La storia della letteratura dedica poco spazio alla poesia femminile, soprattutto del passato, pur esistendo esempi di poetesse di grande valore, sia per l’intensità espressiva che per la versificazione.
Nei secoli scorsi indubbiamente il numero delle donne che si sono cimentate nella poesia, come peraltro in altre forme artistiche, è stato molto basso rispetto a quello degli uomini. Questo è sicuramente dovuto al ruolo della donna nella società di un tempo, molto focalizzato sulla quotidianità e sulla gestione della casa e della famiglia.
La poesia femminile dell’occidente ha la sua origine con Saffo, non solo la più grande poetessa dell’antichità, ma anche la voce poetica femminile più intensa di tutti i tempi. Di lei si sa che visse nel VII secolo avanti Cristo, nell’isola greca di Lesbo, dove fondò un collegio femminile, il Tiaso, in cui insegnava alle giovani donne il culto per l’arte e per l’amore.
IN FOTO: Saffo che si getta dalla rupe dell’isola di Leucade, di Antoine-Jean Gros (1801)
Un’attività considerata trasgressiva dalla società rigidamente conservatrice della Grecia arcaica, che alimentò la fama di omosessuale ed erotomane, creandole una forte senso di emarginazione che la condusse alla morte. In realtà aveva una grande sensibilità interiore testimoniata dall’intensità della sua poesia, mentre sembra priva di fondamento la storia del suo amore per il barcaiolo Faone, che l’avrebbe respinta causando il suicidio della poetessa, gettandosi dalla rupe dell’isola di Lèucade. Della sua ponderosa opera poetica ci sono giunti solo un’ode completa e numerosi frammenti, sufficienti comunque a farcene apprezzare la passionalità che la pervade. Ne sono testimoni i suoi versi, ad esempio quelli di una delle sue poesie più belle, Tramontata è la luna, nella traduzione di Salvatore Quasimodo, che evoca la sensazione di solitudine provata al tramontare della luna.
Una sorprendente modernità in una lirica di oltre due millenni e mezzo fa, in cui gli elementi della natura esprimono lo stato d’animo di abbandono e insieme di passione, attraverso una versificazione che richiama la poesia ermetica novecentesca.
Nella civiltà romana, essenzialmente maschilista, così come durante il medioevo non si hanno voci poetiche femminili, o almeno riconosciute di un certo valore.
Fu la letteratura provenzale dal XIII secolo dopo Cristo a far ripartire la poesia femminile con la mitica figura di Compiuta Donzella, la prima poetessa della letteratura italiana. Di lei si hanno notizie abbastanza vaghe se non una lettera scrittale da Guittone D’Arezzo, che la definisce “Soprapiacente donna, di tutto compiuto savere, di pregio coronata, degna mia Donna Compiuta”. Ci ha lasciato solo tre sonetti, sorprendentemente perfetti dal punto di vista metrico, di stile petrarchesco, che testimoniano una elevata cultura e soprattutto una profonda sensibilità.
Nel primo sonetto, ricco di pathos, la poetessa esprime il suo tormento perché subisce le costrizioni del padre che la vuol convincere a sposare un uomo che non ama.
Una vita tormentata, contrapposta alla situazione lieta per gli innamorati simboleggiata dal risveglio della primavera, che vorrebbe sopire chiudendosi per sempre in convento, come emerge nel secondo sonetto.
Si tratta di una poesia di grande testimonianza, anticipatrice della condizione della donna, fino ad oggi, soggetta al condizionamento della società e privata della libertà di scelta e di seguire le proprie aspirazioni.
Il cinquecento in pieno Rinascimento è il secolo che più di altri esprime figure poetiche femminili di notevole livello espressivo e stilistico, tra queste Veronica Gambara, Tullia d’Aragona, Teresa d’Avila e la mitica e sfortunata Isabella Morra. Queste poetesse, seguirono il modello petrarchesco della lirica d’amore, alternando la forma del sonetto a quella del madrigale. Con una sensibilità prettamente personale, esprimono attraverso la poesia i loro tormenti con toni passionali e talvolta mistici e il desiderio di emanciparsi dai vincoli imposti alla donna dalla società dell’epoca.
Veronica Gambara espresse attraverso la poesia l’amore per il marito, di cui è testimonianza una delle composizioni più celebri, il madrigale Occhi lucenti, e belli, dove ne celebra gli occhi, capaci di far ardere d’amore il suo cuore.
Tullia d’Aragona, donna mondana ed emancipata, cantò l’amore nelle sue liriche, con una disinvoltura rara per le donne dell’epoca. Nel suo salotto, frequentato da intellettuali, artisti, poeti, conosce e intrattiene relazioni con i suoi ammiratori, tra cui Bernardo, il padre di Torquato Tasso. Tullia è una femminista ante litteram, che professa la parità tra uomo e donna di fronte all’eros, parlando con libertà, sia dell’amore spirituale che di quello fisico. In un sonetto ricorda con nostalgia, gli amori e i piaceri che ha vissuto intensamente nelle sue relazioni.
Sul versante opposto è la poetessa Teresa d’Avila, forse la più famosa figura femminile della poesia mistica italiana, autrice di diversi trattati per la Riforma dell'Ordine carmelitano, proclamata beata e annoverata tra i dottori della Chiesa.
I suoi testi poetici testimoniano la sua identificazione in Dio da cui discendono tutte le cose, come nella lirica Cercando Dio, con una versificazione complessa, metricamente ineccepibile, ricca di figure retoriche, che anticipa la poesia barocca.
Infine la poetessa Isabella Morra, nata e vissuta in Lucania nel castello di famiglia di Valsinni, autrice di splendidi sonetti di ispirazione petrarchesca, che cantano il suo amore infelice. Lasciata dal padre per motivi di lavoro sotto la tutela dei fratelli che la detestavano e la tenevano segregata, iniziò una relazione epistolare con il trovatore spagnolo Diego Sandoval de Castro, che veniva in villeggiatura nel vicino castello di Bollita. Quando i fratelli si accorsero della relazione, uccisero Isabella, Diego Sandoval e anche il canonico, maestro della ragazza, che aveva fatto da intermediario con Diego. Restano di lei tredici poesie, caratterizzate da una metrica perfetta, una ricchezza lessicale sorprendente, una complessità struggente di emozioni, in cui esprime con immenso pathos la sua disperata condizione di reclusa e l’amara nostalgia per la lontananza e la vana attesa del padre.
Un velo malinconico e triste avvolge questi versi, il suo amore infelice assurge a dramma universale della condizione della donna di fronte al maschilismo imperante dell’epoca e presente ancora oggi. Un messaggio di grande modernità.
Nei secoli successivi la presenza femminile si ridimensiona, eccetto il settecento con l’Accademia dell’Arcadia che consente, senza discriminazioni sessuali, di partecipare a questo rinnovamento poetico legato al recupero del mondo mitologico classico. Nell’ottocento, con la stagione del Romanticismo la donna acquisisce una maggiore presenza soprattutto all’estero, ma è a partire dal novecento, che si ha in Italia una esplosione di poetesse di altissimo livello, da Antonia Pozzi, a Maria Luisa Spaziani, Sibilla Aleramo, Amelia Rosselli, Patrizia Valduga, Alda Merini, Cristina Campo, Patrizia Cavalli e altre. A questo fenomeno ha contribuito senz’altro la grande Emily Dickinson, poetessa americana della metà dell’ottocento, che in quegli anni cominciava ad essere conosciuta in Italia e considerata a ragione come anticipatrice della nuova era della poesia del novecento.