3/3/2025 Mattino.
Cammino sull’erto sentiero coperto di neve ghiacciata per raggiungere una cima a 1650 metri.
Il giorno è illuminato, fin dal primo mattino, da un deciso sole primaverile che mi costringe ad avanzare a testa bassa, osservando le mie impronte e ascol-tando lo scricchiolio sotto i passi.
All’improvviso, le guardo con occhi diversi: un pen-siero inatteso mi attraversa.
Un ricordo lontano prende forma.
La mente visualizza altre impronte, e quell’immagine familiare riempie il mio pensiero: mio padre che calpestava neve gelata nell’inferno della Campagna di Russia.
Una tragedia della Seconda Guerra Mondiale. Quelle impronte erano le sue, nella drammatica ritirata di quel conflitto terribile.
Fu così che mi accorsi di non sapere quasi nulla di quella storia. Solo qualche brandello di frase, ascoltato quando avevo 17 o 18 anni, e poi il silenzio.
Mentre nella mente rivivevo quei fatti, lo sguardo restava fisso sui miei passi che, dentro di me, riconoscevo come i tuoi, papà…
Quella visione non mi abbandonava. Continuavo a vedere, o meglio immaginare, l’inferno di quell’inverno russo, quei soldati stremati che, come te, arrancavano nel gelo, sperando solo di tornare a casa.
“Papà, come mai non so nulla?...” continuavo a chiedermi dentro.
Ricordai allora un’unica occasione in cui un signore venne a casa nostra. Tra le varie cose dette, a un certo punto gli chiese se avesse partecipato alla Campagna di Russia. Mio padre rispose semplicemente: “Sì…”, senza aggiungere altro.
Poi gli chiese: “È stata dura, vero?”
E lui, con voce ferma: “Sì, è stata dura. Ci siamo salvati ubriacandoci e riparandoci sotto i vagoni ferroviari…”. Nient’altro.
Così avanzavo nella neve, ma immaginando i suoi passi, la sua sofferenza, i suoi possibili pensieri di allora.
E nella mente mi tornò il ricordo di avere ancora qualcosa che era stato suo: il suo cappello d’alpino da Sergente Maggiore, per me un orgoglio, i suoi attestati militari che ne attestano l’esperienza in vari incarichi, e un braccialetto d’argento ricevuto al ritorno, con inciso su una targhetta: “i 100 della Julia”.
Quando avevo vent’anni ed ero sotto naja, mio padre si ammalò. Grazie a qualche licenza riuscii a stargli accanto in ospedale, dove era stato ricoverato. In quei giorni vissi l’esperienza di radergli la barba con il rasoio elettrico, perché non era più in grado di farlo da solo. Cercavo di restituirgli dignità, rispettando però i suoi baffi, di cui era sempre stato orgoglioso. Fu la prima volta che gli fui così vicino.
Poi, mentre ero ancora militare, se ne andò… laddove, prima o poi, andiamo tutti.
Dopo la sua morte, decisi di fargli un ritratto a matita da donare a mia madre. Quando lo vide, si commosse profondamente. Le sembrava che quel disegno le parlasse.
E così, mentre continuavo a salire sulla neve ghiacciata per raggiungere la cima, mi sorprendevo a pensare: “Papà, ti sento accanto… i miei passi sembrano i tuoi.”
Forse esageravo, lo so. Eppure, quella sensazione di vicinanza mi colpì profondamente. Non era la prima volta che camminavo in montagna con la neve, eppure accadde solo allora qualcosa di diverso. Un’emozione forte, autentica… che non mi abbandonava. Anzi, mi teneva compagnia.
Forse perché sono l’ultimo dei suoi quattro figli, ho perso molto della sua vita. Forse i momenti difficili che ha vissuto in famiglia, ormai in pensione, quando io ero ancora giovane, erano le conseguenze di quella terribile esperienza. Forse.
Ma questo l’ho capito solo molto tempo dopo.
Caro papà, mi hai accompagnato nella salita fino alla cima, e mi sei rimasto accanto anche nella discesa. Tutte queste parole mi sono risuonate nella mente per l’intera escursione. Tanto è stata la sorpresa – e la forza – di averti percepito così vicino, così reale.
Alla fine, siamo noi vivi a percepire l’assenza delle persone care, e il nostro subconscio lavora instancabilmente. Basta un dettaglio, un’eco, un’immagine che entra nella psiche e riporta alla luce ricordi che credevamo sepolti. Ma quei ricordi, raccolti negli abissi della nostra storia personale, non sono mai davvero scomparsi. Restano lì, silenziosi, finché un giorno risalgono, inaspettati.
Così, questo 3 marzo 2025 è diventato per me un’esperienza emotiva profonda, intensa, difficile da raccontare.
E so che tu, papà, di tutto questo non sai nulla. Eppure, per quanto sembri strano, quel giorno mi hai accompagnato davvero. E, in qualche modo, mi hai permesso di rivederti.
La psiche è davvero un immenso universo, popolato da vite, esperienze, ricordi che appartengono alla nostra storia personale, e che talvolta riemergono con una forza quasi reale.
Ho anche pensato che forse tutto questo, inconsciamente, è legato al tempo che stiamo vivendo oggi, in cui si torna a parlare di guerra in Europa. Proprio da quei luoghi da cui un tempo partirono migliaia di soldati italiani – e non solo – per una guerra folle, molti dei quali non fecero mai ritorno.
Forse la mente raccoglie silenziosamente, e poi – quando meno te lo aspetti – ti restituisce immagini, emozioni, visioni legate in qualche modo al presente. Forse.
Resta il fatto che quanto accaduto mi ha profondamente sorpreso e commosso. Per come si è manifestato, con quella naturalezza e potenza emotiva, resterà in me.
Quando, alla fine dell’escursione, sono tornato all’auto per rientrare a casa, nella mia mente ti ho salutato:
“Ciao papà, oggi abbiamo camminato insieme. I miei passi… i tuoi passi”.
L’escursione è terminata, ma quel momento è ancora con me. E forse, in fondo, lo sarà per sempre.