Poesia e Filosofia: la responsabilità dell’io

Un percorso dall’ “io” poetico come coscienza e testimonianza fino alla sua crisi e ricostruzione contemporanea, tra frammentazione interiore e ricerca di una nuova autenticità

La parola è il destino del poeta.
In Fenomenologia e teologia Martin Heidegger so-stiene che la poesia si occupa di se stessa come possibile comunicazione d’esistenza e in Hölderlin e l’essenza della poesia rappresenta il linguaggio meta-forico ed evocativo della poesia come fondamento ontologico-esistenziale del comprendere; la poesia rappresenta l’unica possibilità del linguaggio stesso. Nell’atto poetico la parola supera il suo dire, è parola ortiva e come tale rappresenta l’essere nel darsi alla parola, è un pensare che è anche domandare: è un dire che è silenzio. Non è solo strumento di espressione al servizio del pensiero, ma qualcosa di donato all’uomo.

Scrivere poesia è l’esistere stesso del poeta.
La communis opinio non considera la poesia un atto serio, ma la relega a mero gioco linguistico di parole. Essa è invece la porta che permette all’ente e all’essere di manifestarsi di aprirsi nella parola. Il linguaggio poetico è l’evento non diverso da se stesso, è la suprema possibilità dell’essere-uomo.
Senza linguaggio l’uomo non ha la possibilità di portare a compimento la testimonianza di sé come ente storico: non l’uomo crea il linguaggio, ma è il linguaggio a essere signore dell’uomo.
Sempre Heiddeger interpreta il linguaggio come fenomeno originale “il cui aspetto specifico non si può dimostrare attraverso i fatti, ma può essere scorto in una esperienza NON preconcetta del linguaggio”. Esso è profondamente connesso con l’essere come dimora stessa dell’essere umano: scrivere per noi poeti è come tornare a casa.
Esso ha in sé la possibilità di condurre l’uomo nel dominio dell’essere e contemporaneamente del non-essere, perché in sé serba anche la possibilità dell’oblio dell’essere stesso.

La poesia non si avvale del linguaggio come materiale già presente, essa rende possibile un linguaggio nuovo, essa stessa è un linguaggio che nomina, istituisce l’essere e l’essere di tutte le cose. Conquista una sua autonomia agendo sul linguaggio e il linguaggio diventa così il luogo in cui il mondo esiste.
Come B. Croce nell’Estetica avrà modo di ribadire, la ricerca stesa della parola poetica si sottrae ad una “normalizzazione categorizzante” che limiterebbe “l’orizzonte di senso”: al contrario fa emergere l’essere dell’ente, senza necessariamente definirlo.
E allora più che mai possiamo affermare che la poesia e dunque l’io poetico ha una responsabilità?
Il cardinale Josè Tolentino de Mendoça, prefetto del dicastero per la cultura e l’educazione della Santa Sede, afferma che la poesia deve illuminare le contraddizioni, le problematiche, gli interrogativi del proprio tempo: “i poeti di tutte le epoche lo hanno fatto – scrive – e anche io ne sento la responsabilità”.
Allora la poesia è un esercizio di responsabilità nei confronti del proprio tempo. Rimbaud considerava il poeta un veggente, un testimone che ha il dovere di raccontare. Pessoa insegna che “il poeta è colui che crea la finzione in quanto il suo dolore non può essere detto in altro modo”. Emile Cioran riconosce che solo i poeti riescono a dire la ferita che ci abita, “la morte dell’anima”, il senso e l’essenza della nostra solitudine.
Shakespeare fa praticare ad Amleto, nell’Atto 3, la ricerca della verità dell’esistere stesso dell’uomo attraverso il linguaggio poetico:

Essere o non essere questo è il dilemma:
se sia più nobile nella mente soffrire
colpi di fionda e ardi d’atroce fortuna
o prender armi contro un mare d’affanni
e, opponendosi, por loro fine? Morire, dormire…
nient’altro, con un sonno dire che poniamo fine
al dolore del cuore e ai mille tumulti naturali
di cui è erede la carne: è una conclusione
da desiderarsi devotamente. Morire, dormire.


Leggendo questi versi leggiamo il dolore personale di Amleto che è anche però, grazie al linguaggio poetico, un dolore che accomuna gli uomini, e così la sua esperienza diventa paradigmatica di certa condizione umana e della precarietà del tutto di fronte al dolore.
A differenza della filosofia, che generalizza, usa concetti che scrive Cioran “si compiacciono del si e dell’apoteosi del noi. Possiamo dire con Baudelaire che lo scopo della poesia è la poesia stessa. Se il “si dice”, “si pensa” rappresentano la quotidianità dell’esserci, il poeta è colui che sa fare poesia, generando dalla realizzazione di un’esperienza.

Il prof. Alessandro Costazza in Esiste la poesia filosofica parla di un modo di utilizzare il linguaggio proprio della poesia, che ne fa un tramite di una diversa esperienza del reale, fonte di un tipo autonomo di conoscenza, diverso da quello astratto e razionale della filosofia.


Quando il nostro Leopardi afferma

al gener nostro il fato
non donò che il morire”
non fa che affermare una verità che nasce dalla sua esperienza e che lo porta a sostenere “l’infinita vanità del tutto” (A sé stesso).


Possiamo certamente condividere il pensiero di L. De Sanctis quando scrive che la verità che Leopardi enuncia non è disgiunta dal quadro empirico in cui si situa e diventa per il lettore non più solo significante, ma significato del tutto. In questo è la qualità filosofica del suo discorso, in questo la sua responsabilità di poeta.
Insomma la poesia e l’arte traducono e rappresentano la complessità e la contraddittorietà dell’essere-uomo, la sua piccolezza di fronte all’infinità del reale.
È così che la poesia rappresenta uno strumento e un modo di ricerca. Montale lo definiva “quel modo di far capire quel quid al quale le parole da sole non arrivano”.
Ecco che la poesia dunque non ricrea la realtà oggettivandola, ma passa attraverso i sentimenti, le emozioni e le sensazioni del poeta. L’atto poetico diventa così un atto conoscitivo che attraverso la mimesis, intesa come immedesimazione e non imitazione, consente l’apprendimento. La bellezza stessa del linguaggio poetico veicola l’apprendimento, lo rende gradevole, come già scriveva Esiodo.
Ma allora la poesia non è altro che dire io, io?

Nel Cinquecento Cesare Scaligero, parlando dei generi lirici, affermò che in essi non è presente imitazione, ma semplice espressione che deriva dall’impegno dei poeti.
Esiste un soggetto reale nella lirica, dice Guido Mazzoni, a partire dal 1800. Egli fa di più. Individua tre tipi di poesia soggettiva: la lirica di società, la lirica autobiografica trascendentale e la lirica autobiografica empirica.
Nella prima colui che dice “io” non è una persona precisa, ma un io fungibile che vive esperienze individuali, che assurgono a verità indistinte ed emblematiche. E allora in questo genere il soggetto lirico può anche non essere reale.
Nella lirica trascendentale autobiografica l’io, dotato di una propria identità, racconta esperienze precise, reali.
Assolutamente moderna è invece la lirica autobiografica empirica, in cui l’esperienza radicalmente soggettiva e intransitivamente personale viene evocata tanto da riuscire di difficile comprensione. Mazzoni pone l’esempio del mottetto degli sciacalli di Montale, in cui chi parla rimanda a immaginario interiore senza curarsi di esplicare i significati delle singole proposizioni e della loro connessione.

Di contro Friedrich Hugo mette in luce la dis-umanizzazione, la de-personalizzazione di autori come Rimbaud e Mallarmè.
Pensiamo alla poesia avanguardistica del Novecento italiano. Eppure, il manifesto dei futuristi “distruggere nella letteratura l’io” si rivela meno radicale di quanto si proponga, dal momento che “l’ossessione lirica della materia” non ha lo scopo di demolire l’accezione tradizionale dell’io, quanto di potenziare propria la facoltà percettiva individuale.
T.S. Eliot è più radicale, in quanto il poeta non partecipa emotivamente alla sua creazione poetica. Eppure anche lui deve ammettere che nell’atto della scrittura le emozioni personali, inevitabilmente, si mescolano ad altri elementi per realizzare emozioni d’arte.
Insomma nel Novecento l’io lirico vive una forte labilità, vista la profonda diffidenza nei confronti del ruolo orfico e vate del poeta.

L’io inizia a dialogare con un “tu” che sente il bisogno di comunicare. Enrico Testa distingue in tal senso un soggetto nascosto, frammentato, sopravvivendo come mero “io grammaticale”.
Eppure Emile Benveniste scrive che la poesia ha la capacità di dire “io”, comunicando qualcosa di veramente intimo, quell’io che nella realtà è una formula vuota che si può applicare a chiunque e in cui chiunque ha la possibilità di riconoscersi; diventa, insomma, deittico.
Nella poesia introduttiva alla raccolta Ossi di Seppia, In limine, Montale affida il suo “io” a un “tu” che trascende l’io stesso del poeta per stabilizzarsi fino a rappresentare un’alterità. Si disincarna per diventare insieme esistenziale e poetologico, un io sempre originale.
E le intelligenze artificiali?
Può esistere una soggettività senza un soggetto reale?
Una macchina che crea versi che hanno in sé espressioni soggettivizzanti, ma senza che effettivamente ci sia un soggetto cosciente. L’io lirico, allora, è solo una convenzione? Un involucro vuoto?
In ogni atto creativo c’è sempre un occhio vede, sente e restituisce alla scrittura attraverso il linguaggio.

La macchina produce frammenti di un linguaggio significante, e chi legge prescinde dall’esistenza di un soggetto cosciente dietro il testo. In sostanza il componimento poetico può non essere legato a un io definito o identificabile con una identità storica e reale, anzi la I.A. non fa che amplificare una qualità, che come abbiamo fin qui visto, la poesia ha sempre avuto, ovvero la capacità di essere una soggettività senza soggetto, attraverso un processo di estinzione della personalità.
Esiste una evidente differenza nei confronti dell’indagine dell’io e della propria interiorità, in nome dell’oggettività del processo linguistico e come naturale conseguenza della perdita del ruolo di vate del poeta, quale portavoce di una collettività che esprime e comprende sé stesso.

Ma non dobbiamo morire in nome del nulla, continuano ad esistere poetiche che decidono di investire sull’io, capaci di credere che l’esperienza individuale e particolare possa pronunciare verità generali: la realtà della condizione umana può essere comunicata solo se incarnano esperienze concrete che nella forma lirica non rappresentano solo un esercizio retorico, ma inquadrano un modo personale di essere al mondo.
Dunque l’io non più come centro assoluto di sentire e patire, ma rappresentando un soggetto che si costruisce e destruisce continuamente, allo stesso tempo separato e in relazione con l’ambiente esterno e con l’umanità altra. Un io lirico poetico che è insieme costante e incoerente, che per sua natura ha la necessità di darsi una forma e di rappresentarsi di fronte a se stesso, un processo in cui il soggetto lirico costruisce ed entra in rapporto con sé nella scrittura. Vittorino Sereni in A Parma con A.B. scriveva “che a me un altro di me parli fin dentro di me”: l’io è ontologicamente diviso, interiormente frantumato.

La stessa espressione “figurazione di sé” nel campo poetico rappresenta l’atto di creazione dell’io che ha in sé la rappresentazione, la costruzione e la ri-creazione, che non è affatto mimesi autobiografica, come abbiamo visto, ma il linguaggio poetico è il luogo “dove il soggetto si perde e si ritrova continuamente” (Viviani) al di fuori di ideologie e manifesti.
Nel 1961 Alfredo Giuliani scriveva “La riduzione dell’io è la mia ultima possibilità storica di esprimermi soggettivamente”.

È vero, si è nei secoli tentato di eliminare l’io, ma l’io ha in sé una molteplicità di voci ed è in questa la rottura rispetto a qualsiasi tradizione. La poesia è la libertà dell’io, oltre l’ipertrofia stessa dell’io. L’io inevitabilmente nella poesia esprime una ricerca che attraversa inevitabilmente la soggettività del poeta, intuendo il mondo fuori come mondo possibile. Il poeta interagisce con la realtà, compartecipa soggettivamente e oggettivamente. Esso è la coscienza del mondo che abita. E se nel mondo fuori si attua una disgregazione dell’io, è il poeta che nella propria creazione poetica offre un luogo in cui di nuovo si possa ricostruire la propria autenticità e irripetibilità.

Sì! perché noi siamo irripetibili! Ognuno di noi è straordinario, perché abbiamo il coraggio di non arrenderci, abbiamo il coraggio della nostra responsabilità. Tutti noi siamo solo istanti; le guerre, gli odi di qualsiasi genere e a qualsiasi livello non sono testimonianze dell’essere-uomo, sono proprio quel non-essere che la poesia aborre. Per noi il nulla è tutto e il tutto è nulla.

Posted

21 Oct 2025

Storia e Filosofia


Laura Pavia



Foto dal web





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