La nascita di un Santo Bambino

Conclusione inattesa e divergente dell’idea messianica

La nascita di un bambino in una mangiatoia, tra le pareti di una grotta accanto ai due genitori, gente semplice e povera che non ha trovato un riparo migliore in quella notte di freddo invernale, tra gli animali della stalla che lo riscaldano con il loro respiro, è un’immagine universale della Natività, un’icona di cui si è impadronita l’arte di tutti i tempi, una leggenda resa tale dal contributo della devozione popolare. L’arte è ricorsa ai suoi mezzi per sublimare l’evento, illuminandolo con i suoi colori, trasformando la povertà dello stato di fatto in eroismo e santità.


Due poesie di Mario Luzi riprendono il tema con il filtro della riflessione poetica, liberando la scena dal pathos dell’emozione e dotandola di significati non solo esistenziali, ma di una cosmica sacralità. La parola poetica non è il fregio della pittura, ma lo scavo del pensiero che tocca la storia dell’umanità, anzi di tutto il cosmo entro cui respira la Storia. Luzi non ripete il clichè della Natività con le sue figure canoniche, ma traccia il viaggio di Magi e pastori verso la grotta, facendo percepire l’aura terrestre e celeste che li spinge verso un evento misterioso che ha trovato la sua rivelazione. È ritratto il viaggio allegorico dell’uomo verso la luce della Verità, che si è fatta carne calandosi tra gli uomini sulla terra: Magi e pastori sono spinti da qualcosa di prodigioso e non ne conoscono la ragione, ma procedono in una luce che acceca e smarrisce. Diversa è la modalità del loro cammino: i Magi, da sapienti, conoscono le profezie incise nei movimenti stellari, conoscono la meta verso cui tendere, ma la loro rotta non si svolge in modo lineare, bensì tortuoso, tra inganni, andirivieni ed errate decifrazioni.

... Andavano cauti loro, i Magi, / occhiuto era il viaggio/ in avanti/ o a ritroso? Procedendo/ o tornando /ai luoghi/ d’un’ignota profezia?/ Sapevano e non sapevano/ da sempre la doppiezza del cammino…….ma sanno/ ed ignorano all’unisono…/ e proseguono/ insieme,/ vanno e vengono/ insieme nel va e vieni del viaggio” ( I Magi in Genia, Frasi e incisi di un canto salutare).

Anche per il sapiente, che studia la realtà del mondo, ignoto ed ostico rimane sempre il mistero. Il Sacro non si apre mai del tutto, ma si mantiene segreto nel suo profondo grembo. L’abisso, in cui la divinità affonda, è il mare che cela il suo fondo (Dante: Paradiso), la radura immersa nella mezzaluce tra l’oscurità folta del bosco (Heidegger). I pastori, la cui presenza Luzi trae dal Vangelo di Luca, non si chiedono la ragione dello straniamento che avvertono intorno, seguono le pecore nella rotta verso l’alto, lasciandosi trascinare da un vento misterioso. Non c’è per loro l’andirivieni che rallenta il viaggio dei Magi, che sanno e non sanno, vorrebbero puntare direttamente verso la meta risaputa, eppure se la sentono sfuggire; per i pastori la guida è la natura ed essi seguono il suo messaggio non diversamente dal gregge. La luce, che li spinge con subitaneo passo, pur se velata dalla reticenza del sacro, indica la gratuità e disponibilità della rivelazione per gli esseri semplici e vicini alla natura, che non frappongono filtri speculari alla loro vista e possono penetrare in modo diretto nel grembo del mistero. Essi, semplici e poveri, possono sentirsi allo stesso livello della famiglia di Nazareth e di quel Bambino che ha disposto un tale venuta tra gli uomini.

E ora dove avrebbero/ brucato quelle abbacinate pecore?/ dove le spingevno i montoni?/ Non c’era / erba a quella altitudine...E loro erano fatti tutti profeti e angeli...Così / li aveva fatti/ben dentro il plasma umano/ flagrando/ quella profetizzata/ e temuta natività/ che essi vedevano e adoravano/ perduti/ nella raggiante oscurità (I pastori, op.cit.)

Per i grandi della storia e per i sapienti quel volto del Messia e quelle condizioni del Suo arrivo creano un trauma interrogativo, nella divergenza tra l’idea dell’attesa e la sua realizzazione.
Molte erano le profezie che circolavano, create da crisi storiche, che sollecitavano un clima di attesa, imbevuto di prospettive felici per il genere umano. Il Messia atteso, per riportare ordine nel caos della storia, non poteva essere che un potente in veste regale di legislatore e condottiero.
Delle profezie, infatti, si era impadronito il popolo ebraico adattandole alle sue finalità politiche e mondane. L’idea dei popoli orientali convergeva sempre sulla figura del sovrano, unto e scelto da Dio, per una funzione storica e non escatologica. Queste profezie provenivano dai libri di Michea, Geremia, Enoc, e soprattutto di Isaia; i testi attribuiti ad Isaia riflettono tempi diversi, storicamente problematici che facevano presupporre un castigo dall’alto, risolto invece con l’arrivo di un carismatico salvatore, come nel caso di Ezechia. Degna di nota è la profezia di Isaia 53, in cui compare la figura di un servo portatore di salvezza mediante una morte sacrificale; degna di nota è anche la profezia di Isaia 11, 1-13, in cui il germoglio delicato, destinato a spuntare, è anche munito di una verga, simbolo dello scettro di Re. Egli possiede attributi divini, come sapienza, intelligenza, consiglio, fortezza, e doti umane, come conoscenza e timore. Il testo indugia molto sulla palingenesi che l’Adveniens recherà a favore dei poveri e della pace, con una terminologia suggestiva: il lupo dimorerà con l’agnello, il leopardo col capretto, vitello ed agnello pascoleranno insieme, la pace si stenderà su tutti, anche sugli animali.
Queste profezie suscitarono l’attesa di un personaggio potente della tribù di Davide, inviato da Dio, in veste di Re o sacerdote, e, in ogni caso, dalla dignità regale. Perfino Nietzsche, nell’Anticristo, pur riconoscendo al Cristo una nobiltà e spiritualità assoluta che lo allontana dagli interessi mondani, è sorpreso dalla Sua modesta apparizione storica; i popoli, infatti abbisognano di guide eroiche e coraggiose che parlano loro di virtù virili e non di figure dimesse che portano debolezza e decadenza.

Non fu solo il popolo ebraico ad essere attraversato da ventate messianiche; anche in seno alla storia di Roma, nel periodo critico delle guerre civili del I secolo a.c., la stanchezza e lo smarrimento degli antichi mores repubblicani suscitarono fenomeni di attesa, convergenti nell’arrivo di un Salvatore capace di un’aurea palingenesi. Virgilio ed Orazio, testimoni di quell’era violenta e caotica, si fecero interpreti del sentimento collettivo, con una letteratura di fuga spaziale in altri mondi (Orazio: Epodo XVI) , o temporale in un ritorno futuro della felicità dell’età saturnia (Virgilio, Bucolica IV). In questa veste di profeta Virgilio venne accolto nel Medio Evo e da Dante in tutta la sua avventura ultraterrena; le sue profezie precristiane sono riportate nei canti del Purgatorio XXI e XXII, come fermento di conversione del poeta Stazio, accolto perciò nell’oltretomba dei penitenti cristiani.

Anche Pascoli, definito da D’Annunzio ultimo figlio di Virgilio, si pone sotto la guida del poeta romano nei suoi auspici di pace e fratellanza. Virgilio ed Orazio entrano entrambi in scena, per presagire l’apertura di una nuova età rivelata dalla posizione stellare: nel poemetto Cena in Caudiano Nervae Virgilio evoca l’avvento del giorno della Sibilla e affida all’amico Orazio il compito di celebrarlo col suo canto, se lui non potrà prolungare la vita fino a quel giorno.Nel poemetto In limine è Orazio a rivolgersi all’amico che non ha potuto assistere all’età contemplata nelle sue Vergilie e gli augura la sopravvivenza (Commento a Pascoli di Giampaolo Borghello).

Significativo è il poema di H. Broch, La morte di Virgilio, in cui lo scrittore tedesco, attualizzando il messaggio di Virgilio nel tempo del totalitarismo nazista, interpreta la sua opera come profezia del mondo cristiano che dovrà aprirsi per modificare la storia. Virgilio, in Broch, è insoddisfatto della sua opera, vuole distruggere l’Eneide perché in essa ha glorificato il potere e non la virtù. Poeta ed Imperatore dissentono: Augusto parla in veste di salvatore e pacificatore dell’orbe, colui che ha beneficato il mondo chiudendo, alla luce di così grande opera, il tempio di Giano; il poeta, rinnegando la sua epica, si protende verso un futuro di libertà e fratellanza, oltre il potere e l’operato mondano di Augusto. Anche nei poeti latini il Messia verrà in panni umili ed aprirà un’era di pace e fratellanza, creando una frattura con tutti i progetti dei poteri storici.

Il messianesimo percorre anche la storia del mondo cristiano e torna a riportare ansie ed attese salvifiche in un mondo che rimane sempre fragile e frammentario. Il Novecento, proprio per la drammaticità dei suoi eventi, è percorso da stati d’animo e fenomeni contradditori; le coscienze in crisi si orientano variamente: o prendono la via dello scetticismo e del nichilismo, o la ricerca di un nuovo Dio calato in una sacralità originaria, ineffabile quanto il Nulla, lontano dalle teodicee dottrinali. Significative sono le esperienze di filosofi e poeti, consapevoli della decadenza di un mondo storico abbandonato da Dio e diventato vuoto ed assurdo. Caproni, nella sua opera matura (Il franco cacciatore, Il conte di Kevenhuller), dà alla terra quella configurazione desertificata e desolata che si ritrova in altri poeti, soprattutto Eliot (La terra desolata). Queste condizioni sembrano mature per l’attesa di un nuovo Dio. Le percezioni dei poeti, considerate come profezie dell’Adveniens, vengono recepite da Heidegger, che vuole disporre l’umanità ad attendere una figura diversa di divinità, dai caratteri di mistica indeterminatezza, vicini alla profezia di Meister Echkart più che alla sapienza delle religioni ufficiali (M. Viscomi: il sacro in Heidegger).

Posted

23 Dec 2025

Storia e cultura


Elisa Lizzi



Foto dal web



Articoli similari



Programmi in tv oggi
guarda tutti i programmi tv suprogrammi-tv.eu
Ascolta la radio
Rassegna stampa