Partiamo da lontano, partiamo da Platone. Mi chiederete perché andare così indietro. Perché per prevedere dove stiamo andando è necessario capire come siamo arrivati fin qui.
Per Platone esistono due livelli del mondo, quello materiale e sensibile e quello immateriale e intelle-gibile. Una sorta di dicotomia, riferibile a quella già sviluppata da Eraclito e Parmenide, una opposizione netta tra divenire ed essere. Il divenire è oggetto dei sensi, l’essere dell’intelletto, il passaggio da un livello all’altro è quello dalla fisica e alla metafisica.
La metafisica serve a salvare, dal relativismo contin-gente, le cose del mondo, intendendo con esse sia la natura che l’umanità, in quanto i sensi non consentono di darne una definizione univoca.
Se noi chiedessimo a dieci persone contemporaneamente che ore sono, ci darebbero dieci numeri diversi dipendenti dalla loro percezione; l’orologio ci dà invece il numero giusto che probabilmente non coincide con nessuno di quelli dichiarati.
È quindi evidente che, per definire l’essenza univoca delle cose, occorrono dei riferimenti universali, cioè sostituire la realtà cosiddetta opinabile, in quanto contingente mutevole e momentanea, con la realtà vera, che deve essere necessaria, eterna e immutabile.
È necessario quindi costruire delle categorie che consentano di dare univocità e stabilità al mondo materiale dei sensi, affinché il processo conoscitivo riesca a riconoscere la vera essenza delle cose e quindi catturarne la loro intrinseca e recondita specificità, al di là delle numerose varianti che ci manifesta il mondo fisico. Metafisica significa infatti letteralmente “dopo la fisica” e si propone, come scienza della realtà assoluta, di dare una spiegazione delle cause prime, prescindendo dalla molteplicità delle situazioni che ci offre l’esperienza.
Queste categorie sono definite da Platone Idee, o essenze, che rappresentano le realtà intellegibili e sono poste in un contesto sopra-sensibile, diverso e separato dal mondo reale, l’Iperuranio. Qui le Idee sono disposte in forma in forma di piramide. In basso vi sono le idee delle cose materiali e artificiali, quelle che appartengono al mondo prettamente fisico, sopra quelle relative a quello naturale, incluso l’uomo, sopra ancora le idee matematiche, infine più in alto le idee valori che attengono ai principi etici, estetici e politici, il Bene, la Bellezza, la Giustizia, ecc. In sostanza una modellazione astratta del contesto fisico, umano, etico, sociale e politico.
Come dice il nostro filosofo contemporaneo Umberto Galimberti nel suo libro Heidegger e il nuovo inizio, la metafisica serve a sottrarre le cose del mondo dal dominio del nulla. Però aggiunge che questa grande funzione che la metafisica ha esplicato nel corso dei secoli, è allo stesso tempo responsabile dello sradicamento e della perdita di umanità dell’uomo moderno.
La grande costruzione filosofica di Platone continua nei secoli a influenzare la conoscenza e la filosofia occidentale. In Kant le Idee, definite Categorie, assumono il significato di modi di funzionare dell’intelletto, che sul piano concettuale richiamano la concezione platonica, ma se ne sottolinea soprattutto l’aspetto strumentale nel processo cognitivo.
Siamo nel settecento, il secolo dei lumi, del razionalismo e della rivoluzione industriale. Il linguaggio della metafisica si piega pian piano alle logiche del progresso dell’uomo, che è in sostanza contraddistinto dallo sviluppo tecnologico. Rispetto a questo, il linguaggio metafisico, che poi attiene alla costruzione dei modelli che regolano e interpretano il funzionamento del mondo, è uno strumento formidabile per la scienza, che già dal sedicesimo secolo con Galileo ha visto svilupparsi e consolidarsi il metodo scientifico. Questo metodo si basa sullo sviluppo di modelli universali a partire dall’esperienza, ma non eterni, in quanto essi, in maniera progressiva, attraverso un processo che anticipa in un certo senso quello Hegeliano di tesi, antitesi sintesi, divengono sempre più efficaci e potenti. Come scrive Galileo nel Dialogo sopra i Massimi Sistemi “Quanto alla scienza stessa, ella non può se non avanzare”.
La prima rivoluzione industriale, a partire dagli inizi del settecento, è stata resa possibile dalla ricaduta delle conoscenze scientifiche sviluppate soprattutto nel campo della meccanica e della termodinamica. La scienza si sviluppa per la soluzione dei problemi pratici dell’uomo. Il problema dell’asportazione dell’acqua dalle miniere inglesi spinse alla messa a punto di macchine termiche, basate sul vapore, per consentire il pompaggio dell’acqua. Con i sistemi tradizionali non si poteva più prosciugarle. Thomas Savery fu il primo a tentare di risolvere questo problema usando il vapore. La sua pompa obbligava l’acqua a salire in un cilindro entro il quale era stato prodotto un vuoto parziale mediante la condensazione del vapore. L’acqua era poi spinta ancora più in alto ed espulsa mediante un violento getto di vapore in pressione. A Savery venne concesso il brevetto per la sua macchina chiamata “L’Amico del minatore” capace di “tirare su l’acqua col fuoco” e per qualsiasi altra macchina che prevedesse appunto l’uso del fuoco. Questo brevetto costrinse un altro scienziato, Newcomen, a mettersi in società con Savery, per sfruttare economicamente la sua macchina che, funzionando con vapore a pressione atmosferica, fu subito affidabile e venne adottata dalle miniere dell’epoca. Questi primi sviluppi furono perfezionati da James Watt, con la realizzazione della sua celebre macchina a vapore in grado di convertire, in maniera molto più efficiente delle precedenti, il calore in energia meccanica.
Un passo epocale della tecnica che ha consentito progressivamente di eliminare la forza dell’uomo dalle attività industriali, ma che in prospettiva poteva porre delle problematiche, che Marx intuì e scrisse nel suo famoso libro, Il capitale:
“Quando gli strumenti, fino ad allora, mossi dall’organismo umano, si trasformarono in strumenti di un congegno meccanico, cioè diventarono macchine utensili, anche la macchina motrice ricevette una forma indipendente, completamente emancipata dai limiti della forza umana. (…) In una officina dove l’oggetto del lavoro percorre una serie continua di processi graduali differenti, eseguiti da una catena di macchine utensili diverse, si ripresenta la divisione del lavoro, già attuata nella manifattura precedente: ma ora si presenta come una combinazione di macchine operatrici parziali.
Nella manifattura sono gli operai che eseguono col loro strumento ogni processo parziale. L’officina mossa dalla forza del vapore diventa un solo grande automa dove l’operaio ha compiti di sorveglianza o poco più. (…) La grande industria si trovò costretta a produrre macchine mediante macchine.
Per produrre macchine mediante macchine era necessaria una macchina motrice capace di qualunque potenzialità di forza. Questa macchina esisteva già: era la macchina a vapore”.
La preoccupazione di Marx era evidente e per certi aspetti profetica. La tecnica avrebbe progressivamente limitato il ruolo dell’uomo, ne avrebbe ridotto il suo valore. Non poteva però immaginare quello che i successivi progressi scientifici avrebbero determinato su di esso, non solo riguardo alla sua attività operativa e al potere contrattuale del suo lavoro.
La prima rivoluzione industriale sarebbe stata seguita da altre, molto più incisive e determinanti rispetto alla dimensione umana: la seconda, quella nata nell’ottocento a seguito della scoperta dell’elettricità, la terza, agli inizi del novecento, basata sull’introduzione della catena di montaggio, la quarta, caratterizzata dall’introduzione dell’elettronica e dalla conseguente digitalizzazione dei sistemi produttivi.
Oggi siamo alla quinta rivoluzione industriale, che ha visto lo sviluppo e l’applicazione dei robot divenuti parte integrante dei processi produttivi, così come la presenza di sistemi integrati con intelligenze artificiali. Il suo avvento si è verificato in un arco generazionale molto ristretto, il che significa che lo sviluppo scientifico e tecnologico domina in maniera determinante e sempre più velocemente la storia dell’uomo.
Tornando alla metafisica, mentre nella filosofia di Platone si proponeva di modellare il mondo nella sua interezza, dalla natura fisica, alle esigenze profonde dell’uomo, essa è divenuta qualcos’altro rispetto alla sua accezione originaria. In sostanza si è limitata al suo aspetto tecnico, calcolistico, molto efficacie nel produrre il miracolo scientifico e tecnologico degli ultimi secoli, perdendo però la sua valenza generale che coinvolge anche gli aspetti etici e morali. L’efficacia prevarica la verità del Logos, la ragione per sviluppare la conoscenza, al fine di costruire un mondo a misura e in equilibro con la natura.
Come dice Galimberti, quello che sta a cuore all’uomo è ciò di cui ha bisogno, ottenuto attraverso lo sfruttamento della natura, ma non si limita a sfruttarne le risorse, le vuole incamerare per averle sempre a disposizione. Si tratta una deriva della metafisica, perché l’uomo non approfondisce l’essenza delle cose, non le guarda come sono, ma come devono essere utilizzate. Interessante è la metafora del bosco; il poeta trova nel bosco l’evocazione del miracolo della creazione e prova una identificazione con esso, il falegname vede le sue potenzialità in termini di produzione di beni materiali. Spesso si tende a fare un distinguo tra scienza e tecnica, ma non c’è soluzione di continuità. La scienza guarda al mondo per utilizzarlo ed equivale alla tecnica, che rappresenta la forma più alta di razionalità mai raggiunta dall’uomo, ma al tempo stesso la più alta eversione dalla sua natura profonda.
La ragione è così legata allo scambio e quindi al denaro che tale scambio produce. È questo lo schema che ha generato una nuova branca della scienza, l’economia. Nei meccanismi economici le cose non hanno un valore in sé dipendenti dalla loro essenza, dipendono dal contesto; l’acqua normalmente disponibile e accessibile a costi contenuti, può assumere costi enormi ad esempio nel deserto in quanto mancante. Quindi l’economia, rispetto alla tecnologia, compie un ulteriore passo di allontanamento dall’essenza delle cose, in quanto il valore di queste non è misurato dalla loro utilità assoluta, ma da quella relativa al contesto contingente. Siamo quindi alla svalutazione completa delle cose, così come l’uomo vale in funzione dell’utilizzabilità del suo ruolo in un certo momento o contesto, cioè diviene vittima del divenire mutevole e incontrollato del mercato.
Tutto questo porta l’uomo all’esclusione dalla storia. Siamo giunti alla fine di quel percorso storico a cui Vico ha cercato di dare un senso e costruire un modello basato su principi universali, uno schema che richiama la filosofia platonica. La sua interpretazione della storia, si basa su fasi successive, che si ripetono nel tempo in maniera ricorsiva, così come spiegato nella sua opera Scienza Nuova:
“Gli uomini prima sentono senza avvertire; dappoi avvertono con animo perturbato e commosso, finalmente riflettono con mente pura”.
La legge delle tre età costituisce la base della storia ideale eterna sopra la quale corrono nel tempo le storie di tutte le nazioni. Tutti i popoli hanno conformato la loro evoluzione storica a questa legge che non si applica solo alle genti ma anche ad ogni singolo individuo, che passa dal senso primitivo tipico dell’infanzia, alla fantasia nella fanciullezza, e infine alla ragione nell’età adulta.
L’oggi è il punto di arrivo di un percorso storico che ha visto l’uomo focalizzarsi su un uso strumentale della conoscenza, che approdando alla tecnica, gli ha consentito di divenire padrone del mondo, prima condizionandolo completamente alle sue esigenze, poi addirittura tentando di costruirlo a sua immagine e somiglianza. L’oggi è il raggiungimento dell’età della ragione, il culmine del percorso, però in maniera diversa dalle aspettative di Platone.
L’uomo diviene infatti un fattore prevaricante del sistema complessivo, naturale e umano, con cui interagisce fortemente modificandone i connotati e sovvertendone i rapporti oltre ogni limite. Paul Crutzen, premio Nobel per la chimica nel 1995, ha coniato nel 2000 il termine “Antropocene” per definire il nostro tempo, come la prima era geologica nella quale le attività umane sono state in grado di influenzare il pianeta e alterarne l’equilibrio. L’uomo è responsabile della sua azione nei confronti di questo sistema di cui si sente padrone superiore, ma ne è, invece, inevitabilmente e drammaticamente partecipe.
Questo approccio deviato genera una disconnessione dell’uomo rispetto alla natura con conseguenze potenzialmente drammatiche, di cui oggi si vedono già le conseguenze. E non solo sul piano del rischio ambientale che è al momento il sintomo più evidente, ma anche sulla perdita di umanità, che rappresenta sicuramente un aspetto ancora più inquietante del precedente.
Questa condizione dell’uomo è tipica dell’evoluzione storica dell’occidente, che tuttavia ha influenzato e penetrato profondamente le altre patri del mondo. Come ci ricorda Galimberti, Occidente sta per “terra del tramonto” e come tale è destinato a finire, o meglio a subire la transizione verso la notte, che poi non è altro che la notte della ragione.
Siamo al “redde rationem” alla resa dei conti, occorre pensare a una nuova strada. In campo filosofico e non solo, già nell’ottocento si sviluppa l’Esistenzialismo, che si diffonde fortemente nella prima metà del secolo scorso in opposizione all’idealismo, al positivismo e al razionalismo, stigmatizzando il vuoto e l’alienazione che caratterizzano la condizione dell’uomo moderno, in un mondo che è diventato non solo ostile, ma completamente estraneo. I drammi, che hanno caratterizzato il novecento, dalle guerre mai così, cruente, dalle dittature e dalle ideologie folli, responsabili della perdita della dignità umana, hanno favorito una presa di coscienza e un ripensamento dei destini dell’uomo e la necessità di una rottura con il passato. Emerge chiara l’inadeguatezza dei precedenti movimenti filosofici e in certi casi la loro responsabilità di fronte a questi drammi. Si manifesta la necessità di riaffermare il valore intrinseco dell’esistenza umana individuale e collettiva, in opposizione ai principi totalizzanti e assoluti che hanno contraddistinto la storia del novecento.
Riflessioni esistenzialiste sono presenti già in Kierkegaard, Schopenhauer, Leopardi e Nietzsche, ma è il novecento il quadro in cui il movimento assume i connotati più attuali, derivanti dalla presa di coscienza degli orrori della prima guerra mondiale. Heidegger è il principale rappresentante in questa fase, accanto ad altri come Jean Paul Sartre, seppur con una concezione profondamente diversa da lui.
L’aspetto di Heidegger, più significativo in questo contesto è la sua riflessione sulla tecnica, nella sua opera, Essere e tempo, che evidenzia come l’uomo, il cui compito è di custodire i valori umani più alti, l’amore, il bene, la bellezza, tenda invece a ridurli a semplici mezzi da sottoporre alla sua manipolazione. La causa di questo è secondo lui legata all’essenza della tecnica moderna, derivante proprio dalla mentalità metafisica che riduce tutto a modelli oggettivi per quantificare e misurare la realtà. Il linguaggio metafisico non è quindi in grado, per la sua intrinseca struttura, a far recuperare all’uomo la sua profonda l’identità. Occorre quindi creare un nuovo linguaggio, strutturalmente antitetico a quello metafisico, un linguaggio, non seriale, ma associativo, del tipo di quello con cui funziona il cervello umano, che somigli paradossalmente a quello poetico, dotato di una potente flessibilità e polisemicità. Un approccio che se applicato alla complessità della vicenda umana, può offrire una diversa dimensione alla condizione dell’uomo. È l’ora di un nuovo illuminismo, in cui la dimensione scientifica e umana trovino una sintesi compiuta per affrontare consapevolmente l’ineffabile futuro.