Ci sono case che proteggono dal mondo e case che, a un certo punto, decidono di aprirsi al mondo.
Quella di Felicia Bartolotta Impastato, a Cinisi, appartiene alla seconda categoria. Per anni da quella porta sono passati giornalisti, studenti, magistrati, attivisti, giovani arrivati da ogni parte d’Italia. Felicia li accoglieva e raccontava. Raccontava suo figlio Pep-pino, la sua ribellione, la mafia del paese, gli uomini che ne avevano deciso la morte. E continuava a farlo perché nessuno potesse cancellarlo una seconda volta.
Non era sempre stata così.
Felicia era nata a Cinisi, in provincia di Palermo, il 24 maggio 1915, primogenita di una famiglia della piccola borghesia locale. Aveva frequentato la scuola soltanto fino alla quarta elementare e aveva trascorso gran parte della propria giovinezza all’interno di una società nella quale alle donne veniva chiesto soprattutto di rispettare ruoli, convenzioni e silenzi. Nel 1947 sposò Luigi Impastato, appartenente a una famiglia legata alla mafia locale. Un anno dopo, il 5 gennaio 1948, nacque Giuseppe, che tutti avrebbero conosciuto come Peppino Impastato.
Felicia si ritrovò così a vivere una contraddizione che avrebbe segnato tutta la sua esistenza: da una parte il marito e un ambiente familiare profondamente intrecciato con il sistema mafioso di Cinisi; dall’altra quel figlio che, crescendo, avrebbe deciso di combattere proprio quel mondo.
Nella famiglia c’era anche Cesare Manzella, capomafia di Cinisi e cognato di Luigi Impastato, ucciso nel 1963 dall’esplosione di un’automobile imbottita di tritolo. Dopo la sua morte, tra gli uomini più potenti del territorio emerse Gaetano Badalamenti. Felicia non vedeva di buon occhio i rapporti del marito con lui e, secondo la ricostruzione conservata da Casa Memoria, arrivò più volte a scontrarsi con Luigi per le sue frequentazioni.
Poi Peppino cominciò a parlare. E per una madre cominciò una paura diversa.
Un figlio che aveva scelto di non tacere
Peppino era cresciuto proprio dentro quel mondo, ma aveva scelto di rinnegarne le regole. Ancora giovanissimo ruppe con il padre e iniziò un’attività politica e culturale apertamente antimafiosa. Nel 1965 fondò il giornale L’Idea socialista; negli anni successivi partecipò alle lotte sociali del territorio, diede vita al gruppo Musica e cultura e nel 1977 fondò Radio Aut, una radio libera dalla quale denunciava gli affari dei mafiosi di Cinisi e Terrasini.
Con Onda pazza, la sua trasmissione più celebre, utilizzava persino la satira per ridicolizzare boss e uomini di potere. Il bersaglio principale era proprio Gaetano Badalamenti.
Felicia vedeva tutto questo con l’angoscia di una madre che conosceva molto bene gli uomini contro i quali suo figlio aveva deciso di combattere.
Tentò anche di fermarlo.
Quando seppe che Peppino aveva scritto un articolo sulla mafia per L’Idea socialista, cercò di convincerlo a non pubblicarlo. Non perché non comprendesse quello che suo figlio stava dicendo, ma perché sapeva quale prezzo avrebbe potuto pagare.
Per anni si trovò sospesa tra la paura e l’orgoglio, tra il desiderio di proteggere Peppino e la progressiva consapevolezza che quel figlio aveva scelto una strada dalla quale non sarebbe tornato indietro.
Quando Luigi Impastato cacciò Peppino di casa, Felicia si schierò in sua difesa. Quello scontro familiare durò anni. Luigi morì nel settembre 1977. Otto mesi dopo sarebbe morto anche Peppino.
9 maggio 1978
Nella notte tra l’8 e il 9 maggio 1978, Peppino Impastato venne assassinato.
Il suo corpo fu adagiato sui binari della ferrovia Palermo-Trapani e fatto esplodere con una carica di tritolo. Aveva trent’anni e si era candidato alle elezioni comunali con Democrazia Proletaria.
Ma alla violenza dell’omicidio si aggiunse quasi immediatamente un’altra violenza.
Quella contro la sua memoria.
Le prime ricostruzioni presentarono Peppino come un attentatore morto mentre cercava di compiere un’azione terroristica; successivamente prese corpo anche l’ipotesi del suicidio. Le case della madre, della zia e degli amici di Peppino furono perquisite, mentre i suoi compagni vennero interrogati.
Per Felicia non significava soltanto aver perso un figlio.
Significava sentirlo accusare quando non poteva più difendersi.
Ed è qui che la sua storia cambia.
La donna che per anni aveva chiesto al figlio di essere prudente comprese che adesso spettava a lei fare ciò che Peppino aveva fatto per tutta la vita: parlare.
Soltanto sette giorni dopo l’omicidio, il 16 maggio 1978, Felicia e l’altro figlio Giovanni presentarono un esposto alla Procura indicando Gaetano Badalamenti come mandante dell’assassinio. Insieme ai compagni di Peppino e al Centro siciliano di documentazione, la famiglia ruppe pubblicamente con la parentela mafiosa e contribuì a impedire che la versione dell’attentato o del suicidio diventasse la verità ufficiale sulla morte di Peppino.
Fu una scelta enorme.
Per comprenderla bisogna immaginare non soltanto la mafia dei grandi delitti, ma quella quotidiana dei paesi: le relazioni familiari, le conoscenze, il vicinato, gli sguardi, le parole non dette. Felicia non denunciava un nemico lontano. Denunciava uomini che appartenevano al mondo nel quale aveva trascorso l’intera vita.
Nessuna vendetta
Eppure c’è un altro aspetto che rende straordinaria la sua vicenda.
Felicia non scelse la vendetta.
Davanti alla morte del figlio decise che la sua battaglia sarebbe stata condotta attraverso la parola, la denuncia e la giustizia.
Casa Memoria ricorda una sua frase che sembra racchiudere l’intera seconda parte della sua esistenza: “Ogni volta che vengono giornalisti, io parlo di mio figlio perché tutti devono sapere”.
È probabilmente questa la vera rivoluzione di Felicia.
Parlare.
In un sistema nel quale il silenzio protegge il potere mafioso, una madre che racconta diventa pericolosa.
Felicia cominciò ad aprire la propria casa. Accoglieva chi voleva conoscere Peppino, raccontava ciò che aveva visto e ciò che sapeva, ricostruiva vicende familiari e rapporti che avrebbero assunto anche rilevanza nelle successive indagini. La sua abitazione divenne progressivamente un punto di riferimento per l’antimafia civile, soprattutto per i giovani.
Il suo lutto aveva smesso di essere soltanto privato.
Era diventato testimonianza.
Ventiquattro anni per arrivare alla verità
La strada verso la giustizia fu lunghissima.
Nel 1984 una sentenza riconobbe finalmente la matrice mafiosa dell’assassinio, senza tuttavia identificarne i responsabili. Nel 1992 il caso venne nuovamente archiviato. Due anni dopo il Centro Impastato chiese la riapertura dell'inchiesta; nel 1996 nuove dichiarazioni consentirono di riavviare formalmente le indagini.
Felicia era ancora viva.
Aveva ottantasei anni.
Aveva aspettato quasi un quarto di secolo perché una sentenza dicesse ciò che lei aveva avuto il coraggio di dire già pochi giorni dopo la morte del figlio.
Felicia continuò.
Continuò quando sarebbe stato più semplice arrendersi. Continuò mentre gli anni passavano e le speranze di ottenere una sentenza sembravano allontanarsi.
Nel 1986 la sua testimonianza era intanto diventata anche un libro, La mafia in casa mia, realizzato con Anna Puglisi e Umberto Santino: un titolo che raccontava con impressionante semplicità la condizione nella quale Felicia aveva vissuto.
Nel 1998 la Commissione parlamentare antimafia istituì un comitato sul caso Impastato e nel dicembre 2000 approvò una relazione dedicata anche alle responsabilità istituzionali nel depistaggio delle prime indagini.
Poi arrivarono le sentenze.
Il 5 marzo 2001, Vito Palazzolo venne condannato a trent’anni di reclusione.
L’11 aprile 2002, quasi ventiquattro anni dopo l’assassinio di Peppino, Gaetano Badalamenti venne condannato all’ergastolo come mandante dell’omicidio.
La porta che doveva restare aperta
Felicia Bartolotta Impastato morì il 7 dicembre 2004, a 89 anni.
Ma prima di morire lasciò ai familiari una richiesta: quella casa doveva continuare a rimanere aperta.
La promessa fu mantenuta.
Dalla primavera del 2005 l’abitazione della famiglia è diventata Casa Memoria Felicia e Peppino Impastato, luogo dedicato alla memoria, all’educazione e all’impegno antimafia. Nel 2012 è stata riconosciuta come bene culturale dalla Regione Siciliana.
È difficile immaginare un’eredità più coerente con la vita di Felicia.
La mafia costruisce porte chiuse.
Lei ne lasciò una aperta.
Aveva vissuto buona parte della propria esistenza in una cultura nella quale alle donne veniva insegnato a non interferire negli affari degli uomini e nella quale il potere mafioso pretendeva silenzio persino davanti alla morte.
Alla fine della sua vita era diventata esattamente il contrario: una donna che raccontava, una madre che accusava, una casa nella quale chiunque poteva entrare per conoscere la verità.
Felicia non aveva scelto di diventare un simbolo.
Avrebbe certamente preferito essere semplicemente la madre di un figlio vivo.
Ma quando quel figlio le fu strappato, scelse cosa fare del dolore che le era rimasto.
Non lo trasformò in odio.
Non lo nascose.
Non accettò che il tempo facesse dimenticare.
Lo trasformò in memoria.
E la memoria, nelle mani di una madre che non ha più paura di parlare, può diventare una delle forme più potenti del coraggio.