Cara Mamma,
l’anima santa di dicembre porta con sé come una fiamma mai spenta la nostalgia di te. Se molte cose svaniscono l’immagine tua resta nell’aria fresca dell’inverno a scaldare come il camino dell’antica cucina i ricordi più belli.
Da troppo tempo non scrivo una lettera, questa vuole farsi, tra note veloci e mediatiche, la presenza fragile e testarda di un tempo recuperato per parlarti dopo tanto senza fretta di ciò che è dentro di me da sempre.
Sono trascorsi venticinque anni dalla tua dipartita. Nozze d’argento nella notte santa!
Davanti alla culla vuota la tua bara in chiesa nella vigilia del verbo fatto carne nel grembo di una donna
ancora parlava di vita tenendo insieme passato e futuro in un presente denso di dolore.
Ora ti scrivo per dirti che ti voglio bene.
Per ritrovarti dove tutto ha avuto inizio ti penserò come le trascorse stagioni: sinfonie di nuvole accese d’azzurro, di foglie cadute, di cime innevate e primule gialle. Le cose vissute non passano si mettono in un angolo e poi inaspettatamente si fanno spazio nel sortilegio dell’immaginazione. Nell’ombra della quotidianità cercando il tuo profilo nella sera ti vedo come allora. Sull’inquieto sentire
la tua presenza torna ad essere flusso generativo che cerca un altrove interiore nei ricordi più remoti.
Dovunque tu sia sono sicura che come me conservi intatta la memoria della nostra casa e del cortile chiuso tra muri e aperto al cielo dove andammo una sera gelata a guardare le stelle. Non ti ho mai detto che da quella inguaribile nostalgia delle stelle è nato il mio canto lirico: stupore nella meraviglia della luce.
Nello specchio profondo del tuo sguardo bruno come la zolla dei campi riflettevo l’immagine varia e imprevedibile della mia adolescenza segnata dalla morte improvvisa di mio padre. Nella ricerca del senso di un destino fatale ed imprevedibile mi offrivi il conforto del tuo amore affinché nella vita ritrovata potessi rinascere per una seconda volta.
Figlia mia dicevi “datti da fare non permettere che ti dicano “povera” la pietà non serve a nulla”. Studia perché la cultura è un tesoro che nessuno ti può togliere. È un bene personale che non si compra e non si vende. Non fare come me costretta a pagare più volte la stessa tassa esattoriale per la difficoltà nella lettura”. Forse per questo ogni mattino prima di andare a scuola nel salutarmi mi posavi un bacio sulla fronte. Sono cresciuta inesorabilmente come un fiore di campo dal piccolo seme protetto dalle intemperie nella carezza calda delle tue mani. Non vedevi le tenere radici ma le custodivi nelle lunghe notti come la terra nei vasi del rosato oleandro. Fiera della bellezza delle tue origini contadine dicevi: “la terra non asserva, basta un po’ d’acqua a togliere il fango”. E poi col pensiero tornavi alla tua infanzia vissuta nel duro lavoro ma serena e spensierata nei giochi semplici sotto l’ombra di un gelso dai frutti dolcissimi.
Oggi il mio e il tuo sentire è nel risveglio dall’oblio impigliato in una trama di parole libere e sincere. Nell’appartenenza dell’una all’altra al di là dell’esistenza terrena il tuo vissuto si fa presente nell’esempio di chi come te ha fatto del dolore coraggio per affrontare e superare le avversità.
Partenze ed arrivi, non hanno mai scalfito la fede nel ritorno del tempo della benevolenza. Le ferite del tuo cuore angosciato da mille travagli si facevano sorrisi nel laborioso affaccendarsi per procurare pane e pace non solo ai tuoi figli ma a tutti coloro che incontravi nella scuola come collaboratrice didattica. Quanti bambini hai consolato con la tua provvida generosità. Sapevi bene che la povertà non è quella della mancanza di cose ma quella degli affetti dimenticati, delle parole non dette, dei sogni rubati. Chissà quante rinunce a mia insaputa per dare a me a e ai miei fratelli la certezza di avere ciò di cui avevamo bisogno. Quante notti, solo tu lo sai, a ricamare le tele del corredo per farne giardini mai sfioriti. Tutto ha avuto inizio in queste stanze, anche la mia nascita. Sicché quando anch’io sono diventata madre mi hai baciato dicendomi “Ora sei diventata una donna”. Per te essere donna è stato sempre sinonimo di dolore, di fatica, di rinuncia,di sopportazione e pazienza. Non ho mai capito come hai conservato la giovinezza festosa nei tuoi anni senza inaridirti fiduciosa come una bambina nel ritorno della speranza. La tua allegria era la prova che tutto si può perdere ma non la gioia.
Mai ho visto le tue orecchie o il tuo collo adornato di gioielli, tranne quando ti fu donato da mio fratello un medaglione con l’immagine di nostro padre. Mai una passeggiata con le amiche, una vacanza o semplicemente una chiacchierata nella piazza del paese. Presa da infinite faccende ti si vedeva passare leggera e veloce. Mai portavi rancore quando con te discutevo. “La mamma è la misericordia” dicevi riconciliandoti nella saggezza infinità della maternità: il valore, sebbene spesso violato dalle guerre e dall’ingiustizia, più gentile e nobile dell’umanità.
Come ha espresso in una poesia Maria Luisa Spaziani rivolta a Maria” Se le avessero detto che stringeva a sé un mondo e la sua storia non avrebbe capito. Erano solo un figlio con sua madre”.
In questo giorno santo, mamma, ti faccio spazio dentro di me per dirti Buon Natale.