Il gioielliere con la pistola

Quando lo Stato arretra, la sicurezza torna a essere una responsabilità privata

Il dibattito pubblico contemporaneo si regge sempre più spesso su una struttura sacrificale: un fatto di cronaca nera, denudato della sua complessità umana e giuridica, viene gettato nell'arena collettiva per essere istantaneamente convertito in discussione ideologica. Il recente e polarizzante caso del gioiel-liere e del rapinatore ne è l'ennesima conferma.



Di fronte al sangue e alla tragedia, la reazione del corpo sociale non si esprime attraverso una meditata domanda di giustizia, bensì attraverso la frammentazione in opposte tifoserie. Da un lato, il legalismo astratto che ignora il dramma della paura dei cittadini; dall'altro, la retorica della giustizia privata che scambia la disperazione per eroismo. Non sono un magistrato e non voglio entrare nel merito di una vicenda che meriterebbe di essere studiata in tutti i suoi particolari. Ciò che voglio fare, piuttosto, è spingermi al di là di questa spessa coltre di reazioni viscerali, laddove giace una questione politica ben più profonda: lo stato di salute del patto sociale e la progressiva regressione della civiltà verso una condizione pre-politica.
Per comprendere la natura di questa frattura, è necessario risalire alle fondamenta della modernità occidentale, in particolare alla lezione di Thomas Hobbes. Nel Leviatano (1651), il filosofo inglese teorizza il passaggio dallo stato di natura – una condizione di guerra permanente di tutti contro tutti (bellum omnium contra omnes), dove la vita dell'uomo è "solitaria, misera, sgradevole, brutale e breve" – allo Stato civile. Questo passaggio avviene tramite un contratto sociale: gli individui rinunciano all'uso privato della forza e cedono il monopolio della violenza legittima al sovrano. In cambio, lo Stato assume su di sé un unico, inderogabile dovere: garantire la sicurezza, la vita e i beni dei cittadini. La legittimità stessa del potere politico risiede in questa precisa e pragmatica contropartita. La sicurezza, da Hobbes in poi, cessa di essere una responsabilità privata per farsi bene pubblico fondamentale.
Nel contesto attuale, assistiamo a un paradosso sistemico che incrina alla base questo meccanismo. Da un lato, lo Stato contemporaneo mantiene intatta, e anzi amplifica, la sua pretesa fiscale e normativa; esige il pagamento delle tasse, impone il rispetto di codici minuziosi e punisce rigorosamente chi devia dalla legalità formale. Dall'altro lato, si registra un progressivo e visibile cedimento nella fornitura di quel bene primario che giustifica la sua stessa esistenza: il controllo del territorio e la tutela della quotidianità dall'aggressione criminale. Quando un cittadino subisce ripetute violazioni della propria intimità domestica o lavorativa nell'indifferenza, o nell'impotenza, delle istituzioni, il patto sociale si incrina. La percezione di una solitudine radicale di fronte al pericolo costituisce la constatazione logica di un vuoto di sovranità. Un Paese in cui la sicurezza cessa di essere pubblica e torna, di fatto, a gravare sulla prontezza o sulla fortuna del singolo, compie un passo indietro lungo la linea della civilizzazione.
La reazione politica a questo cortocircuito è l'esatto opposto di ciò che una sana dottrina dello Stato richiederebbe. In prossimità delle scadenze elettorali, le forze politiche non affrontano il fallimento strutturale delle istituzioni, ma lo colonizzano a fini antagonistici. La cronaca diventa un palcoscenico in cui la destra e la sinistra mettono in scena una rappresentazione stereotipata della realtà. La destra strumentalizza l'esasperazione trasformando la reazione violenta del derubato in un feticcio di autodifesa legittima a prescindere, occultando così la propria incapacità di offrire una sicurezza sistemica e pubblica. La sinistra, specularmente, si arrocca in un moralismo giurisdizionale che liquida il terrore quotidiano della vittima come un deficit di cultura democratica, ignorando la responsabilità politica della gestione dell'ordine pubblico. Il risultato è un'anestesia del pensiero critico: il dibattito viene ridotto a uno scontro binario tra colpevolezza e innocenza, mentre il vero imputato – lo Stato inadempiente – rimane fuori dall'inquadratura.
In questo quadro, le masse, private di strumenti interpretativi complessi e costantemente sollecitate dai media, si uniformano al coro. Il "belare" a favore o contro una delle parti non è che il sintomo di una regressione cognitiva. L'opinione pubblica si trasforma in un tribunale permanente e incompetente, dove non si cerca la verità giuridica ma la conferma del proprio pregiudizio ideologico. Si perde così la capacità di cogliere il nucleo tragico dell'evento: ogni volta che un cittadino è costretto a farsi giudice ed esecutore in una manciata di secondi, la civiltà ha già perso. Il processo penale che ne segue a carico della vittima diventata colpevole non è che l'autopsia di un fallimento sociale precedentemente consumato.
La nausea e la stanchezza di fronte a tali dinamiche, per me, rappresentano un peso sempre più difficile da sostenere. Affinché lo Stato mantenga la sua autorevolezza, la richiesta di obbedienza alle leggi deve procedere di pari passo con l'effettiva capacità di proteggere i consociati. Finché il dibattito rimarrà ostaggio della propaganda e della reazione emotiva, la politica continuerà a nutrirsi dei sintomi del proprio declino, lasciando il cittadino sempre più solo, sospeso tra la minaccia della violenza e il delirio della difesa privata.

Posted

19 Jul 2026

Pensieri e riflessioni


Antonio Martone



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