Tra i due continenti non passa soltanto l’acqua: passano i destini. Il Meltemi li svela, come un velo nel vento, tra il canto del muezzin e la memoria dei ponti.
Soffia da nord-ovest un vento antico: i Greci lo chiamavano etesio, i Turchi “meltem”. Non porta soltanto sollievo alle estati del Bosforo: porta storie. È in questa corrente d’aria – che sa di sale e di rame, di spezie del Gran Bazar e di ruggine dei traghetti – che Franca Colozzo ha immerso il suo romanzo. Architetta di mestiere e di sguardo, viaggiatrice per vocazione, docente in terra d’Anatolia per anni formativi e decisivi, Colozzo costruisce Meltem.
Un romanzo di Maria Teresa Infante sull’accettazione, sulla essenza delle cose, sulle scelte di vita che nell’incalzare della trama si offre come testimonianza di una condizione antropologica, allargata dal Tavoliere delle Puglie al Mediterraneo
L’Autrice è dotata di una grande, genotipica ambizione che, finora, non si è manifestata all’apogeo delle proprie potenzialità, in quanto frenata soprattutto da fattori esterni.
Maria Teresa dovrebbe adottare un po’ più di sano cinismo e lucido calcolo, onde catalizzare il suo comunque “inarrestabile crescendo”! Dovrebbe ascoltare “Il richiamo”. Il richiamo della foresta è il titolo di un noto romanzo di Jack London (in ingl. The call of the wild, 1903), divenuto proverbiale per indicare l’insorgere del primitivo istinto selvaggio nell’animale che si sia per qualche tempo accostato alla civiltà e all’uomo, e per traslato, la prepotente nostalgia che può sentire una persona di tornare a un modo di vita più libero e naturale.