Abbiamo bisogno di purezza, è la nostra anima che ce lo chiede. Abbiamo bisogno di verità, é il tempo che ce lo ricorda. Quando il nostro mondo è scosso dalle ferite del cuore, abbiamo bisogno di bellezza per ringiovanire la mente e rinnovare il corpo. Abbiamo bisogno di noi, ma se l’Io divampa sull’ego e il flusso dell’altruismo si trae sulla riva dei nostri piedi, l’anima, il tempo e il cuore si infangano sulla falsa coscienza di una condivisione insana. “Che cos’è l’amicizia?” Tanto se ne parla, ma troppo spesso si incrina sui meccanismi di un orologio disfunzionale, che cerca di scandire le lancette su progetti “pluralmente-singolari”.
Talvolta, quelle coppie d’innamorati che dividono, per gelosia o diversità, le amicizie antecedenti, fanno impiego di sentimenti malsani. In tal contesto, le idee cambiano forma, estraniando la partecipazione di chi tanto ha dato, fino a che non riemergono le scelte “fuori-coppia” quelle incondizionate, quelle che credono veramente nei rapporti umani.
D’altro canto, in una scala in cui si scende e si sale, ci si può perdere per poi ritrovarsi a voler ripristinare un’amicizia congelata da un’infiltrazione d’acqua torbida. Non sempre un amore è puro e, talvolta, un affetto distante può rivelarsi più vero di chi vi è affianco. Sono le condivisioni sincere che stabiliscono le relazioni sane e, nel rispetto reciproco, si può determinare l’importanza di un fiore che germoglia e l’altro che appassisce con il giusto equilibrio manifestato nel tempo che siamo riusciti a dedicargli.
L’esclusione, la finzione e il progresso del proprio egoismo alla fine dovrà fare i conti con il karma che, puntualmente, ribalterà i vertici e farà comprendere che l’acqua di uno stagno, sporca solo l’anima di chi non ha saputo dare il giusto valore ad un’amicizia collaborativa. Da qui erge il concetto della purezza che resta a galla da un fondale stagnante e melmoso, proprio come le ninfee, il quale simbolo trionfante e candido ci orienta in queste parole spesso attribuite in saggi e articoli per descrivere l’immersione visiva di Monet: Con le Ninfee, vere e proprie sinfonie di colori, ogni orizzonte è scomparso, sono scomparsi gli alberi, la terra, il ponte, è visibile solo l’acqua, un’acqua che unisce le sfumature della luce e del colore a quelle dei riflessi dei cespugli, degli alberi, del cielo e delle nuvole. Difatti l’acqua è sostanza di vita poiché unisce le trame del cielo, della luce e del colore per addensarne il contenuto dell’esistenza e lasciarlo risorgere dai mali. Proprio come un fiore di ninfea che sboccia nel torbido verdastro per comprendere il valore della propria purezza. Da qui giungiamo ad un’esperienza sensoriale, dove a farne il vertice è proprio il celebre pittore parigino Oscar Claude Monet, nato in loco il 14 novembre del 1840 e deceduto a Giverny il 5 dicembre del 1926. Mediante il suo Impressionismo impregnato di colori pastello armonicamente connessi nelle sue produzioni, affiorano una vastità di opere d’arte che hanno contribuito all’esaltazione delle ninfee in un ciclo di circa duecentocinquanta dipinti ad olio su tela durante gli ultimi trent’anni della sua vita.
Il ponte giapponese e lo stagno di ninfee, elaborato nel 1899 e conservato al Philadelphia Museum of Art, con misure di 89,3 x 93,5 cm, raffigura un giardino d’acqua da lui creato nella sua proprietà a Giverny, estroiettando il fascino acquatico che sposa la terra della vegetazione circostante. Il ponte ad arco, che separa la visione fluida del suo operato, é un invito all’orizzonte, all’esplorazione di un’analisi prospettica, raggiungendo l’importanza dei punti di vista che nutriamo nel profondo della nostra coscienza, lasciando discutere, con degna osservazione, la panoramica ottica in una visione personale e intima sulle frequenze vibrazionali. Potremmo definirlo il ponte dell’illuminazione, dell’elevazione spirituale; dove da lì tutto figura chiaro.
I tratti veloci e sicuri creano una sorta di profilazione distensiva e sognante, inondando il soggetto proposto in un rifugio mentale verso un ambiente sicuro. I verdi e i marroni della vegetazione si estendono nella molteplicità dei toni, passando dai scuri ai chiari in un agglomerato poetico. Tuttavia i rosa, i gialli e i bianchi delle ninfee accendono di luminosità la composizione pittorica destando una forte sensazione di leggerezza e armonia. Questa rappresentazione è dunque un viaggio emotivo sui nostri bisogni interiori, una meraviglia figurativa che ci permette di comprendere meglio la nostra sensibilità attraverso il linguaggio pittorico. D’altro canto, prendendo in prestito le parole del noto pittore russo-francese Vasilij Vasil’evič Kandinskij possiamo affermare che: Il colore è un potere che influenza direttamente l’anima.