Senza che ce ne accorgiamo siamo immersi in meccanismi di numerose e differenti intelligenze artificiali, ormai inserite in ogni pratica quotidiana della vita, per cui è divenuto necessario, quasi urgente, parlarne per addentrarci nel loro funzionamento e sapere interagire in maniera costruttiva. Qui, senza cedere a tecnicismi, ma fondando l’argomentazione su riferimenti accademici aggiornati, si vuole presentare il rapporto tra il linguaggio umano e il linguaggio algoritmico delle IA in riferimento alla scrittura creativa.
In ogni campo sono le benvenute, tutti ne conosciamo i benefici e in certi settori sono pure indispensabili, nella scrittura creativa, invece, pur essendo utili, se ben usate, sollevano qualche incertezza.
Ultimamente si è diffusa per accettazione e convenienza operativa poiché fornisce stimoli e arricchimento, tuttavia, considerato che questa attività esula dal calcolo meccanicistico, si è venuta a creare una grossa frattura: da una parte l’essere umano, con il suo vissuto e i suoi sentimenti a dettare i suoi versi, dall’altra la macchina che non può provare emozioni, ma ben addestrata dalle LLM (modelli con reti neurali che imparano mentre leggono), riesce a fornire risposte scegliendo i vocaboli in base al maggior numero di volte che ha trovato quel determinato concetto. L’IA non memorizza i testi ma impara a predire le parole più probabili in base al contesto. Il suo è un “ragionamento”, meglio dire un processo probabilistico e per completare una frase contenente la parola “gatto” non cerca una frase identica, ma salta da un punto all’altro nella sua mappa, dove appare “Tetto”, “albero”, “topo”, mentre il linguaggio umano, specialmente quello letterario e filosofico, abita una dimensione creativa di apertura a “l’oltre” che la macchina ancora non può replicare.
Quando si chiede alla IA di scrivere sentimenti, lei non si rifiuta, si tuffa vorticosamente su milioni e milioni di dati digitalizzati dall’uomo e, scorrendo vorticosamente mappe di parole in base a come le ha trovate in letture precedenti, tira fuori una risposta. L’intelligenza artificiale risponde sempre, produce sempre qualcosa, anche quando le si chiede di parlare di processi di coscienza e di sentimento (aspetti non attribuibili a una macchina); anche in questo caso si affida al suo solito selezionatore di dati trasformando le parole in numeri, in codici decimali, poi in sistema binario -0-1- (per esempio la parola CASA trasformata in numerazione a base 2 (codifica dei caratteri ASCII) sarà: C=01000011 A=01000001 S=01010011 A=01000001, poi trasformerà CASA in TOKEN, cioè in pezzi di testo Tokenizzazione → 18425 che è una trasformazione matematica, un vettore di numeri. Questa parentesi per dire che la macchina non pensa anche se scrive versi).
La macchina non può essere intelligente, o meglio è una intelligenza numerica e statistica basata, semplificando, sul “SÌ” e sul “No” dove se sì va qui, se no cambia direzione e se non trova neppure là, pur di offrire una risposta, interpreta diversamente la domanda, si arrampica sugli specchi, ne modifica persino la radice e talvolta fornisce risposte bizzarre.
Tornando alla poesia bisogna riconoscere una distinzione: da una parte lo strumento tecnologico con la sua IA, gestita da granelli di silicio, e dall’altra l’uomo pensante che scrive per spinta emozionale, con la sua consapevolezza. In aggiunta il poeta preparato tecnologicamente può mettere in azione anche sue interrogazioni alla IA per ricevere ulteriori spunti, ma solo se queste sono ben dettagliate tra i due s’instaura una stretta collaborazione e può nascere ancora Poesia. Un punto importantissimo è il saper porre domande particolareggiate per non far cadere l’IA in abbagli ed errori; l’ideale sarebbe un rimaneggiamento vicendevole dei risultati. Certo che nessun responso dovrebbe essere usato con un copia-incolla, ma come enciclopedia immediata, pur fragile, e soggetta ad errori. In base a questo punto problematico sorgono alcuni interrogativi. Ne analizziamo qui i più comuni:
• Cosa può accadere alla Poesia quando una macchina è in grado di produrre versi?
• Qual è il rischio per l’arte?
• Si può parlare di originalità in una poesia prodotta dall’IA?
• Che cosa accade alla Poesia quando una macchina è in grado di produrla?
Innanzitutto bisogna dire che una macchina produce poesia solo se qualcuno gliel’ha saputa chiedere, se no produce pasticci, quindi già alle sue spalle ci dev’essere un poeta e pur se la macchina produce buoni versi, all’Arte Poetica non accadrà nulla, questa continuerà alta e imperturbabile per voce e per mano dei poeti. Entrambe potranno convivere, dice prof. Flòridi, come le pizze surgelate non hanno fatto chiudere i forni di pizzeria artigianale.
Inoltre la poesia non coincide semplicemente con una sequenza di parole, pur se ben assemblate, la poesia vera ha in sé l’animo del poeta e il suo vissuto, le sue gioie e le sue ferite, mentre l’IA è uno strumento inerte, un assistente a disposizione, sta lì muto, e non parla se non interrogato.
È l’uomo che decide il click, che sceglie l’argomento e poi individuerà ciò che vibra e ciò che è vuoto. Se l’essere umano saprà interrogare l’intelligenza artificiale con consapevolezza e spirito critico, e soprattutto se saprà lavorare come un artigiano sulle parole che essa offre, allora l’IA resterà uno strumento utile in mano all’uomo, non un sostituto. Non un nemico contro l’Arte.
La differenza sta nel pensare la domanda e questa è facoltà umana, assieme alla responsabilità della parola. L’IA può fornire materia grezza, suggerimenti, combinazioni inattese; ma il senso, la direzione, la necessità interiore restano umani.
Per questo, forse, la vera domanda non è “Che cosa accade alla poesia”, ma che cosa accade al poeta se questi abdica al proprio lavoro interiore e la macchina diventa una scorciatoia sterile per la sua pigrizia; di riflesso si avrebbe un inquinamento di testi senza valore (come pare ci sia da prima delle IA).
Qual è il rischio per l’arte e quando l’IA può danneggiarla?
L’intelligenza artificiale non è una minaccia per l’Arte se l’uomo che crea la usa come spunto e, senza rinunciare a pensare, rimaneggia, corregge e arricchisce quanto gli ha fornito. Per lui la macchina ha letto e sintetizzato migliaia di pagine, facendogli risparmiare tempo. Essa non sottrae la parola all’uomo: è l’uomo che talvolta gliela consegna per stanchezza o per pigrizia.
La pseudo “minaccia” non è data dalla capacità dell’IA di imitare forme poetiche consolidate o di crearne nuove, la minaccia è più sottile e più profonda, essa è interamente umana e riguarda l’uomo che si adagia sui testi ricevuti, senza aggiungere nulla di personale.
Riporto qui il parere della docente di letteratura contemporanea e Filosofia del Linguaggio presso l’Università Pontificia Salesiana di Roma, Cristiana Freni, che ha espresso pubblicamente, in un seminario online “C’è Poesia e PoesIA”, una riflessione tra umanità e tecnologia (2024), dove spiega la distinzione tra “segno” e “senso” e sottolinea come l’intelligenza artificiale, le LLM, operino su una logica di calcolo, trasformando il linguaggio umano in statistica pura. Ovvero, sceglie le parole per la risposta in base al maggior numero di volte che ha trovato quella determinata parola vicina ad un’altra, mentre il linguaggio umano, specialmente quello letterario e filosofico, abita una dimensione creativa di apertura a “l’oltre” che la macchina ancora non può replicare; essa non ha consapevolezza delle parole che sceglie, infatti, nello sfogliare turbinosamente milioni di zettabyte al secondo, prende frequenti abbagli.
Tuttavia la sua analisi non è di chiusura tecnologica, mira piuttosto a riportare l’attenzione sull’etica e sulla necessità di un umanesimo digitale, dove la tecnologia rimanga uno strumento integrato a servizio dell’espressività e della dignità umana; va solo saputa usare e l’uomo ne trarrà grande giovamento.
L’IA in poesia, simula la comprensione ma non ha logica, la sua bellezza e coerenza è del tutto causale; sicuramente è una buona piattaforma di spunti per creare un eccelso prodotto personale. Ascoltando le interviste al prof. Luciano Flòridi si può riportare che i dati offerti dalla macchina dovrebbero essere considerati come le mandorle in pasticceria: c’è chi ne fa un gâteau, chi dei pasticcini, chi una torta, chi un olio. Certo è che le mandorle hanno un gusto già formalmente gradevole anche senza essere lavorate e la macchina le assembla già in bei versi, ma questo non dovrebbe indurre l’uomo a non rimaneggiarle, a non aggiungerci un tocco personale accontentandosi di un prodotto base.
Qui sta il danneggiamento per l’Arte a causa dell’uomo pressapochista che non sa porre il prompt, la domanda, e non controlla il risultato, con il risultato di avere nel mare Web un’immensità di testi non abbastanza validi e una confusione tra produzione meccanica e produzione rivisitata, dal momento che, alla fine, tutto torna a rigirare nel calderone. Ma se l’uomo resta vigile e rimaneggia a suo gusto, insomma, ci aggiunge “di suo” la poesia non subirà alcun danneggiamento.
La poesia, in definitiva, non teme gli strumenti: teme soprattutto l’assenza dell’uomo che delega la produzione alla macchina e lui si limita a un copia-incolla meccanico senza correggerne prima i possibili errori.
L’IA non possiede esperienza vissuta però, leggendo miliardi di testi, associa col criterio della eventualità, la parola più adatta da far seguire alla precedente; funziona così, legge velocissimamente, scarta ciò che non le serve e prende ciò che più volte ha letto che si accompagna alla domanda che le hanno posto, fino costruire la risposta. Esempio: se la domanda contiene la parola triste e “occhi”, nel costruire il verso farà seguire “umidi”, “stanchi”, “malinconici”, non di certo “brillanti”.
Così procede per la scrittura di intere poesie, con lo scopo di completare le frasi in modo che abbiano una correttezza sintattica, cioè combinare parole in frasi che abbiano un senso compiuto, pur senza semantica, prive cioè di significato logico (es. fiori verdi dormono incolori sul balcone, è una frase sintatticamente corretta ma semanticamente priva di senso). L’intelligenza artificiale opera precisamente in questo modo: non verifica il senso e il significato, ma costruisce risposte per indagine statistica che suonino bene dal punto di vista formale. Il fatto che produca testi coerenti non significa che essa capisca nel senso umano del termine.
Cosa succede alla poesia se l’uomo distratto non sa verificare i contenuti offerti dalle diverse AI a sue domande pressapochiste
Se l’essere umano diventasse un consumatore “distratto”, ponesse domande vaghe, senza cura e precisione e smettesse di controllare ciò che la macchina gli offre, la poesia potrebbe correre tre rischi enormi:
la standardizzazione del testo, poiché pescando dai milioni di poesie già scritte, e non dall’esplorazione dell’animo umano, essa offrirà un prodotto industriale preconfezionato, la omologazione a uno standard medio dei prodotti consultati, restituendo un mix di parole poetiche trite e ritrite lasciandole nel superficiale;
la morte del particolare, dell’intimo personale e del mistero, in quanto la poesia è sostenuta anche da ciò che non viene detto, dal sottinteso, dai doppi sensi, dalle interruzioni nel linguaggio, invece l’intelligenza artificiale tende a voler essere esplicita, quasi a spiegare anche la metafora mentre la scrive, uccidendo il mistero. La conseguenza è che può fornire una poesia che non lascia spazio all’interpretazione del lettore;
l’inquinamento culturale con risposte copia della copia, se l’uomo distratto accetta tutto ciò che l’IA genera, allora inizieremo a nutrire le IA del futuro con testi scritti da IA del passato, con l’effetto che si crea un circolo vizioso dove le parole perdono il contatto con la realtà descritta dall’uomo nel primo documento. Potrà risultare la fotocopia di altre fotocopie ed essere sempre più sbiadita e priva di sensazioni (il profumo della pioggia, il dolore di un lutto, il calore di uno sguardo).
L’effetto potrebbe essere duplice, o che il poeta divenga più pigro, oppure, come in natura che ad ogni morte segue una rinascita, al chicco sotterrato un germoglio, può succedere che reagisca proponendo un ritorno all’artigianato. Potrebbe essere rivalutata anche la poesia scritta a mano, imperfetta, profondamente umana e che, come un disco in vinile, riacquisti un suo valore. L’ideale sarebbe considerare l’IA come “Pietra focaia”, non per farsi scrivere i versi ed essere trascritti pari pari, ma per farsi dare suggerimenti che solo la sensibilità umana, potrebbe trasformare in vera arte poetica.