Molto spesso, anche senza averne coscienza, poniamo a noi stessi domande riguardanti il problema di Dio, la sua esistenza e il perché l’indagine su Dio, trattazioni che riguardano la teologia filosofica e la metafisica. La ricerca su Dio non è mai stata facile, ancor di più ai giorni nostri; tralascio il concetto del sacro, della natura e degli attributi di Dio, che sono oggetto della teologia dogmatica, voglio soffermare le mie riflessioni su queste domande: se Dio esiste, com’è da considerarsi? e qual è la legge che regola il mondo?
Rispondere con disinvoltura a queste domande non è facile, perché significa chiedersi, all’interno del nostro vivere quotidiano e finito, se è possibile trovare una via verso il Divino, che è mistero, soprattutto se questa via deve essere razionale. Tutto sarebbe più facile se ammettessimo che Dio non esiste: per ogni cosa, la vita come la morte o la sofferenza, non ci sarebbe bisogno di cercare spiegazioni o giustificazioni. Niente avrebbe più importanza.
Ma l’assenza di Dio non è per nulla un fatto tranquillo, perché l’uomo, nel suo profondo, sente la nostalgia di ciò che ha perduto, di ciò che non ha più. Senza Dio non è così facile vivere. La filosofia e quindi la ragione, hanno dovuto fare i conti con le tradizioni religiose che hanno tramandato un loro volto di Dio. Esse si sono intrecciate con le teologie e in particolare con la teologia cristiana, perché ci si è resi conto che per parlare di Dio non è sufficiente un discorso astratto sull’Assoluto, ma occorre interpretare i contenuti positivi dell’esperienza religiosa, depositaria privilegiata di un’immagine del divino, soprattutto negli ultimi decenni, quando più forte si è fatta la presenza delle religioni non cristiane, si pensi all’Islam e al Buddismo e si è registrata una rinascita di interesse per il sacro e la spiritualità in fenomeni come la New Age.
E allora, se Dio esiste, secondo la ragione com’è da considerarsi? Mi piace condividere ciò che pensava Albert Einstein (1879 – 1955) a questo proposito. Einstein nella Lettera su Dio, scritta nel 1954 in risposta al libro del filosofo Erik Gutkind (Scegli la vita) sosteneva di non credere in un Dio personale che interviene nelle vicende umane ma sosteneva di credere in una religiosità cosmica; Einstein ammirava l’ordine e la razionalità dell’universo e credeva in un Dio simile al Dio di Spinoza (Deus sive Natura, Dio ovvero la Natura), al cosiddetto panteismo o armonia cosmica e credeva in una intelligenza superiore che si manifesta nelle leggi della natura e non in una entità che premia e punisce. Einstein rifiutava le religioni tradizionali, definiva la Bibbia una raccolta di leggende primitive e il concetto di Dio un prodotto della debolezza umana, pur riconoscendo nell’uomo il bisogno umano di spiritualità e meraviglia per l’ignoto. Dio, quindi, come Spirito impersonale è da considerarsi Religiosità cosmica.
Di conseguenza, se Dio esiste è da ritenersi Energia, Trascendenza, Spiritualità. Dio come essere in sè è inattingibile, oltrepassa perennemente colui che lo cerca. Tentare di identificarlo con la molteplicità empirica degli oggetti, conoscibili oggettivamente, da parte della scienza o col vissuto interiore di colui che lo cerca, il quale non potrà mai vedersi come dall’esterno, cioè come se fosse spettatore di sS stesso, vuol dire condannarsi inesorabilmente allo scacco, al naufragio.
Dio come essere, infatti, non è esistenza ma, in quanto essere, è trascendenza dell’esistenza.
L’unico modo corretto di porsi davanti a Dio è cercarlo come ciò di cui non possiamo “impadronirci” nè col pensiero obiettivante della scienza e neppure con la nostra immaginazione interiore. Esso è presente a noi solo come ricerca, come agire interiore. Dio non è mai comprensibile, ma è presente in questo agire interiore che ci eleva e, in qualche misura, ci oltrepassa perennemente.
Il pensiero naufraga di fronte all’essere e questi naufragi, se vissuti sino in fondo nella loro autenticità e drammatica problematicità, ci fanno toccare con mano l’impossibilità di cogliere il senso ultimo dell’esistenza, ma proprio per questo, ci consentono di vivere il nostro limite, che costituisce la nostra stessa esistenza e di intuire la presenza dell’Essere come ciò che è al di là dell’esistenza stessa.