Edmund Hillary, l’alpinista gentiluomo che conquistò l’Everest

Un’impresa che diede lustro al Regno Unito

Un giorno memorabile per il Regno Unito
Due avvenimenti di grande importanza – politico l’uno, sociale l’altro – vengono annunciati al mondo il 2 febbraio 1953: l’incoronazione della Regina Elisa-betta II che comincia il suo lunghissimo regno sulla Gran Bretagna e sui Paesi del Commonweahlt; la conquista dell’Everest, la vetta più alta del mondo, da parte del neozelandese Edmund Hillary (Auckland, 1919–2008) e dello sherpa Tenzing Norgay.




Un successo completamente british, quest’ultimo, e non soltanto per essere la Nuova Zelanda una monarchia parlamentare facente parte del Commonwealth, quanto anche perché la spedizione era del tutto britannica, al comando del colonnello dell’Esercito John Hunt.
L’Everest è la vetta più alta del mondo che i tibetani chiamavano Chomolungma (Dea Madre del Mondo), poi ribattezzata con il nome di Sir George Everest, direttore dal 1830 al 1843 del Survey of India.

L’Edmund Hillary meno conosciuto
Al di fuori della ribalta delle cronache per le sue gesta alpinistiche, Hillary ha condotto una vita privata nella discrezione e nella riservatezza che egli desiderava e, tuttavia, non meno significativa di quella pubblica che l’ha imposto all’ammirazione del mondo intero.
Ha profuso grandi energie aiutando il popolo nepalese degli sherpa. L’ha fatto attraverso l’Himalayan Trust, una Fondazione che ha costruito 25 scuole, 2 ospedali, 12 cliniche e numerose opere idriche con l’intento di migliorare le condizioni di vita di quella gente.
Si racconta che tutto sia cominciato allorché Edmund Hillary chiese a uno sherpa: «Se potessi fare qualcosa per il popolo Sherpa, cosa pensi che sarebbe?». E la risposta fu: «I nostri bambini hanno gli occhi, ma sono ciechi e non possono vedere. Vorremmo che tu aprissi loro gli occhi costruendo una scuola nel nostro villaggio». Detto, fatto: la generosità di Hillary trovò modo di realizzarsi e la Fondazione da lui costituita continua ancora oggi ad assecondare il volere del grande alpinista neozelandese.
Un’insufficienza cardiaca l’ha sottratto alla vita terrena l’11 gennaio del 2008: aveva 88 anni, era ricoverato nell’Auckland City Hospital. Una parte delle sue ceneri sono state disperse nelle acque della baia di Auckland, le restanti sono state tumulate in un monastero nepalese quasi a suggellare il vincolo profondo e indissolubile che l’ha legato a quella terra e a quel popolo.

Galeotta fu la gita scolastica
Timido di carattere e apparentemente gracile di costituzione, Hillary trovava rifugio e conforto nella lettura che gli teneva compagnia soprattutto nelle lunghe ore che impiegava per raggiungere la scuola. A far scattare la scintilla, e a far comprendere che la sua era una gracilità soltanto apparente, fu una gita scolastica effettuata all’età di sedici anni al monte Ruapehu nelle Alpi neozelandesi.


In questa occasione si accorse che il suo fisico era più resistente dei suoi compagni di camminata. La passione per l’alpinismo era ormai entrata a pieno titolo nelle sue giornate e nei suoi pensieri e, con il trascorrere degli anni, Hillary frequentò le Alpi per poi giungere in Himalaya dove scalò ben 11 vette sopra i seimila metri.

I tentativi prima di Hillary
Il Novecento si pose come il secolo propizio per pensare realisticamente all’arrampicata fino alla vetta dell’Everest: i progressi della tecnologia e le nuove conoscenze alpinistiche alimentavano questa ambizione.
Nel 1921 si partì con l’esclusivo intento di effettuare una prima osservazione della montagna, fermandosi a quota 7.000 metri.
Nel 1922 i britannici si organizzarono per un assalto decisivo agli 8.848 metri dell’Everest, forti anche dell’impiego del respiratore artificiale che rappresentava una novità assoluta nel campo dell’alpinismo d’alta quota. Tuttavia, non si andò oltre gli 8.326 metri.
Un alpinista britannico, Edwuard Norton, raggiunse gli 8.580 metri nel 1924.
Entrambe queste spedizioni furono funestate da incidenti, con vittime tra i britannici e gli sherpa. Non si esclude, addirittura, che almeno un paio di questi alpinisti, prima di morire, abbiano potuto raggiungere la vetta. Nessuno potrà mai dimostrarlo.
Nel 1933, inoltre, un aeroplano sorvolò per la prima volta la vetta dell'Everest. Le scalate ripresero in maniera più intensa e convinta dopo la seconda guerra mondiale. Rispetto ai tentativi precedenti, la tecnologia aveva fatto grandi progressi e gli alpinisti disponevano di indumenti più idonei a ripararli dal freddo, di strumenti più affidabili e resistenti. Grazie a questi progressi, nel 1952 una spedizione svizzera portò due uomini, Raymond Lambert e lo sherpa Tenzing Norgay, a duecento metri dalla cima.

«L’abbiamo battuto quel bastardo!»
Dunque, alla conquista dell’Everest ci si avvicinò gradualmente, quasi con il rispetto che il gigante dell’Himalaya imponeva, ma quasi sempre con tentativi di matrice britannica. Serpeggiava nel Regno Unito una qualche apprensione, soprattutto perché si temeva che, preparata nel silenzio, qualche spedizione di un altro Paese potesse sottrarre la primogenitura dell’impresa.
Nel 1953 il Joint Himalayan Committee organizzò una spedizione in grande stile e con notevole impiego finanziario. Il comando, come detto, venne affidato al colonnello dell’esercito John Hunt la cui squadra era composta da undici alpinisti britannici, due neozelandesi, 20 sherpa e 350 portatori che “muovevano” tonnellate di provviste necessarie al rilevante organico umano per tutto il tempo dell’operazione.
Era il mese di marzo del 1953 allorché Hunt decise di affrontare la montagna dal suo lato sud, preventivando tre tentativi successivi con uomini diversi, partendo dal campo base che venne predisposto a livello 7.000 metri. Tra i partecipanti si sviluppò un’accanita competizione per far parte delle squadre che avrebbero potuto tagliare il tanto sospirato traguardo.
Il primo tentativo, partito il 26 maggio, fallì: i due alpinisti designati da Hunt non riuscirono ad andare oltre gli 8.750. Meno di cento metri dalla gloria!
Sorte risolutiva toccò, invece, ad Edmund Hillary e allo sherpa Tenzing Norgay, lo stesso che aveva già preso parte alla spedizione svizzera dell’anno precedente: alle 11,30 del 29 maggio 1953 raggiunsero finalmente gli 8.848 metri di altitudine del monte Everest.
Rimane celebre la frase rivolta da Hillary a George Lowe, il primo compagno di scalata incontrato durante la discesa: «Well, George, we knocked the bastard off!», «Beh George, l'abbiamo battuto il bastardo!».
Il 2 febbraio 1953, venne dato l’annuncio del successo conseguito, lo stesso giorno in cui a Londra veniva incoronata Elisabetta II. Una data memorabile per il mondo ma, soprattutto, per il Regno Unito.

Posted

07 Apr 2025

Storia e cultura


Duilio Paiano



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