“Maladie de suisse”, così dichiara il dottor Classen una volta visitata Heidi, nella città di Francoforte, ospite pressoché “reclusa” dei Sesemann affinché faccia compagnia a Clara, e lontana dai suoi monti dove la aspettano l’amato nonno, l’amico Peter e il villaggio, con la baita e i numerosi animali. Così Heidi mani-festa sintomi quali il sonnambulismo, l’inappetenza, un pallore diffuso. Le stesse finestre dell’abitazione di Francoforte su cui si erge la bambina non le permettono di osservare le amate vette.
Consapevole che l’unico rimedio a tale stato d’animo è il ritorno, il medico si rivolge al padre di Clara chiedendo di far ritornare Heidi tra i suoi monti in Svizzera, nella località di Maienfeld, nel Canton Grigioni. In questo frangente entra in gioco il valore terapeutico della montagna, oltre che della natura in generale, come riscontra Franco Brevini, docente di letteratura all’Università di Bergamo, esaminando la dicotomia montagna - città: se da una parte Heidi soffre e si ammala di nostalgia nella città di Francoforte, ella rinasce, invece, quando torna ai suoi monti, dove avviene anche il “miracolo” di Clara, la quale incapace di muoversi a causa della poliomielite che aveva contratto da piccola, venuta in visita di Heidi, riesce a camminare senza sedia a rotelle.
A tal proposito si tende implicitamente a suggerire come la sua impossibilità di muoversi sia imputabile forse a cause psicosomatiche quali la solitudine nonché alcuni blocchi emotivi. Le vicende di Heidi sono universalmente note, oltre che per il volume scritto da Johanna Spyri (nel 1880), anche grazie all’omonimo cartone animato giapponese (del 1974), oltre che al cospicuo numero di film ispirati a tale soggetto.
Il responso del medico ci rimanda alla questione della nostalgia che, ironia del destino, è stata definita proprio “malattia degli svizzeri” nella dissertazione di Johannes Hofer datata 1688. Lo studioso, all’epoca soltanto studente alle prese con la sua tesi di laurea all’Università di Basilea (Dissertatio medica de nostalgia), si riferiva in tal modo alla malinconia patologica riscontrata dai soldati svizzeri mercenari lontani dalla propria terra. Non manca solo una terra, mancano anche le persone care che la abitano e che ci vogliono bene, oltre ai colori, ai profumi e ai sapori di casa.
A questo stato agrodolce di tristezza e di rimpianto viene coniato da Hofer il termine “nostalgia”, composto da nostos (ritorno) e algos (dolore), quindi “dolore per il ritorno”. Nella storia della cultura umana, la nostalgia affonda origini arcaiche: Odisseo è infatti l’eroe nostalgico per eccellenza dal momento che il tema cardine dell’Odissea è il forte desiderio di tornare nella sua “petrosa” Itaca, nella sua casa, da sua moglie Penelope e da suo figlio Telemaco che lo attendono. Dovrà affrontare 10 anni di peripezie successive allo stratagemma del cavallo di Troia che chiude l’Iliade e il suo ritorno a casa, tanto che questo aspetto è entrato nell’immaginario collettivo, per cui affermare di avere avuto un’odissea significa alludere al fatto di aver superato un percorso pieno di avventure, difficoltà ed insidie.
Molti scrittori, musicisti e filosofi hanno tracciato percorsi di nostalgia, come Novalis e Foscolo. Ma esistono diversi precursori con tracce che possiamo ritrovare, per esempio, nella condizione di esiliato provata da Dante. Oltre a questo, è risaputo come tanti intellettuali da Hofer in poi si siano occupati di questa condizione psicologica, come Jankélévitch che la definisce come il dolore causato dall’irreversibilità del tempo e, in tempi più recenti, dall’antropologo Vito Teti e dallo psichiatra Eugenio Borgna, i quali dedicano interi libri per approfondire questa tematica.
Per concludere, la nostalgia che coglie Heidi fa sì che la protagonista del celebre classico dell’infanzia composto dalla Spyri si configuri come una sorta di “paziente zero” letteraria di tale malessere, di una simile condizione esistenziale, che assume per ogni paese la sua peculiare declinazione: si pensi al “magone” (impiegato nel Nord Italia), alla “Heimweh” di lingua tedesca (la patria natia, tanto cara a Joseph Roth spettatore della dissoluzione dell’impero austro-ungarico), all’amarcord di felliniana memoria, alla “saudade” portoghese e brasiliana, nonché alla particolare “nostalgia per l’Unione sovietica” di stampo russo (emblematizzata dalla pellicola Good bye, Lenin!). Tanti termini diversi di una medesima situazione e di un comune malessere dell’anima.