Solitudine creativa, custodia della conoscenza e spazi interiori della creazione
C’è un silenzio che chiede quiete. E un altro che chiede segretezza.
Nella Certosa di Trisulti, tra le sale riccamente decorate che catturano lo sguardo del visitatore, un’immagine rischia di passare inosservata. Non domina la scena, non reclama attenzione. È discreta, mimetica. Eppure è una delle più eloquenti.
Il dipinto di Filippo Balbi, Monaco certosino tra fogli con iscrizioni, (1857-1865), raffigura un religioso che porta l’indice alle labbra. Il gesto è netto, ma silenzioso.
Non si impone allo sguardo del turista, che tende piuttosto a perdersi nell’insieme degli affreschi, nelle architetture, nella ricchezza decorativa. Proprio come accade con il silenzio autentico: non seduce, non conquista, non si espone. Si lascia trovare solo da chi rallenta.
Perché gli dèi non salvano il mondo (ma l’uomo sì)
C’è una domanda che attraversa il nostro tempo con la stessa ostinazione con cui attraversa la Divina Commedia: perché il sacro tace proprio quando il mondo sembra averne più bisogno?
Non è una domanda teologica, né astratta. È una domanda esistenziale, che nasce quando il dolore non trova risposta e la preghiera sembra rimbalzare contro un cielo vuoto.
È riaffiorata, un paio di giorni fa, con una semplicità disarmante, durante uno degli incontri di approfondimento sulla Divina Commedia condotti da Michele Addante.
Quando gli dèi diventano terapia: i miti come mappe dell’anima
Gli antichi usavano il mito come una bussola per orientarsi nel caos della vita. Oggi, in un’epoca satura di spiegazioni e povera di senso, tornare al mito significa restituire profondità all’esperienza, riascol-tare la voce dell’anima quando parla in immagini. Jung lo sapeva bene: i miti sono “narrazioni dell’in-conscio collettivo”, figure archetipiche che continuano a muoversi dentro di noi. Non sono ricordi della civiltà: sono forze psichiche vive.
Il mito è una forma di conoscenza che non ragiona per concetti, ma per simboli. Dove la scienza chiede prove, il mito offre immagini; dove la psicologia clinica indaga i sintomi, il mito restituisce significati. Non perché sia meno profondo, ma perché parla un linguaggio più antico, capace di toccare le radici emotive prima ancora della mente.
Un mistero da duemila anni interroga la fede e la ragione: la Resurrezione di Cristo. Evento fondante per il cristianesimo, essa si presenta anche come simbolo universale, ponte tra le religioni, il pensiero filosofico e l’interiorità umana. Non è forse la resurrezione – in ogni sua forma – il segno più profondo del desiderio dell’uomo di vincere la morte, o meglio di trasfigurarla?