UN EROE ROMANTICO
È una storia singolare quella di José Borjes (Vernet, 1813-Tagliacozzo, 1861), generale spagnolo al servizio dell’esercito carlista, e per questo esiliato in Francia dove si arrangiò come rilegatore, precettore e commerciante di vini. Rientrato in Spagna, fu sostenitore della regina Isabella II di Borbone praticando azioni di guerriglia dal 1846 al 1848 e nel 1855.
Guidò, poi, una spedizione di filo-borbonici spagnoli e italiani, nell’ambito del brigantaggio postunitario, con il fine di riconquistare il perduto Regno delle Due Sicilie in favore di Francesco II di Borbone. Fu per un certo periodo alleato del capo brigante lucano Carmine Donatello “Crocco” dal quale si allontanò per divergenze sulle modalità delle operazioni.
José Borjes era nato in una famiglia di fede cattolica e saldamente orientata a valori militari. Il papà Antonio era generale dell’esercito spagnolo che aveva partecipato ai conflitti antinapoleonici, morto fucilato nel 1836 nel corso della prima Guerra Carlista. Benedetto Croce definì José “uno dei più romantici cabecillas (capi) delle guerre carliste, coraggioso, esperto di guerra, sincero e devoto uomo”.
Ripercorriamo in questa pagina alcuni dei momenti più significativi della sua controversa ma affascinante vicenda umana e militare.
LA PARTENZA PER L’ITALIA
Dopo l’esperienza spagnola, nel 1860 Borjes si recò a Roma offrendo collaborazione allo Stato Pontificio che, però, venne rifiutata dalle autorità papaline.
Rientrato in Francia, fu contattato da agenti inviati dal generale Tommaso Clary e sollecitato a mettersi al servizio del governo borbonico in esilio in Italia. Numerosi e importanti gli obiettivi da perseguire.
La proposta affascinò Borjes che decise di accettare l’incarico e la sfida.
Borjes partì da Marsiglia il 5 luglio 1861 con un esiguo numero di seguaci – diciotto spagnoli e due napoletani – per sbarcare prima a Malta e poi in Calabria, a Capo Spartivento, da dove ebbe inizio una faticosa marcia per tentare la sollevazione di quelle popolazioni. I primi dubbi sulla fattibilità della proposta del generale Clary gli vennero al momento dello sbarco in Calabria: non trovò nessuno ad attenderlo.
Le popolazioni locali, infatti, si mostrarono diffidenti e in alcuni casi addirittura ostili. Gli sforzi del generale sortirono soltanto l’arruolamento di una ventina di contadini. In compenso allacciò una collaborazione con la banda di Ferdinando Mittiga, un sottufficiale dell’esercito del Regno delle Due Sicilie divenuto brigante poco dopo la proclamazione dell’Unità d’Italia, con la quale attaccò il Comune di Platì senza successo.
Abbandonato da Mittiga, che verrà ucciso qualche giorno dopo in uno scontro a fuoco, e inseguito dalle guardie nazionali che fucilavano chiunque gli fornisse aiuto, Borjes si diresse verso la Basilicata nella speranza di trovare una situazione più favorevole.
ALLEANZA CON CARMINE CROCCO
Borjes approdò in Basilicata nell’ottobre del 1861 e il giorno 19 avvenne il primo contatto con la banda di Carmine Donatello “Crocco”, una delle più temute di quel periodo. L’incontro con il bandito avvenne il successivo 22 ottobre nei boschi di Lagopesole. Bisognava arruolare nuovi combattenti, conquistare il maggior numero possibile di comuni, soprattutto Potenza, la più consistente roccaforte sabauda della regione.
Crocco, sebbene avesse stipulato l’accordo, fu diffidente sin dall’inizio nei confronti del generale spagnolo, temendo che volesse sottrargli i territori già conquistati o da conquistare. Le diversità di vedute tra i due vertevano anche sulle tattiche da attuare: Crocco prediligeva gli agguati e la guerriglia, Borjes era più propenso ai sistemi ortodossi militari. Molto distanti, inoltre, le personalità dei due uomini.
Tuttavia, gli uomini di Borjes e quelli della banda Crocco riuscirono in alcune imprese: ottennero numerose vittorie ma evitarono di conquistare Potenza, deludendo le aspettative dello spagnolo.
La sintonia tra i due ebbe breve durata: Crocco si ritirò a Monticchio, rompendo la sua alleanza con Borjes, in ciò prevalentemente convinto dalla mancata promessa di un rinforzo militare da parte dell’esule governo borbonico. Il generale, amareggiato, si diresse verso Roma per informare Francesco II dell’accaduto.
LA CATTURA E LA MORTE
Giunti quasi al confine dello Stato Pontificio, Borjes e i suoi uomini, stremati dalla lunga marcia, cercarono rifugio nella cascina Mastroddi di Luppa, nei pressi di Tagliacozzo. Qui, in seguito a un tradimento, furono intercettati da un manipolo di bersaglieri al comando del maggiore Enrico Franchini e dalla guardia nazionale di Sante Marie guidata dal capitano Vincenzo Coltelli.
Al termine di un’aspra battaglia che produsse numerosi morti e feriti, Borjes si arrese. I 22 superstiti furono trasferiti a Tagliacozzo, identificati e trattati come briganti. Poche ore dopo la cattura, nel pomeriggio dell’8 dicembre 1861, furono tutti fucilati alle spalle e i loro corpi gettati in una fossa comune. Solo successivamente, per ordine del generale Alfonso La Marmora, vennero riesumati e portati a Roma ove ricevettero onori militari e solenni funerali.
Finiva nel sangue, e con modalità certo non degne dell’autorevolezza e del carisma dell’uomo, la vita avventurosa del generale José Borjes.
LE POLEMICHE CONTRO IL GOVERNO ITALIANO
La notizia della tragica fine del generale spagnolo, e la repressione nel sangue delle sue ambizioni di restaurazione della dinastia borbonica, suscitarono non poche polemiche che coinvolsero lo Stato italiano. Victor Hugo ebbe a scrivere un articolo molto critico in cui affermava, tra l’altro: «Il governo italiano fucila i realisti». Un capitano piemontese, il conte Bianco di Saint-Jorioz, qualche anno dopo in un libro sul brigantaggio, parlò di Borjes come di un gentiluomo e non di un brigante.
L’archeologo François Lenormant definì il generale «uno di quegli avversari che ci si onora di rispettare» e considerò la sua morte «una macchia sanguinosa per il governo italiano». Nessuna traccia è rimasta dei verbali redatti dai bersaglieri e neanche di tutti gli effetti personali degli ufficiali dell’esercito di Borjes. Nessuna notizia, infine, dell’ingente tesoretto di 2.140 napoleoni d’oro che il generale Clary gli aveva consegnato all’inizio della missione.
Venne recuperato il diario che Borjes aveva accuratamente redatto nei giorni delle sue imprese. Ha avuto un’enorme diffusione e, ancora fino ai nostri giorni, gode di interesse e di traduzioni in italiano, spagnolo, francese e inglese.