalle scelte a cui l'uomo è necessariamente chiamato nel corso dell'esistenza, esercitando sì il suo libero arbitrio, ma al tempo stesso scontando la sua condanna, come affermava Jean-Paul Sartre.
Un'ulteriore citazione di stampo classico è nelle ultime pagine del libro, dove si accenna alla minuscola, ma luminosa e accogliente casetta di Filomena e Bàuco, due vecchietti di età indefinita, che vivono dei pochi frutti prodotti dal circostante orticello. Palese nella fattispecie, persino nel nome dei protagonisti, è il riferimento all'antico tenero mito di Filèmone e Bàuci, raccontato da Ovidio nelle sue Metamorfosi e raffigurato nelle tele di Rembrandt, Rubens e Kiprenski. Un giorno, assunte sembianze umane, Zeus, il padre degli dei, ed Ermes, il suo messaggero, vagando per la terra, chiesero invano ospitalità nelle case della Frigia; gli unici ad accoglierli furono Filèmone e Bàuci nella loro misera capanna fatta di canne e fango. Per ricompensarli, Zeus, dopo aver scatenato un diluvio che sommerse ogni cosa nei dintorni, trasformò il loro tugurio in un tempio maestoso, del quale i due anziani sposi diventarono i sacerdoti. Quando, dopo tanti anni, essi morirono insieme, come avevano desiderato e chiesto alla divinità, furono tramutati Filèmone in una quercia e Bàuci in un tiglio, alberi i cui rami, dipartendosi dai tronchi, rimasero amorosamente intrecciati per l'eternità.
I restanti capitoli sono dedicati al racconto dell'assemblea-fiume, in cui, sull'esempio delle ecclesìe popolari delle antiche città greche, i cittadini si riuniscono per discutere democraticamente sui destini del borgo e deliberare sui possibili interventi volti ad arginare gli effetti dei problemi innescati dalla progressiva urbanizzazione e dalla globalizzante modernità. Diverse sono le opinioni espresse.
La matura Sig.ra Tanzi, ereditiera attillata e inanellata, si schiera, senza porsi alcun dubbio, a favore di quei giovani che, come i suoi figli, da lei educati alla libera realizzazione di sé, non si sono fermati ad aspettare la manna dal cielo e, seguendo le ali del progresso, hanno avuto il coraggio di lasciare il borgo, di abbandonare le avite tradizioni e di esportare il loro talento altrove, anche in paesi stranieri, facendosi strada senza appoggiarsi sugli agganci della famiglia.
Al contrario un'altra signora, appartenente ad una famiglia che fonda i suoi proventi sul lavoro dei campi, pone ai presenti nel suo corposo dialetto il caso paradigmatico di suo figlio, che, tornato dalla città, ha portato con sé il simbolo inconfutabile del progresso tecnologico, il computer, uno strumento che col tempo si è rivelato insidioso e infausto. Il suo ragazzo è ormai diventato una statua di gesso, perennemente chino con le mani sulla tastiera e gli occhi sullo schermo, sempre immerso nella sua navigazione, da cui si allontana solo per consumare i pasti. "Non mandate i vostri figli lontano - conclude la contadina - avvicinateli al vostro lavoro per non perderli; altri li hanno persi inghiottiti dal mondo, noi lo abbiamo perso in casa; è con noi, ma non è con noi". Un manifesto caso, direbbero gli psicologi, di hikikomori, termine giapponese che designa una grave forma di autoreclusione e di isolamento dalle relazioni interpersonali, fenomeno accresciutosi negli ultimi decenni nell'intero Occidente, soprattutto tra gli adolescenti.
In seno all'assemblea, più equilibrata è la posizione assunta dall'autrice nel sostenere che, per favorire il ripopolamento del borgo, è necessario rimetterlo al centro degli interessi comuni, senza demonizzare la modernità con i vantaggi che essa offre, ma anche senza rinunciare alle proprie radici, ai propri valori, alle proprie felici tradizioni. A tale scopo è indispensabile impegnarsi con ogni mezzo per rimuovere le forze centrifughe che danno adito all'ondata migratoria e richiamare i cittadini fuggiti nella rincorsa di mete illusorie; trattenere i giovani, dando loro prospettive concrete; ricreare mestieri e laboratori artigiani; promuovere il turismo, valorizzando l'importanza storica e artistica del luogo; rivivificare i fondaci abbandonati, estendendo la produzione con nuove semine e scambiando i frutti ricavati con i paesi vicini; ripristinare le antiche fiere e mercati stagionali; curare l'aspetto culturale e formativo, istituendo biblioteche, sale di lettura e premi letterari. In breve, una filosofia neoumanistica, una nuova utopìa che, con auspicabili sinergie, non inceppi né scoraggi l'azione dell'uomo in tutte le sue manifestazioni di vita.
Pur restando memorialistico e autobiografico il genere letterario di appartenenza, rispetto al primo romanzo, circolare si presenta qui la struttura; più riflessivo, più intimistico, meno discorsivo, meno dialogico è l'andamento della narrazione; meno rapido, meno conciso, ma più incisivo e coinvolgente il ritmo espositivo; più denso, penetrante e sintatticamente più articolato è lo stile; colto, elegante, raffinato, ma non ricercato, è l'eloquio, limpido e scevro di artificiosi orpelli.
Quanto ai personaggi, reali o immaginari che siano, essi, pur proiettati sulle quinte di uno scenario storico e sociologico ben delineato, non sono qui descritti a tutto tondo, ma abbozzati, talora innominati, tratteggiati nella loro funzione di interpreti simbolici della realtà borghigiana. Tra loro spiccano il padre di Damietto, mai mossosi dalla sua casa e dai suoi campi, e il suo amico Costantino, deluso reduce da un trentennale umiliante periodo di lavoro trascorso a Roma, oltre le colonne d'Ercole delle sue montagne.
Nei loro giornalieri incontri i due, rinnovellando i ricordi e confrontando gli opposti percorsi, giungono immancabilmente alla conclusione che nel borgo si invecchia serenamente, conservando energia e saggezza, mentre sulle rive del Tevere la vita vorticosa sfibra e distrugge anzitempo le persone, che diventano ben presto simili a cadaveri ambulanti; i cittadini, altezzosi e sempre in movimento, subiscono gli scompensi della modernità tra attivismo e noia, mentre il contadino, non inferiore a nessuno, trova la sua dignità nelle mani incallite e nel corpo affaticato dal trattare la terra, che è la cosa più importante per sopravvivere e riceve gioia e soddisfazione dalla natura, che è la maestra più esperta che ci sia.
Vera Nazarian, scrittrice americana di origini armene, un giorno disse che, quando si legge un buon libro, una porta si apre per lasciare entrare più luce. Ebbene, questo è il caso di Elisa Lizzi!