BARI. Marco ha ventisette anni, una laurea in ingegneria e un contratto a tempo determinato in un’azienda informatica. Guadagna 1.500 euro al mese. “Sulla carta sto bene”, racconta, “ma tra affitto, bollette e spesa, a fine mese mi restano forse 100 euro. Non riesco a mettere nulla da parte”. La sua non è una vicenda isolata, ma il ritratto sempre più nitido di una generazione che studia, si forma, lavora e investe su se stessa, senza tuttavia riuscire a conquistare una piena autonomia.
In Italia, per molti giovani, il problema non è più soltanto accedere al mercato del lavoro, ma riuscire a ricavare da quel lavoro le condizioni minime per una vita dignitosa, stabile e libera.
Il nodo centrale risiede nel divario sempre più marcato tra salari e costo della vita. Le retribuzioni d’ingresso risultano spesso inadeguate rispetto alle spese ordinarie, soprattutto per chi vive nei centri urbani o tenta di emanciparsi dal nucleo familiare. L’abitazione costituisce il capitolo più gravoso; l’affitto assorbe in molti casi una quota sproporzionata del reddito mensile, rendendo di fatto impraticabile l’ipotesi di vivere da soli senza un sostegno esterno o senza la necessità di condividere gli spazi con altri. Giulia, ventiquattro anni, studentessa lavoratrice, racconta di dividere la casa con altre due coinquiline non per scelta, ma per necessità. “Se vivessi da sola”, dice, “spenderei quasi tutto quello che guadagno. Non avrebbe senso”. È in questa frattura che la normalità, un impiego, una casa, una modesta capacità di risparmio, smette di apparire un traguardo ordinario e assume i contorni di un privilegio riservato a pochi.
A rendere il quadro ancora più fragile non è soltanto l’esiguità delle retribuzioni, ma la persistente incertezza che caratterizza il lavoro giovanile. Contratti a termine, stage mal retribuiti, collaborazioni brevi, percorsi professionali intermittenti; tutto concorre a produrre una condizione di instabilità che impedisce qualunque pianificazione di lungo periodo. Senza continuità economica, diventa arduo immaginare un futuro, accendere un mutuo, costruire una famiglia, o anche solo affrontare con serenità le spese dei mesi successivi. A ciò si è aggiunto, negli ultimi anni, l’effetto corrosivo dell’inflazione, che ha eroso ulteriormente il potere d’acquisto. Il rincaro dei beni essenziali, delle utenze e dei trasporti ha aggravato una situazione già di per sé precaria. “Prima riuscivo almeno a risparmiare qualcosa”, racconta ancora Marco. “Adesso no. Devi sempre rinunciare a qualcosa”. In questa rinuncia continua si condensa la percezione diffusa tra molti under trentacinque, quella di una vita sospesa, esposta all’imprevisto, priva di margini di sicurezza e incapace di trasformare l’impegno in stabilità.
Il costo della vita, dunque, non è soltanto una questione economica, ma una delle principali emergenze sociali e generazionali del nostro tempo. Quando una parte così ampia di giovani non riesce a diventare indipendente, non si produce soltanto un disagio individuale, ma si incrina il tessuto stesso della società. Si ritardano le scelte decisive, si posticipano i progetti familiari, si riducono i consumi, si affievolisce la mobilità sociale e si consolida una dipendenza sempre più lunga dalla famiglia d’origine. Ne deriva un sistema bloccato, nel quale il merito rischia di essere subordinato alle condizioni di partenza e in cui il sostegno familiare finisce per sostituirsi, di fatto, alle garanzie che il lavoro dovrebbe offrire.
A tutto questo si aggiunge un’altra conseguenza sempre più evidente; molti giovani, soprattutto i più preparati e qualificati, scelgono di trasferirsi all’estero alla ricerca di stipendi più alti, maggiori prospettive professionali e condizioni di vita più sostenibili. È la cosiddetta fuga dei cervelli, un fenomeno che costituisce una perdita profonda e strutturale per l’Italia, poiché priva il Paese di energie, competenze, capacità progettuale e capitale umano qualificato. Ogni partenza non rappresenta soltanto una scelta individuale, ma anche il segnale di una fiducia incrinata nel futuro nazionale. Quando chi ha studiato, investito e costruito competenze decide di altrove cercare riconoscimento e opportunità, il Paese non perde soltanto talenti, perde innovazione, competitività, dinamismo sociale e una parte rilevante delle proprie possibilità di crescita.
“Ci sentiamo bloccati”, dice Giulia. “Non è che non vogliamo costruire qualcosa. È che spesso non possiamo permettercelo”. In queste parole si coglie forse il nucleo più autentico del problema: la volontà e l’ambizione presenti nelle nuove generazioni si scontrano con la difficoltà concreta di convertire studio, fatica e responsabilità in un’esistenza autonoma.
Ed è proprio qui che la questione giovanile smette di riguardare soltanto i giovani e interpella il Paese nel suo insieme. Perché una società nella quale lavorare non basta più per vivere, nella quale la competenza non garantisce sicurezza e nella quale partire diventa spesso l’unica via per restare fedeli alle proprie aspirazioni, è una società che deve interrogarsi seriamente sul proprio modello di sviluppo, sul valore attribuito alle nuove generazioni e sulla qualità del futuro che intende costruire.