Parveena Ahangar. Il coraggio che nasce dal dolore

Dal dolore di una madre alla resistenza civile, dal coraggio alla forza morale di una donna contro l’oblio: la lunga battaglia per la verità nel Kashmir

C’è un punto, nella storia di ogni conflitto, in cui i numeri smettono di essere comprensibili. Le stati-stiche diventano fredde, impersonali. È in quel punto che servono i volti. E tra i volti del Kashmir, quello di Parveena Ahangar è impossibile da dimenticare.
Nel 1990, suo figlio Javed Ahmad Ahangar viene prelevato dalla propria casa dalle forze di sicurezza indiane. Da quel giorno, di lui non si saprà più nulla. Nessun corpo, nessun processo, nessuna verità ufficiale. Solo un vuoto. Un vuoto che, come accade in molte aree segnate da conflitti irrisolti, diventa una condanna che dura decenni.


Dalla perdita privata alla lotta collettiva
Parveena Ahangar avrebbe potuto scegliere il silenzio, come tante madri schiacciate dalla paura e dall’isolamento. Ha scelto invece la strada più difficile: trasformare il lutto in responsabilità civile.
Nel 1994 fonda l’Association of Parents of Disappeared Persons (APDP), un’organizzazione che riunisce migliaia di famiglie colpite dalle sparizioni forzate in Kashmir. Madri, mogli, sorelle che chiedono una cosa sola: sapere. Sapere se i loro cari sono vivi o morti, sapere chi è responsabile, sapere perché la giustizia si è fermata davanti a una divisa.
Ogni mese, a Srinagar, queste donne si riuniscono in sit-in pacifici e silenziosi. Non gridano. Non lanciano slogan. Tengono in mano fotografie. È un linguaggio elementare, quasi primordiale, e proprio per questo devastante nella sua semplicità.

Il coraggio della nonviolenza
Ciò che colpisce dell’attivismo di Parveena Ahangar non è solo la sua durata – oltre trent’anni – ma la forma che ha scelto di dargli. Nessuna spettacola-rizzazione del dolore, nessuna strumentalizzazione politica. Il suo è un coraggio sobrio, quotidiano, ostinato.
In un contesto altamente militarizzato, dove prote-stare significa esporsi a ritorsioni, Parveena continua a presentarsi in pubblico con il corpo fragile di una donna anziana e con la forza morale di chi non ha più nulla da perdere. Il suo attivismo non cerca vendetta: chiede verità. E la verità, nei conflitti, è spesso l’atto più sovversivo.





Una madre contro l’oblio
Definire Parveena Ahangar “attivista per i diritti umani” è corretto, ma riduttivo. Prima di tutto, è una madre che rifiuta l’oblio. In un mondo che archivia rapidamente le tragedie irrisolte, lei insiste nel ricordare che ogni scomparso ha un nome, una storia, una famiglia che aspetta.
Per questo la sua figura è stata accostata alle Madri di Plaza de Mayo in Argentina: donne che hanno compreso che il dolore, se condiviso, può diventare una forma di resistenza politica senza mai perdere la propria umanità.

Riconoscimenti e indifferenza
Parveena Ahangar ha ricevuto premi internazionali prestigiosi, tra cui il Right Livelihood Award, spesso definito il “Nobel alternativo”. Eppure, questi riconoscimenti non hanno cambiato la condizione delle famiglie che rappresenta. La comunità internazionale applaude, premia, celebra – ma troppo spesso non interviene.
Ed è forse qui che il suo coraggio appare ancora più grande: continuare a lottare anche quando l’attenzione mediatica si spegne, anche quando la giustizia sembra una parola vuota.

Una lezione universale
La storia di Parveena Ahangar non riguarda solo il Kashmir. Riguarda tutti i luoghi in cui lo Stato dimentica i propri cittadini, tutti i contesti in cui la sicurezza viene usata come alibi per cancellare i diritti fondamentali.
Il suo insegnamento è semplice e radicale: la dignità non ha bisogno di armi. Può camminare lentamente, sostenuta da una fotografia e da una domanda mai esaudita. E proprio per questo, può diventare più potente di qualunque esercito.
E quando la piazza si svuota e le telecamere si spengono, resta il suono più difficile da ignorare: quello del silenzio che domanda. Resta una madre che non consegna suo figlio alla polvere delle pratiche archiviate, e che continua a chiamarlo per nome, come si chiama ciò che si ama e non si vuole perdere. Nel Kashmir delle ombre e dei posti di blocco, Parveena Ahangar tiene accesa una luce minuta ma ostinata: la luce della memoria. E finché quella luce resta, nessuna sparizione è davvero completa, nessun uomo è del tutto cancellato, nessuna verità può dirsi sepolta.

Posted

26 Feb 2026

Attualità e tendenze


Massimo Massa



Foto dal web





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