La fotografia tra estetica, società e valore storico

Dalla lastra al documento: nascita, funzione e potere della fotografia

Verso gli anni ’20 dell’Ottocento il francese Joseph Nicéphore Niépce iniziò i propri esperimenti per imprimere immagini su una lastra sfruttando la luce, poi Daguerre con l’introduzione del dagherrotipo (1839) e Talbot segnano importanti passi per la genesi della fotografia come la intendiamo oggi. Inizialmente le fotografie venivano impiegate al fine di raffigurare paesaggi o strutture architettoniche.




Con il passare del tempo verranno immortalate anche e soprattutto le persone, in particolar modo le famiglie che posavano in occasione di momenti solenni della propria esistenza, quali battesimi, cresime e persino funerali…
Effettuare la foto diveniva in tal modo un rito che solennizzava certi episodi memorabili. Nelle prime fotografie i tempi di posa erano davvero lunghi e vale la pena ricordare che gli aristocratici o ricchi borghesi non vedevano inizialmente di buon occhio questa invenzione. Questo perché si trovavano dinnanzi un’immagine nuda e cruda che mostrava pregi e difetti del proprio corpo. Essi invece era abituati a commissionare propri ritratti a pittori che, per compiacerli, abbellivano i volti, eliminando qualche piccolo difetto.

La fotografia registra e cristallizza un momento del passato, rendendolo oggettivo e idoneo ad essere studiato ed interpretato o ricordato caramente all’interno di una cornice o in bella vista in un personale album dei ricordi. Sappiamo bene, infatti, che la fotografia, oltre a diventare un mezzo di comunicazione molto spesso utilizzato in sinergia ad un testo di cronaca giornalistica, ha inoltre conosciuto una valenza storica di primo piano. Essa si configura come una prova documentata e, come tale, assurge a documento storico a tutti gli effetti. Infatti le fonti storiografiche comprendono sovente numerose fotografie quali testimoni muti che possono ripercorrere e narrare un passato quando i testimoni umani non ci saranno più. Le foto sono “agenti di storia” come ritiene lo storico D’Autilia in L’indizio e la prova (B. Mondadori, Milano 2005), ossia consolidano la memoria collettiva e le identità di gruppo, nonché i ricordi privati. Fenton fu un pioniere dei reportage fotografici bellici e, al fianco dell’esercito britannico e seduto su di un apposito carro fotografico per traportare attrezzature e lastre, fotografava le vicende della Guerra di Crimea e realizzò ben 360 immagini prima di congedarsi e di rientrare in patria. La fotografia appassionò anche alcuni letterati: è risaputo infatti che Giovanni Verga e Luigi Capuana realizzarono diverse fotografie ritraendo persone e paesaggi, valorizzando uno strumento che davvero poteva essere inteso come “verista”.

Un’immagine fotografica non va considerata una verità assoluta, però, proprio perché era possibile anche in passato manipolarla, spesso a fini politici o propagandistici, diversi secoli prima degli accorgimenti digitali e di “photoshop”. Per esempio, quasi come un esempio di “cancel culture” ante litteram, Stalin fece rimuovere da una fotografia di un comizio pubblico di Lenin a Mosca avvenuto nel 1920 le figure di Trockij e di Kamenev, considerate dal regime stalinista ormai come dissidenti e pericolose da rammentare. Oggi, con l’avvento dell’IA generativa, talvolta non è semplice distinguere quali immagini siano vere e quali inventate o di corredo a fake news, avvalorando così la tesi sostenuta da Baudrillard circa i simulacri, immagini false che condizionano gli spettatori immersi in una sorta di contesto di irrealtà.

Le immagini valgono più di mille parole come si è soliti dire, per cui stimolano emozioni e destano la curiosità di chi le osserva, ma ancor di più l’elemento rivoluzionario della fotografia è aver limitato le differenze tra dilettante (o appassionato) e professionista siccome scattare una foto è un atto semplice che tutti possono compiere, non richiedendo quindi capacità o competenze particolari. Come fece scrivere George Eastman, fondatore dell’azienda statunitense Kodak in uno slogan del 1888: Voi premete il pulsante, noi facciamo il resto e lo stesso nome della ditta ricorda in maniera onomatopeica il rumore dell’otturatore delle prime macchine fotografiche al momento dello scatto. Come disse lo stesso Eastaman, la chiamai Kodak perché era un nome breve, vigoroso, facile da pronunciare.

Oltre alle celebri riflessioni condotta da Walter Benjamin inerenti l’opera d’arte nell’epoca della sua riproducibilità tecnica, altre considerazioni estetiche e filosofiche relative alla fotografia si possono ritrovare nel saggio La camera chiara del filosofo e semiologo Roland Barthes. Quest’ultimo ravvisa nella fotografia la presenza delle seguenti figure: l’operator (cioè chi scatta la foto), lo spectator (ossia chi osserva la fotografia) e lo spectrum (ovvero la foto stessa in quanto immagine). Barthes afferma anche che nella fotografia si possono individuare lo studium, ossia l’aspetto del ritrarre un oggetto, e il punctum, vale a dire l’emergere di un dettaglio non centrale, che può essere per esempio una carta espressione, una certa mimica facciale, magari inconsapevole da parte del soggetto ritratto, né dall’intenzione del fotografo.
Osservare nelle foto di classe del passato le pose, autoritarie o di deferenza dei soggetti ritratti, risulta una sorta di cartina al tornasole che può farci comprendere rapporti di simmetria o di complementarietà tra individui di status differente, la mutazione della moda, la secolarizzazione in vari ambiti, oltre che le trasformazioni del costume.

Posted

02 Feb 2026

Storia e cultura


Alessandro Montagna



Foto dal web



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