Ali per immaginare

Un libro di Federica Pratelli che parla ai genitori e ai propri figli del legame d'amore e di insegnamento che li unisce nel tempo

Ali per immaginare è un libro illustrato nato per accompagnare, con delicatezza e profondità, il dialogo tra genitori e figli. Attraverso la storia di Sophie, una bambina che disegna città immaginarie per esplorare i propri sogni e dare voce al proprio desiderio di futuro, il libro apre uno spazio pedago-gico, poetico e trasformativo. Scritto in italiano e inglese, il testo è pensato per essere letto insieme, da soli o in coppia, stimolando la narrazione inter-generazionale, la memoria affettiva e la riflessione sul linguaggio che gli adulti usano per parlare di futuro ai bambini.

Le immagini si intrecciano con le parole in un dialogo visivo e simbolico, e le città disegnate da Sophie diventano metafora di mondi interiori, di possibilità ancora inespresse, di desideri che trovano casa.
Un libro che non offre risposte, ma suscita domande. Che non educa per istruire, ma per immaginare.

Disegnare mondi per abitare la realtà. Educare con l’immaginazione
Cosa accade quando una bambina chiude gli occhi e immagina una città dove tutti si chiamano per nome, dove le cose hanno un’anima e i sogni non si vergognano di camminare in pieno giorno?
Accade che si apre uno spazio educativo.
Accade che l’infanzia ci sorprende, ancora una volta, come una forza generativa capace di nominare il mondo, di risignificarlo.
Nel libro Ali per immaginare (bilingue italiano-inglese), destinato a lettori di tutte le età, bambini, adolescenti e adulti, la protagonista Sophie compie un gesto semplice ma potentissimo: disegna con l'immaginazione. Non usa matite né colori, ma sogni e pensieri. Crea città interiori, ponti e quartieri che esistono prima nello spirito e poi nel mondo. Sono visioni che si manifestano come realtà potenziali.
È un gesto poetico, certo, ma anche profondamente pedagogico.
L’infanzia, spesso relegata a una fase “di passaggio”, da superare in vista dell’età adulta, viene qui restituita alla sua potenza originaria: quella di generare realtà alternative, che non sono fughe ma possibilità. Ogni bambino che immagina un mondo sta, in realtà, esplorando quello in cui vive.

L’immaginazione come strumento di conoscenza
L’immaginazione non è il contrario della realtà: ne è il preludio.
È attraverso l’immaginazione che il bambino costruisce mappe affettive, simboliche e cognitive. I mondi che disegna o racconta non sono meno veri di quelli in cui vive: sono realtà interiori che lo aiutano ad abitare quella esteriore.
In questo senso, l'immaginazione non è evasione ma azione creativa e trasformativa.
Educare significa allora custodire questo processo, non soffocarlo.
Significa non domandare che lavoro vuoi fare da grande? , ma piuttosto: “che mondo vuoi disegnare?”
Nelle città di Sophie c’è spazio per l’imprevisto, per il non detto, per il desiderio. È una pedagogia dell’erranza e dell’apertura, che sfida la logica binaria del giusto/sbagliato, utile/inutile, produttivo/improduttivo.
L’arte, in questo, diventa linguaggio educativo, luogo di possibilità, tempo sospeso in cui il bambino può finalmente essere autore del proprio significato.

Tra sogno e realtà: l’educazione come alchimia degli opposti
C’è un punto, nell’educazione, dove la logica si arresta e lascia il passo al simbolo.
È lì che nasce lo spazio del possibile. Non è un luogo definito, ma un varco tra opposti: tra il sogno e la realtà, tra il “non ancora” e il “già dato”, tra ciò che il bambino è e ciò che può diventare.
Jung ci ha insegnato che è nella tensione tra gli opposti — tra l’Io e l’Ombra, tra la Ragione e l’Immaginazione — che si attiva il processo di individuazione, cioè la piena realizzazione del Sé.
Allo stesso modo, educare non significa scegliere da che parte stare, ma accompagnare il bambino nel riconoscimento e nella composizione delle sue polarità interiori.
Sophie vive proprio in questo spazio di frontiera.
Non sa ancora chi sarà, ma sente di poterlo immaginare.
Non ha risposte, ma abita le domande con fiducia.
Non definisce, ma disegna.
E in questo gesto, apparentemente semplice, si manifesta un’energia trasformativa che non è evasione, ma germoglio di coscienza.
Come nella tradizione alchemica, che Jung tanto amava, l’oro nasce dalla miscela dei contrari.
Così anche nell’educazione: l’adulto non deve plasmare, ma proteggere il fuoco della trasformazione.
Fare da specchio, da contenitore simbolico, da testimone.
Perché è solo nella danza tra ciò che è e ciò che potrebbe essere che si manifesta il vero potenziale umano.
L’immaginazione non è fuga: è l’asse che tiene insieme gli opposti.
È lì che il bambino può volare… restando ancorato a sé.

Quando l’adulto si racconta, riscopre lo stupore
C’è un momento, nel libro, in cui la madre di Sophie si racconta.
Una narrazione delicata, personale, intima.
Non insegna, non spiega: condivide.
E nel farlo, accade qualcosa di inaspettato — la donna, parlando di sé alla figlia, si riconnette con i propri sogni di bambina. La narrazione materna diventa specchio e riattivatore di stupore.
È in quel dialogo affettuoso e simmetrico che si compie una forma di riparazione generativa: la madre, riascoltandosi, guarisce; la figlia, ascoltandola, riceve. Due sponde che si parlano, due archetipi — la Madre e la Creatrice — che si incontrano.
E Sophie, alla fine, restituisce al mondo ciò che ha ricevuto:
si immagina regista davanti al mare, occhi spalancati sull’orizzonte, pronta a raccontare storie, ad ascoltare le persone, a guidarle con sguardo poetico.
Il suo desiderio non è quello di “diventare qualcuno”, ma di tenere accesa la luce che altri hanno acceso in lei.
È questa l’eredità più profonda dell’educazione: restituire creativamente, quando si è stati veramente ascoltati.

Il viaggio dell’eroe: tra simboli e ritorni
Il viaggio di Sophie può essere letto come un archetipo: quello dell’eroe che parte, incontra sé stesso, raccoglie simboli e torna con doni da offrire al mondo.
Non c’è battaglia, non ci sono nemici, ma ogni passaggio è profondo e trasformativo:
l’atto di disegnare diventa chiamata,
i silenzi degli adulti sono soglie da attraversare,
l’immaginazione è il talismano che la accompagna.
Alla fine del suo cammino, Sophie non torna a mani vuote.
Sull’elefante — creatura fantastica, custode di memoria e saggezza — porta con sé i tesori che ha raccolto lungo la strada:
una piuma, un sasso, un diamante, una conchiglia.
Simboli dell’invisibile, elementi del proprio Sé ritrovato.

Il mare come archetipo
Il mare, in copertina e nel finale, non è solo paesaggio: è orizzonte archetipico.
È la soglia da cui tutto è iniziato e a cui tutto ritorna.
Quando Sophie si immagina regista davanti al mare, con le braccia aperte, è come se dicesse al mondo:
"Ho ascoltato, ho immaginato, ora sono pronta a raccontare."
Lì si compie il cerchio.
Il viaggio si chiude, ma il cammino dell’immaginazione continua.

Educare: verbo transitivo e relazione circolare
L’educazione — se liberata da logiche addestrative — è un atto radicale di fiducia.
Implica relazione, attesa, silenzio.
Implica, soprattutto, la disponibilità a lasciarsi trasformare.
Non si tratta di riempire teste, ma di aprire spiragli.
In questo senso, ogni educatore è anche un viaggiatore:
cammina accanto al bambino, ne ascolta i passi, ne protegge le visioni.
Il libro Ali per immaginare non dà risposte, ma apre domande.
Non propone modelli, ma disegna possibilità.
E forse è proprio questo il suo valore pedagogico:
invita adulti e bambini, adolescenti e insegnanti, genitori e educatori a co-abitare lo spazio dell’immaginazione come luogo politico, poetico e trasformativo.

Posted

25 Jul 2025

Critica letteraria

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