Ne Il fu Mattia Pascal di Pirandello, Anselmo Paleari, rivolgendosi ad Adriano Meis (alter ego di Mattia Pascal) nella pensione di Roma introduce una celebre metafora, ricordata dai critici come espressione di una sorta di teoria filosofica che si potrebbe definire “lanterninosofia”.
Il lanternino simboleggia la nostra percezione della realtà circostante, la nostra coscienza soggettiva che è in grado di rischiarare solo una parte del mondo dinnanzi a noi. L’approdo di questa visione è chiaramente di tipo relativistico.
I lanternoni, invece, sono l’insieme di tante lanternine individuali e come tali rappresentano dei valori condivisi, una particolare visione del mondo. Essi sono l’emblema delle ideologie, delle religioni, dei valori della patria, del progresso ecc... Quelli che Foscolo avrebbe riassunto in quella che egli denominava “religione delle illusioni” capace di conferire un senso alla vita.
Ognuno di noi porta acceso in sé un lanternino, un lanternino che ci fa vedere sperduti sulla terra e ci fa vedere il male e il bene; un lanternino che projetta tutt’intorno a noi un cerchio più o meno ampio di luce, di là dal quale è l’ombra nera, l’ombra paurosa che non esisterebbe, se il lanternino non fosse acceso in noi.
Una volta spenti i lanternoni, le verità e le fedi collettive crollano e restano solo le fioche luci dei lanternini di ciascuno a provvedere a rischiarare, con un cerchio di luce, quel poco di territorio buio che ci circonda (la realtà esterna, fuor di metafora). Ci sentiamo smarriti e senza punti di riferimento in seguito alla crescente secolarizzazione. Il sociologo Durkheim riterrebbe tale condizione un’anomia, ossia una mancanza di valori e regole in cui credere.
La metafora dei lanternoni ci può consentire di ritrovare un’analogia con la fine delle grandi narrazioni sostenuta dal filosofo francese Jean-François Lyotard. Nell’epoca del postmoderno (dagli anni ’70 del Novecento) sono, a suo avviso, tramontante le grandi ideologie, gli -ismi, come il kantismo, l’hegelismo, il marxismo, le grandi ideologie politiche e filosofiche (come l’illuminismo e l’idealismo). I grandi pensatori del moderno cercavano di fondare una filosofia duratura, “forte”, mirando all’eterno e all’universale, pensiamo al sistema cartesiano basato sulla chiarezza e sul fulcro rappresentato dal “cogito”, ricordiamo ancora la sistematicità del pensiero kantiano o all’Assoluto e alla fine della storia, grazie alla dialettica dello Spirito, giunta a compimento con Hegel stesso. Il pensiero si fa “debole”, con meno pretese universali e il Vero sembra allontanarsi sempre di più, avendo smarrito una propria bussola collettiva.
Non tutti i mali vengono per nuocere, anzi un’àncora di salvataggio può esserci fornita in questa ottica, per esempio, da un altro filosofo del postmoderno, ovvero dallo statunitense Richard Rorty, il quale sosteneva che accanto ai filosofi sistematici (che tentano di erigere un sistema filosofico che aspiri all’eternità) occorre sapere ascoltare il messaggio dei filosofi edificanti che spesso facendo ricorso a racconti e aforismi cercano di interpretare il nostro stato, farci leggere dentro noi stessi, divenendo anche amabili compagni di conversazione. Tra questi pensatori “edificanti” Rorty annovera, accanto ad alcuni filosofi, anche dei letterati come Proust, Baudelaire e Nabokov tra i “pensatori della sfera privata”, mentre Marx, Dewey e Rawls ci suggeriscono pensieri della “sfera pubblica”. Tutti questi autori diventano così compagni sempre attuali con cui intessere profondi colloqui culturali.