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Srebrenica / Potočari – Ogni anno, l’11 luglio, il silenzio cala sul memoriale di Potočari, tra le colline della Bosnia orientale. Migliaia di lapidi bianche, allineate e tutte uguali, raccontano una storia che l’Europa non può dimenticare. Ogni nome inciso è una vita interrotta nel luglio del 1995. Tra quelle file, una donna minuta, con il capo coperto da un velo bianco, continua a camminare e a cercare. È Munira Subašić, simbolo della memoria e della giustizia per le vittime del genocidio di Srebrenica. Non è solo un gesto rituale. È una forma di resistenza. Perché per lei, e per molte altre donne, la guerra non è mai finita davvero.
Munira non è solo una sopravvissuta. È una madre. Una madre che ha perso il figlio Nermin e il marito Hilmo quando, nel luglio del 1995, le forze serbo-bosniache entrarono in quella che le Nazioni Unite avevano dichiarato “zona sicura”. Da allora, la sua vita è cambiata per sempre. Ma Munira ha scelto di non restare prigioniera del lutto, trasformando la perdita in testimonianza pubblica e impegno civile, una battaglia ostinata per la verità e la giustizia.
La nascita di una voce collettiva
Dopo la guerra, Munira è diventata presidente dell’associazione “Madri di Srebrenica”, che riunisce le donne sopravvissute al massacro, madri, mogli, sorelle che hanno perso tutto.
«Non cerchiamo vendetta, cerchiamo verità e giustizia», ha ripetuto più volte.
L’associazione ha avuto un ruolo decisivo nel sostenere la ricerca della verità e nell’accompagnare il lungo percorso giudiziario che ha portato all’incriminazione e alla condanna di alcuni dei principali responsabili del genocidio, mantenendo viva, negli anni, l’attenzione della comunità internazionale su Srebrenica e sulle ferite ancora aperte della Bosnia ed Erzegovina.
Il volto umano del genocidio
Quando si parla di Srebrenica, si citano numeri: oltre 8.000 uomini e ragazzi uccisi. Ma i numeri non bastano a raccontare l’abisso. Il genocidio è anche, e soprattutto, fatto di vite spezzate, figli che non sono tornati, mariti scomparsi, famiglie cancellate.
Munira ha vissuto per anni nell’incertezza. Non sapere dove siano i propri cari, non poterli seppellire, non avere un luogo su cui piangere; è una forma di violenza che si prolunga nel tempo tra speranza e disperazione.
Molti corpi sono stati ritrovati solo dopo decenni, spesso in fosse comuni secondarie, spostati per nascondere le prove. Per questo, la ricerca della verità è diventata una missione quotidiana; identificare i resti, restituire un nome alle vittime, garantire una sepoltura dignitosa. Ma anche contrastare il negazionismo, ancora presente in alcune aree dei Balcani.
Dal dolore alla testimonianza
Nel dopoguerra, mentre il Paese cercava faticosa-mente di ricostruire una convivenza, Munira ha imboccato la strada della memoria, trasformando il dolore privato in testimonianza pubblica. Esporsi, parlare, raccontare significa rivivere continuamente il dramma e affrontare resistenze, ostilità, silenzi. È proprio in questa scelta che si misura il suo coraggio: dare al proprio lutto una voce collettiva. Non una voce neutra, ma una voce che interroga, che accusa, che chiede.
La giustizia come percorso
Le condanne dei responsabili del genocidio segnano passaggi fondamentali. Ma per Munira la giustizia non si esaurisce nelle aule dei tribunali. “La giustizia è quando ogni madre trova i resti di suo figlio”.
È una definizione semplice e radicale, che riporta tutto alla dimensione umana. Finché anche una sola madre resterà senza risposta, la giustizia rimane incompleta.
Munira Subašić non ha mai smesso di parlare, nemmeno quando le sue parole risultavano scomode. Ha denunciato le responsabilità politiche, i ritardi, le omissioni della comunità internazionale. Ha ricordato che Srebrenica era sotto la protezione dell’ONU. Il suo è un richiamo costante non solo alla memoria, ma alla responsabilità.
Ha incontrato leader politici, partecipato a conferenze internazionali, parlato a studenti e giovani generazioni. La sua figura è diventata un punto di riferimento globale. Non solo per ciò che rappresenta, ma per ciò che continua a chiedere.
Il peso del negazionismo
A più di trent’anni dai fatti, Srebrenica resta una ferita aperta. In alcune aree, il genocidio viene minimizzato o negato. E il negazionismo non è solo una questione storica, è una violenza che si rinnova. Colpisce le vittime una seconda volta. È qui che la voce di Munira diventa indispensabile. Perché ricordare non è solo un atto del passato, ma una difesa del presente.
Il fallimento dell’Europa
Srebrenica è anche una storia europea. Una storia di promesse non mantenute. La città era stata dichiarata “zona sicura”. Eppure, la protezione non è mai arrivata. Questo fallimento pesa ancora oggi sulla coscienza delle istituzioni internazionali e Munira lo ricorda senza retorica, ma con fermezza. Le sue parole sono un monito: l’indifferenza può essere complice.
Il coraggio quotidiano
Nel contesto della rubrica “Madri coraggio”, la sua storia assume un valore esemplare. Il suo non è un coraggio spettacolare. È fatto di continuità. È il coraggio di tornare ogni anno a Potočari, di parlare anche quando fa male, di affrontare chi nega. Un coraggio silenzioso, ma incrollabile.
Srebrenica non è solo passato. È una domanda sul presente.
Come è stato possibile? Perché non è stato fermato? Può accadere di nuovo? Munira risponde con la sua stessa vita pubblica. La memoria, per lei, non è commemorazione rituale, ma impegno civile. “Se dimentichiamo, allora siamo complici».
Oltre il dolore
C’è un elemento che rende la sua storia ancora più potente; è la capacità di non trasformare il dolore in odio. Munira parla di giustizia, non di vendetta. È una scelta difficile, ma è lì che si intravede la possibilità di un futuro diverso. In una Bosnia ancora attraversata da divisioni, questa posizione è una forma di resistenza morale.
Una voce per il mondo
Oggi Munira Subašić è una voce riconosciuta a livello internazionale. Ma il suo messaggio resta essenziale; ciò che è accaduto a Srebrenica non è incomprensibile né irripetibile. È il risultato di dinamiche; odio, propaganda, indifferenza, che possono tornare. Ed è per questo riguarda tutti.
Tra le lapidi di Potočari, il silenzio è pieno. Pieno di nomi, di storie, di assenze. Munira Subašić è una di quelle voci che tengono aperta quella memoria., non perché parli più forte, ma perché non ha mai smesso di parlare. In un tempo che tende a dimenticare in fretta, la sua presenza è un invito a fermarsi. A guardare. A capire.
E soprattutto, a non voltarsi dall’altra parte: Perché il coraggio, quello vero, non cancella il dolore. Lo attraversa. E lo trasforma in memoria viva.