Donne, diritti e libertà: una conquista lunga un secolo

Resistenza e lotte sociali: l’emancipazione femminile nella costruzione della democrazia e della giustizia sociale

L’ 8 marzo si è celebrata la Giornata Internazionale dei diritti della donna, impropriamente definita dalla stampa e dalla comunicazione mediale festa della donna. La ricorrenza, infatti, più che essere una festività rappresenta una riflessione sull’importanza della lotta per l’emancipazione sociale, economica e politica nel raggiungimento dell’uguaglianza di genere.



La prima festa dell’8 marzo in Italia si ha nel 1945 quando liberata dal fascismo, immaginando la fine della guerra vicina, in molte città le donne scendono in piazza organizzate dall’UDI (Unione donne italiane). Ma la festa diventa nazionale solo nel 1946 quando il 2 giugno le donne avrebbero votato per la prima volta. Sebbene la Costituzione della Repubblica sancisca nell’articolo 3 la pari dignità sociale e l’uguaglianza davanti alla legge di tutti i cittadini senza distinzione di sesso molti sono gli ostacoli che ancora oggi limitano la parità di genere e il pieno sviluppo della persona. Ed ecco perché l’Agenda 2030 nel 5° obiettivo si prefigge il superamento delle diseguaglianze tra uomo e donna considerate un ostacolo allo sviluppo sostenibile, al progresso e alla riduzione della povertà. Con le pari opportunità e l’eliminazione di ogni forma di violenza contro le donne l’Agenda promuove nella famiglia responsabilità condivise tra uomo e donna.
Le disuguaglianze di genere essendo presenti in ogni civiltà rappresentano la più diffusa negazione dei diritti umani. Secoli di dominazione maschile hanno permesso la diffusione di pratiche misogine lesive della dignità come valore essenziale. Necessità un cambiamento culturale che ribaltando alcune teorie offensive della femminilità si adoperi per un futuro di armonioso rapporto tra pari che va dalla denuncia degli abusi alle ragioni del riscatto.

Come diceva il filosofo inglese John Stuart Mill:
“Ciò che per alcuni uomini, in società non illuministe è il colore, la razza, la religione, il sesso lo è per tutte le donne un’esclusione radicale da quasi tutte le occu-pazioni onorevoli”. In tal senso anche la letteratura può aiutare a liberarsi da alcuni luoghi comuni semplicemente curando le parole. In occasione di questo giorno anche l’Accademia della Crusca e Zanichelli Editore, hanno proposto un cambiamento sul genere dei nomi dei mestieri e professioni, prima esclusiva prerogativa maschile, aggiungendo una declinazione al femminile grammaticalmente corretta (per esempio sindaco al femminile diventa sindaca).

A tal punto è naturale pensare alla nostra conterranea Marivera De Rosa, da poco scomparsa, che fin dalla sua elezione ha adottato il nome “sindaca” per indicare, senza rinunciare alla femminilità, il contributo che ogni donna al pari dell’uomo può dare alla comunità come servizio nella realizzazione del bene comune. Se fosse ancora tra noi certamente avrebbe donato a tutti i presenti una mimosa ad indicare che anche un fiore in apparenza effimero può farsi simbolo di forza e resilienza.
Le donne, tutte le donne di ogni luogo e tempo, da sempre hanno mostrato la capacità di fare scelte non solo personali relative al mondo domestico, bensì anche di ampio respiro politico senza perdere di vista valori e sentimenti.

Mi viene in mente la sindaca Giusi Nicolini che, nonostante continue minacce e intimidazioni, si oppose con tenacia a gruppi criminali che volevano distruggere le spiagge immacolate di Lampedusa per costruire alberghi per le vacanze nella difesa del territorio.
Quando gli abitanti di Lampedusa preoccupati del continuo sbarco di emigranti dall’Africa le chiesero se fosse necessario rimandarli indietro per proteggere l’isola, Giusi spiegò il suo punto di vista in poche e semplici parole: “Proteggiamo le persone, non i confini” “perché questo significherà che quelle persone ce l’hanno fatta e non sono annegate”.
Il contributo sociale ed etico delle donne non si è limitato a luoghi ristretti ma è stato capace di avere visioni universali che hanno avuto un respiro nazionale in difesa della libertà. Pensiamo alle lotte delle partigiane che in tutti i Paesi lavorano in segreto proteggendosi con nomi di battaglia per la difesa della legalità come tutela di ogni dignità.

Citerò la partigiana Claudia Ruggerini costretta a cambiare il proprio nome in Marisa che per quasi due anni consegnò messaggi e giornali in bicicletta da un luogo segreto all’altro. E quando alla fine del fascismo entrò negli uffici del Corriere della Sera, il quotidiano nazionale, liberandolo dopo un ventennio dalla censura.
Mi sia concesso, ora, parlare di Mirka, la pasionaria, la partigiana ribelle che ha lottato per gli ultimi rivendicando i diritti civili fondamentali. Da poco la stampa locale ha annunciato la sua dipartita sostenendo che con lei se ne va quasi un secolo di storia vissuto come protagonista dell’emancipazione femminile delle donne marse.

Asmerinda, questo è il suo nome di nascita, figlia di un padre antifascista e anarchico della Valle Peligna, da sempre caratterizzata da un’indole caparbia e insofferente alle regole borghesi. Un’empatia innata la rendeva vicina agli oppressi e sfruttati. Durante la seconda guerra mondiale accade l’episodio che le avrebbe cambiato il nome e anche il suo destino. Appena adolescente incontra in una grotta alcuni prigionieri inglesi fuggiti dal campo di concentramento di Sulmona, sfidando la paura di essere sorpresa, porta loro del cibo e li salva. Quando vuole dire il suo nome i soldati la invitano a non dirlo per proteggerla e la chiamano Mirka, che vuol dire “gloriosa nella pace”. Un nome di battaglia che diventò nella sua nuova identità promessa di libertà. Mirka incontra nelle riunioni di partito il giovane sindacalista allora ventenne Romolo Liberale attivista per la campagna elettorale per la Repubblica. Si innamora e lo sposa iniziando una collaborazione non solo finalizzata alla formazione di una famiglia ma aperta al sociale nella difesa degli ultimi. Non solo compagni di vita ma compagni anche nella militanza antifascista nel 1950 vivono le lotte contadine del Fucino per i diritti dei lavoratori agricoli sfruttati dai Torlonia. Scioperi a rovescio, manifestazioni pubbliche, propaganda politica e rivendicazioni delle libertà mettono fine al latifondo con l’assegnazione delle terre ai braccianti. Mirka in un tempo in cui alle donne era chiesto solo di obbedire organizza e costruisce reti con le donne contadine invitandole a lottare a fianco degli uomini per il riscatto della dignità. Oggi il Fucino è considerato il secondo giardino d’Italia per il suolo fertile e generoso di frutti. Ma non è stato sempre così.
Da sempre le donne generatrici di vita hanno contribuito alla costruzione della convivenza civile nella pace. Sanno bene, dopo secoli di emarginazione e sottomissione, che nulla si chiede in ginocchio ma che tutto si conquista con fatica ed impegno.

L’emancipazione delle donne richiede lo sforzo di uomini e donne congiunto perché la libertà deve essere una conquista partecipata e condivisa.
Mi auguro che la donna emancipata sia sempre capace di essere madre, lavoratrice e cittadina senza che nessuno dei ruoli prevalga sull’altro.
Mi auguro che conservi nella parità senza inutili contrapposizioni la sua femminilità.
Del resto la sua capacità di ascolto, di comprensione, di empatia unita alla forza innata della sua essenza porteranno ad una cooperazione capace di cogliere nella fragilità l’essenza della fraterna solidarietà.
Donne e uomini insieme, oggi più che mai, in un viaggio esistenziale verso la libertà solo e sempre per la pace.

Posted

14 Mar 2026

Storia e cultura


Maria Assunta Oddi



Foto dal web



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