C’è un dettaglio che ritorna, quasi sempre, nelle immagini pubbliche di Susana Trimarco: non è lo sguardo puntato verso i microfoni, né la severità composta di chi ha imparato a misurare le parole. È la fotografia di sua figlia. Un volto giovane stampato su un cartello, o in una cornice tenuta stretta come si tiene una cosa fragile e, insieme, indispensabile. Marita” Verón scompare il 3 aprile 2002 a San Miguel de Tucumán, in Argentina. Da quel giorno, per Trimarco la vita si divide in due: prima e dopo. E il “dopo” non è solo dolore privato, ma una lotta che costringe un Paese a guardare in faccia la tratta di persone.
Ci sono donne che diventano simboli loro malgrado. Non perché lo cerchino, ma perché la realtà le spinge in prima linea e poi non concede più vie d’uscita. Susana è una madre che, dopo la scomparsa della figlia, non ha trasformato il dolore in silenzio, ma in una domanda ostinata, ripetuta fino a diventare pubblica, collettiva, politica: dov’è mia figlia?
La storia inizia come iniziano molte tragedie contemporanee: un’uscita di casa, un appuntamento, una quotidianità che si spezza. Da quel momento, la vicenda di Marita Verón diventa una lente attraverso cui guardare un intero sistema: reti di sfruttamento, ricatti, violenze. E soprattutto una cosa che spesso fa più male della violenza stessa: l’impunità. Trimarco decide che non può permettersi l’impotenza. È il primo gesto “impossibile” che la definisce non restare in attesa, ma farsi lei stessa indagine e voce.
Trimarco si muove in ambienti pericolosi e arriva a infiltrarsi sotto copertura, camuffandosi da prostituta per poter entrare in luoghi altrimenti inaccessibili, bar e vicoli, seguire piste, raccogliere nomi, ascoltare frammenti di verità e montagne di menzogne. Il sistema è assente: non vede, o non vuole vedere. Qui sta il punto: non è solo la brutalità del crimine, ma la sensazione ricorrente che i meccanismi istituzionali arrivino tardi. In molte storie di sparizioni c’è un momento in cui la vittima sembra scomparire due volte: una nella strada, e una negli incartamenti. Trimarco ha rifiutato la seconda sparizione, e in quel rifiuto c’è già una forma di giustizia: la giustizia della memoria che non accetta archiviazioni morali.
È facile celebrarla come “eroina”. Ma questa parola rischia di anestetizzare ciò che davvero conta: Trimarco non è l’eccezione che conferma la regola, è l’anomalia che svela la regola. Il suo percorso mette a nudo una verità scomoda: quando un fenomeno criminale come la tratta prospera, raramente lo fa solo per la forza dei suoi carnefici. Lo fa anche per l’inerzia, per la paura, per l’abitudine a voltarsi dall’altra parte, per le complicità piccole e grandi che rendono “normale” l’orrore.
La parola “coraggio” rischia sempre la retorica, ma in questa storia non è un’etichetta: è un costo. Il coraggio, quando è reale, non ha la luce dei palchi: ha la stanchezza delle notti, l’umiliazione di porte chiuse, la paura che ti segue in macchina. E soprattutto ha una componente che raramente si dice: la solitudine di chi non può permettersi di fermarsi. In fondo, la solitudine è la prima frontiera che una madre attraversa quando capisce che nessuno, davvero, può sostituirla nel cercare.
C’è un elemento che rende la sua figura più complessa di un semplice ritratto di coraggio: Trimarco non si è limitata alla ricerca individuale. Ha compiuto il passo che pochi riescono a fare: ha capito che il suo caso non era “solo” un caso, ma una porta su un inferno condiviso da tante. Da qui, nel 2007, nasce la Fondazione María de los Ángeles e l’idea che la ricerca di una figlia potesse diventare anche una forma di cura civile: assistenza, rifugio, sostegno legale e psicologico, sostegno per chi prova a uscire dalla gabbia della tratta.
È un passaggio cruciale, perché sposta l’asse da “io cerco mia figlia” a “costruiamo un luogo dove chi è vittima non sia più sola”. La fondazione nasce per ricevere denunce, offrire contenimento e assistenza, e dare supporto integrale, legale, psicologico, sociale, alle persone colpite dalla tratta e alle loro famiglie.
E qui emerge un paradosso amaro: spesso è la società civile, una madre, un’associazione, una rete di volontari e professionisti, a fare ciò che lo Stato dovrebbe garantire per primo. È un paradosso che commuove, ma che dovrebbe anche inquietare. Perché dietro ogni fondazione che “salva” c’è la domanda implicita: perché è stato necessario che esistesse? E perché, ancora oggi, tante altre devono nascere per colmare vuoti che non dovrebbero esserci?
Il capitolo giudiziario del caso Verón ha avuto passaggi che hanno segnato l’opinione pubblica argentina. Nel 2012 un verdetto di assoluzione provocò indignazione; successivamente, gli esiti cambiarono e arrivarono condanne in appello. Al di là dei tecnicismi, quello che rimane è la percezione di una giustizia che non è un blocco unico: è un campo di forze, influenzato da prove, procedure, coraggio dei testimoni, qualità delle indagini, clima sociale. Una sentenza dunque non è solo un atto giuridico, è anche un messaggio. Dire “colpevoli” o “inermi” non riguarda solo gli imputati; riguarda il livello di protezione che una società decide di offrire alle persone più esposte. Per questo le assoluzioni nei casi di tratta e violenza non vengono vissute soltanto come un esito processuale, ma come una ferita collettiva: una frattura nel patto di fiducia tra cittadini e istituzioni.
La tratta è un delitto particolare perché è costruito su una materia che la società preferisce rimuovere: corpo, sfruttamento, vergogna, paura di non essere credute. È un crimine che non si limita a rubare libertà: ruba anche identità, futuro. In questo senso, la battaglia di Trimarco è stata anche una battaglia culturale: costringere a nominare ciò che per convenienza o pudore si tace. Molte trasformazioni sociali iniziano così: non da una legge, ma da una frase pronunciata ad alta voce quando tutti vorrebbero abbassare il tono. E, a volte, da una madre che rifiuta di restare in silenzio.
Trimarco, simbolo di “mamma coraggio”, ha ricevuto riconoscimenti internazionali, tra cui l’International Women of Courage Award. Nel 2012, inoltre, la Federación Argentina de Colegios de Abogados ha presentato la sua candidatura al Premio Nobel per la Pace per l’edizione 2013.
Ma la dimensione più vera della sua storia resta un’altra: non l’applauso, ma la perseveranza. Perché una società è davvero civile non quando celebra i suoi simboli, ma quando non costringe nessuno a diventarlo per sopravvivere.
Sarebbe ingiusto attribuire a una sola persona cambiamenti complessi; eppure sarebbe altrettanto ingiusto negare l’effetto catalizzatore di figure come la Trimarco. In Argentina, nel tempo, si consolida un quadro normativo contro la tratta, con una legge del 2008 e una riforma importante nel 2012 che, tra le altre cose, rafforza l’impianto sanzionatorio e limita l’uso del “consenso” della vittima come scappatoia. E sul piano operativo emergono strumenti di segnalazione e assistenza: in comunicazioni istituzionali si citano linee di denuncia e programmi di supporto alle vittime, insieme al lavoro di coordinamento con realtà come la fondazione.
Susana Trimarco è spesso raccontata come un’icona. Ma la parola “icona” rischia di immobilizzare ciò che, invece, è movimento continuo: una donna che passa dalla dimensione domestica a quella investigativa, poi a quella civile, poi a quella istituzionale, senza mai davvero “scegliere” questa trasformazione.
Spesso la si vede in una sala riunioni ministeriale, accanto a funzionari e bandiere, ma il suo sguardo resta nel vuoto di una figlia scomparsa. E in quella foto che torna e ritorna come domanda. Non come reliquia, ma come ferita viva, come appello, come misura di ciò che manca.
Dov’è Marita? La sua vicenda non chiede solo empatia. Chiede responsabilità. E forse è per questo che, ancora oggi, fa paura.