Massimo Massa

Guerre e tensioni internazionali: le vite dietro i conflitti

Quando sentiamo parlare di guerre, spesso le imma-gini scorrono veloci: mappe, numeri, aggiornamenti continui. Tutto sembra lontano, quasi irreale.
Eppure, dall’altra parte di quello schermo, ci sono vite che non possono essere messe in pausa. Ci sono bambini che si addormentano con la paura e si svegliano senza sapere se la loro casa esisterà an-cora.
È difficile immaginare cosa significhi crescere in un luogo dove il pericolo è costante. Un bambino do-vrebbe pensare a giocare, a imparare, a sognare il futuro. Invece, in guerra, impara prima di tutto a avere paura. Impara a riconoscere i suoni delle sirene, a correre verso un rifugio, a stringere forte la mano di un genitore come unica certezza in mezzo al caos.
Ci si chiede spesso come sia possibile abituarsi a tutto questo. Forse non ci si abitua davvero. Forse si impara solo a convivere con qualcosa che non dovrebbe esistere.
E mentre il mondo discute, analizza e commenta, milioni di persone continuano a vivere sospese, in attesa che qualcosa cambi.

Il coraggio di mostrare l'orrore per cambiare la storia

Mamie: la madre che ruppe il silenzio e la verità che sconvolse l’America

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Un delitto che sconvolse l’America
Ci sono storie che non si limitano a essere raccontate: ti attraversano, ti mettono a disagio, ti obbligano a scegliere da che parte stare. Quella di Mamie Till-Mobley è una di queste.
Estate del 1955, Mississippi. L’America è formalmente libera, ma nella pratica è ancora incatenata alla segregazione razziale. In quel contesto, Emmett Till, un ragazzo afroamericano di appena 14 anni, originario di Chicago, va a trovare dei parenti nel Sud. Non tornerà mai a casa.
Accusato di aver rivolto una parola o un gesto “inappropriato” a una donna bianca, Emmett viene rapito, torturato e ucciso brutalmente. Il suo corpo, sfigurato e irriconoscibile, viene recuperato giorni dopo nelle acque del fiume Tallahatchie.
A questo punto entra in scena sua madre, Mamie Till-Mobley. Ed è qui che la storia smette di essere “solo” una tragedia e diventa un atto politico, civile, rivoluzionario.

Parveena Ahangar. Il coraggio che nasce dal dolore

Dal dolore di una madre alla resistenza civile, dal coraggio alla forza morale di una donna contro l’oblio: la lunga battaglia per la verità nel Kashmir

C’è un punto, nella storia di ogni conflitto, in cui i numeri smettono di essere comprensibili. Le stati-stiche diventano fredde, impersonali. È in quel punto che servono i volti. E tra i volti del Kashmir, quello di Parveena Ahangar è impossibile da dimenticare.
Nel 1990, suo figlio Javed Ahmad Ahangar viene prelevato dalla propria casa dalle forze di sicurezza indiane. Da quel giorno, di lui non si saprà più nulla. Nessun corpo, nessun processo, nessuna verità ufficiale. Solo un vuoto. Un vuoto che, come accade in molte aree segnate da conflitti irrisolti, diventa una condanna che dura decenni.

Susana Trimarco, la madre che ha inchiodato un Paese alle sue responsabilità

Tra processi, ferite e conquiste, resta una fotografia. Non una reliquia, ma un appello: finché non c’è verità, non c’è pace.

C’è un dettaglio che ritorna, quasi sempre, nelle immagini pubbliche di Susana Trimarco: non è lo sguardo puntato verso i microfoni, né la severità composta di chi ha imparato a misurare le parole. È la fotografia di sua figlia. Un volto giovane stampato su un cartello, o in una cornice tenuta stretta come si tiene una cosa fragile e, insieme, indispensabile. Marita” Verón scompare il 3 aprile 2002 a San Miguel de Tucumán, in Argentina. Da quel giorno, per Trimarco la vita si divide in due: prima e dopo. E il “dopo” non è solo dolore privato, ma una lotta che costringe un Paese a guardare in faccia la tratta di persone.

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