La poesia, la riscoperta dell’altro e il ritorno alla trascendenza

Nell’era dell’umanesimo digitale, la poesia e i poeti sono necessari perché servono a dire al mondo globale in cui vivono che l’utopia non è qualcosa di irrealizzabile, ma qualcosa che si spera si realizzi nel tempo. La poesia serve perché il poeta parla non solo per sé ma per tutti, e anche quando dà la sensazione di scavare nel segreto più profondo della sua coscienza, anche quando si rinchiude nel privato dei suoi sentimenti, c'è nella sua poesia una forza sintagmatica che si snoda con un respiro universale, inclusivo ed originale.


La poesia deve, nel tempo delle nuove tecnologie, diventare una forza quasi magmatica, capace di ricreare, provocare, divellere, placare, denunciare, confortare.
Il poeta dell’umanesimo digitale è profetico se usa la penna e il computer non come semplice strumento per scrivere i propri pensieri e sentimenti, ma per offrire a chi lo ascolta un’ancora cui aggrapparsi per riflettere, per staccarsi dalla massa, per cogliere il senso critico e più profondo delle cose: insomma un poeta che quando scrive versi si rende conto che lascia sempre un “segno” nel lettore, nella società, nella vita di un popolo.
Anche nell’era dell’umanesimo digitale, il poeta continua ad essere un sognatore, un idealista, ma anche uno che “incide e graffia” disegnando le coordinate di una umanità incapace di comunicare, di esprimersi, di cantare, di includere e di cogliere la diversità, di una umanità che spesso vive in un appiattimento desolante e privo di novità. Dalla mente e dal cuore del poeta scaturiscono, è vero, sogni e costruzioni di mondi che possono sembrare irrealizzabili, ma i suoi versi possono diventare una lama a doppio taglio.
Urge una poesia che parta dalla vita, legga la vita e la sublima dentro un “universo metafisico”, non tanto per rispondere ad un “bisogno speculativo" o “lirico-estetico”, ma per aprire la poesia alla verità. Quasimodo nel suo saggio L’uomo e la poesia chiarisce che la poesia nasce con l’uomo, quindi ne evidenzia le principali funzioni: non deve dire, ma essere; deve portare una cosa dal non essere all’essere; non deve raccontare, pena la decadenza; deve esprimere la verità, perché l’uomo vuole la verità dalla poesia: La poesia non deve dire, ma essere… […] Poesia è qualsiasi forza che porti una cosa dal non essere all’essere… Quando la poesia comincia a raccontare…comincia la decadenza, la vera decadenza…
La poesia è, dunque, un “atto creativo”, un movimento del cuore e della mente mediante il quale un sentimento, un oggetto, una percezione, una visione, un sussurro, una lacrima e quant’altro la vita fa sperimentare all’uomo possono giungere all’essere, cioè divenire espressione di poesia cogliendone il senso più vero e profondo ed atteso che - come scriveva Elio Vittorini - la poesia è per questo poesia: perché sta legata alle cose da cui ha avuto origine e si può riferirla, se nasce dal dolore, ad ogni dolore...
La poesia deve far sognare la speranza di un ritrovamento di due orizzonti:
- la riscoperta dell’altro come prossimo e immediato: “il ritorno al concreto”. Alla chiusura ideologica bisogna sostituire il volto dell’altro, la relazione con l’altro, il tu: il volto dell’altro che ti guarda, ti fa capire che tu non sei tutto, che il senso della vita è anche fuori di te, non solo dentro di te;
- il ritorno alla Trascendenza, cioè a quel sogno di un'alterità ultima che che trova il suo senso in Dio. I poeti del “nuovo umanesimo” non devono limitarsi a ripetere i classici, ma trarre da essi la “forza valoriale” che può aiutare la contemporaneità a riflettere. Chiedersi “dove va la poesia contemporanea?”, è dunque una domanda di “sostanza” non di “finalità”, nel senso che bisogna ipotizzare non la nascita di una nuova “corrente letteraria” e di elìte, ma “la convergenza spontanea” di poeti che sappiano produrre testi con linguaggi e scelte formali e stilistiche coerenti con lo status di analisi della contemporaneità.
Serve il poeta totus, cioè un poeta che legge integralmente la vita contemporanea radicandosi nella tradizione letteraria, ma che sa innovare operando una circolarità ermeneutica tra la propria e l’universale “esperienza di noità” dell’uomo. E che cosa è la “noità”? È una parola che indica tre versanti della vita: l’io, il tu, il noi. Quando la poesia aiuta l’uomo a operare uno scavo di spiritualità interiore, questi comprende il proprio io e, quindi, capisce il tu, la differenza, la diversità e capendo l’altro si apre al “noi” (la comunità sociale).

Posted

02 Mar 2026

Pensieri e riflessioni


Domenico Pisana



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