Giuseppe Lucca, con Artisticamente abita l’uomo, compone un saggio che si colloca felicemente nel solco dell’umanesimo contemporaneo, offrendo al lettore un viaggio colto e stratificato nella natura dell’arte. L’autore accompagna il “lettore spaesato” attraverso le forme della conoscenza artistica, intrecciando i fili del pensiero estetico con riflessioni filosofiche, simboliche e meta-artistiche. Con una prosa che fonde chiarezza espositiva e raffinatezza concettuale, il saggio si propone come guida all’esperienza estetica, avvicinando l’opera d’arte a una tensione conoscitiva e spirituale, senza mai rinunciare alla complessità.
Filosofia dell’Arte: l’uomo come essenza artistica
Il fondamento filosofico del saggio è dato dalla convinzione che l’arte non sia semplicemente rappresentazione, ma epifania dell’umano.
Lucca riprende e sviluppa il pensiero di Hölderlin, “poeticamente abita l’uomo su questa terra”, e lo pone come chiave di volta di un’estetica della totalità.
In questo quadro, l’arte è sia soggettiva che oggettiva, sia immaginativa che razionale, sia inconscia che tecnica. Essa è dunque il modo privilegiato attraverso il quale l’uomo abita la realtà, esprimendo la propria essenza in forma simbolica e processuale.
Viene evocata anche la tensione tra impulso e riflessione, che richiama il dualismo antropologico caro a Henri Bergson: la mano sinistra dell’intuizione e dell’emozione, la mano destra della tecnica e della razionalità. Per Lucca, l’arte nasce dalla loro conciliazione armonica. Questa è una posizione che va oltre la dicotomia moderna tra sentimento e intelletto, e si inserisce nella tradizione post-kantiana dell’estetica come sintesi. Il pensiero di Luigi Pareyson sulla “formatività” dell’arte è qui evocato implicitamente: l’opera d’arte forma e informa, plasmando insieme autore e lettore.
L’arte, nella visione di Lucca, è anche gnoseologia incarnata. Come Bruner suggerisce, la metafora artistica trascende i limiti dell’esperienza ordinaria, divenendo una forma di conoscenza che unifica il vissuto emotivo e la sua rappresentazione. L’educazione estetica diventa dunque proposta filosofica: non elitaria, ma formativa, capace di supplire ai limiti delle scienze e della metafisica, e di restituire all’uomo “ciò che gli spetta di diritto: sé stesso.”
Simbolismo e metafora: la forma come rivelazione
Un aspetto saliente del saggio è l’attenzione al simbolismo come chiave interpretativa dell’opera d’arte. Per Lucca, ogni opera parla non solo attraverso il linguaggio diretto, ma mediante segni, numeri, rapporti spaziali, rimandi intertestuali. L’autore non si limita a un’analisi estetica delle opere, ma ne decifra le intenzioni nascoste, le “coordinate poetiche” che danno forma alla loro struttura.
La sezione dedicata a Johann Sebastian Bach è emblematica: Lucca legge nella fuga in Mi bemolle del Clavier-Übung una triplice struttura trinitaria, riflesso della perfezione teologica. Il numero 3, ripetuto e declinato in battute, sezioni, tonalità e firme numeriche, diventa simbolo compositivo e spirituale, in dialogo con la teologia cristiana. In Bach, secondo Lucca, “nulla è casuale”: anche la cifra 14 del suo nome, la distribuzione dei corali, la costruzione della Messa in si minore sono testimonianze cifrate di una visione simbolica del mondo.
Analogamente, nella lettura dell’Ultima Cena di Leonardo, l’autore coglie la ricca rete di riferimenti numerici e geometrici, i gruppi di tre apostoli, la centralità del Cristo, la simmetria triangolare, come teologia visiva. L’opera pittorica non è vista come semplice rappresentazione, ma come struttura simbolica che veicola senso, allude all’armonia tra cielo e terra, e richiama l’Apocalisse attraverso la moltiplicazione numerica.
Anche nell’architettura sacra l’autore decifra il linguaggio simbolico nascosto: la salita verso l’altare inclinato è letta come figura del Calvario, il pavimento in pendenza come metafora della purificazione, la mensa trasversale come immagine del Cristo sofferente. Lucca mostra con arguzia come anche le strutture più semplici, una chiesetta di montagna, un refettorio monastico, siano portatrici di un profondo simbolismo ascetico.
L’umorismo come dialettica spirituale
Il terzo capitolo si inoltra in una riflessione raffinata sull’umorismo, inteso non come comicità ma come forma d’intelligenza del reale. L’autore riprende la teoria pirandelliana del “sentimento del contrario”, distinguendo tra avvertimento del contrario (comicità esteriore) e sentimento del contrario (rivelazione tragica). L’umorismo è dunque una forma di riflessione che mette in crisi l’impulso, e lo smaschera.
A questo proposito, don Abbondio è letto come figura umoristica per eccellenza: incarnazione del contrario rispetto all’ideale sacerdotale, è amato da Manzoni proprio per le sue debolezze. Pirandello, dal canto suo, costruisce personaggi che oscillano tra le loro molteplici identità: Mattia Pascal, Uno-Nessuno-Centomila, Maraventano. L’umorista è per Lucca un pensatore “senza definizione”: il suo giudizio è sempre sospeso tra istinto e riflessione, tra forma e incoerenza, tra corpo e ombra.
Una delle sezioni più sorprendenti è dedicata al cinema umoristico come forma spirituale. Lucca analizza Il fantasma della libertà di Buñuel come parabola metafisica, dove la dissacrazione (frati che giocano a poker con immaginette sacre, ospiti seduti a tavola su water-closet) è letta non come provocazione fine a sé stessa, ma come dialettica simbolica: lo struzzo finale che infila la testa nella sabbia diventa icona dell’uomo moderno che si sottrae alla verità.
L’opera d’arte come abitazione
Nel capitolo conclusivo, l’autore ritorna all’intuizione centrale: l’opera d’arte è abitare poetico del mondo, come suggerisce il titolo. Questa abitazione non è statica, ma processuale: l’opera è costruita dall’autore, ma anche dal lettore-interprete che la “rilegge”, che la riattiva, che la abita nuovamente. Il riferimento alla commedia Questa sera si recita a soggetto di Pirandello è emblematico: solo dissolvendo la forma in vita vissuta, l’opera d’arte si rinnova nel tempo.
L’arte non è dunque fine a sé stessa, né decorazione: è movimento conoscitivo e spirituale. Può partire dall’impulso, dall’ironia, dall’invenzione, ma deve portare a una forma compiuta. Questa forma è sempre simbolica: parla attraverso immagini, note, geometrie, versi, gesti.
Conclusione: giudizio critico
Il saggio di Giuseppe Lucca rappresenta una sintesi riuscita tra rigore teorico, sensibilità interpretativa, e passione per l’opera d’arte. La sua visione è filosofica, ma mai astratta; simbolica, ma mai esoterica; colta, ma mai autoreferenziale. L’autore costruisce un sistema di pensiero profondamente umanistico, dove l’arte diventa luogo della conoscenza, riflesso dell’anima e manifestazione dell’essere.
Artisticamente abita l’uomo è dunque un saggio che merita lettura e rilettura: per la chiarezza del suo impianto concettuale, per l’originalità delle letture offerte, per la tensione etica e poetica che lo attraversa.