Ricordando Leonardo Sciascia a 36 anni dalla morte

“Nessuno è al di sopra di ogni sospetto”

Il 20 novembre 1989 moriva Leonardo Sciascia, il quale è stato, sicuramente, un intellettuale fuori dal coro e dalla “parola eretica”, che ha scritto le sue opere con il convincimento di suscitare problema-tiche, di dare quasi fastidio, atteso che nelle sue narrazioni egli è andato sempre oltre la retorica culturale e politica, al fine di fare emergere ad ogni costo la verità, seppur scomoda.


L’attualità del suo pensiero su giustizia, libertà, mafia e sulla società in generale è sempre sconvolgente.
Certamente Sciascia è stato nella sua esistenza di uomo e di scrittore un “cercatore di verità”, una verità non dogmatica ma con una visione laica, una verità sopra le parti e le cordate, tant’è che non esitò a mettersi in una linea di contestazione con l’allora protagonista del giornalismo italiano, Eugenio Scalfari, Direttore de La Repubblica, coniando quella frase nessuno è al di sopra di ogni sospetto.

Nella vita sociale e politica il “sospetto” è spesso un elemento che caratterizza le relazioni umane e che connota soprattutto le inchieste. La cultura del sospetto pervade tutta l’opera di Sciascia. Qui ci limitiamo a citare, come esemplificazione, I Pugnalatori che non è propriamente un romanzo e neppure un saggio, ma un libro inchiesta su un fatto accaduto nel 1862: nella città di Palermo, nell’arco di qualche giorno, viene pugnalata nella stessa maniera una dozzina di persone con una serie di delitti apparentemente indipendenti l’uno dall’altro.
Sciascia si impadronisce con abilità di questo fatto in sé inquietante, quasi da noir, per riversarvi lentamente, ma impeccabilmente, osservazioni, citazioni, buttate qua e là, quasi casualmente all’interno della struttura testuale, ma che di fatto costituiscono il libro stesso. La narrazione si snoda come un’inchiesta nella quale la teoria del sospetto trova conferma, portando Sciascia alla conclusione che dietro il fatto si nasconda un mandante politico mosso dall’intento di una cospirazione contro lo Stato italiano.

Sciascia fu un cercatore di verità, ma in questa ricerca “ha contraddetto e si è contraddetto”. Egli progressivamente matura l’idea che la coscienza che l’uomo ha di se stesso non è in grado di cogliere la verità, che non vi è coincidenza immediata tra apparenza e struttura profonda della realtà e che dunque occorre una “decifrazione” di tale coscienza. Per Sciascia la contraddizione appartiene all’ontologia dell’uomo, alla sua natura antropologica, ragion per cui, facendo propria la lezione di Nietzsche, egli nelle sue opere giunge quasi sempre alla conclusione che non si può pensare la verità come descrizione oggettiva, assoluta delle cose; la verità insomma è un concetto limite, è continua tensione, sforzo incessante che rincorre il fluire costante della vita anche nelle sue forme contraddittorie.

Il “sospetto”, per lo scrittore di Racalmuto, appare, pertanto, una necessità legittima e dentro i meandri del sospetto risulta naturale anche la contraddizione, perché la verità non esiste di per sé e non è qualcosa di rigido, determinato, intoccabile, inviolabile; la verità è ogni verità. Sciascia, come Nietzsche, attua così un’opera di “relativizzazione” della verità assoluta. Sciascia ha cercato la verità anche da scrittore, sia trasponendola nella diversa verità della letteratura sia cercandola con gli strumenti stessi e con la specificità della letteratura. Egli diceva:

Sono arrivato alla scrittura-verità, e mi sono convinto che, se la verità ha per forza di cose molte facce, l’unica forma possibile di verità è quella dell’arte. Lo scrittore svela la verità decifrando la realtà e sollevandola alla superficie, in un certo senso semplificandola, anche rendendola più oscura, per come la realtà spesso è.

Sciascia, con la sua affermazione “Ho contraddetto e mi sono contraddetto”, ha in fondo ammesso che nessuno può dire di essere possessore della verità a causa della fragilità insita nella condizione umana. Sciascia nelle sue opere si mostra uno scrittore che si “mette in mezzo”, mediando tra “situazioni moralmente contraddittorie” e mai parteggiando; egli prende quasi sempre “posizioni scomode”: esempio palese è la posizione che egli prese su “mafia e antimafia” e che non venne capita: Il più bello esemplare di fascista in cui ci si possa oggi imbattere (e ne raccomandiamo agli esperti la più accurata descrizione e catalogazione) è quello del sedicente antifascista unicamente dedito a dare del fascista a chi fascista non è.

Lo scrittore racalmutese nelle sue opere infittisce spesso la sua narrazione di personaggi che si distinguono per le loro meschine contraddizioni, come il parroco di san Rocco, l’arciprete di Regalpetra, il direttore didattico, don Tano di Todo Modo, gli uomini della politica, l’Abate Vella del Consiglio d’Egitto, il Vescovo Ficarra in Dalle parti degli infedeli, etc.; così facendo, egli, in fondo intende focalizzare l’attenzione del lettore su una prospettiva etica, secondo la quale le ingiustizie hanno le loro radici proprio nella contraddittorietà dell’ethos umano; il che spiega perché Sciascia, nei suoi racconti, anziché operare un manicheismo tra giusti ed ingiusti, buoni e cattivi ed identificarsi con l’una delle parti in causa, cerchi di mettere a fuoco le possibili reciproche ragioni e di distribuire equamente i torti, così da evitare il muro contro muro tra le istituzioni al centro dei suoi saggi e della sua narrazione (Chiesa, Stato, Partiti, Ideologie) nonché lo scontro totale e le guerre “di civiltà”, ragionando e non parteggiando.
Quando Sciascia stigmatizza le contraddizioni del potere politico, sociale e religioso, non fa altro che svelarne la violenza, la falsità, nonché decodificarne i meccanismi profondi di comunicazione e denunciarne le insidie e la duplicità intrinseca del linguaggio.

Egli, sul piano storico, si accosta ai documenti per trovare in essi i motivi della sua scrittura ed assumere come metodo d’indagine il comportamento contraddittorio dei personaggi al centro della sua attenzione; ma sul piano letterario invece egli opera una riscrittura della storia, dicendo quella verità che i documenti non dicono. È questo in fondo il compito che egli si assume, tant’è che afferma: Del riscrivere io ho fatto, per così dire, la mia poetica. Un consapevole, aperto, non maldestro e certamente non ignobile riscrivere.
La lezione sciasciana su “sospetto e contraddizione”, su “verità e mediazione” ci porta a concludere che se è vero, da una parte, che esiste nella società un bisogno di moralità e un’istanza di trasparenza, è pur vero, dall’altra, che una società non può vivere nel sospetto generalizzato, leggendo dietro le parole del prossimo, di un amministratore o di un politico, sempre intenzioni perverse e voglia di nascondere sempre e in ogni modo la verità.

Posted

27 Dec 2025

Critica letteraria


Domenico Pisana



Foto dal web





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