Il Premio di letteratura ed Arti Visive “Ciò che Caino non sa”, organizzato dall’Accademia delle Arti e delle Scienze Filosofiche di Bari, porta il nome del primo uomo violento della Storia umana.
Nel viaggio di ritorno dalla cerimonia di premiazione, ho continuato a sviluppare mentalmente le mie riflessioni su questo personaggio, paradigma del male e sulla serie di generazioni a lui successive. Ho ascoltato voci, relazioni, dialoghi e confronti, sulla scia di video che nel frattempo correvano sullo schermo, intorno alla violenza, non solo vicina a noi, ma disseminata in tutto il mondo nelle sue varie forme.
Alle vicende di violenza seguivano proposte tese a contrastarla, casi esemplari di bontà eroica di cui l’uomo è capace, perfino utopie di un positivo coronamento futuro della Storia dopo le tante faticose oscillazioni.
Ciò che rimane di tanto dibattito è la constatazione che, nonostante secoli di civilizzazione ed elevazione culturale, l’azione di Caino si ripete, con altre connotazioni, ma sempre segnata dallo spirito di prevaricazione dell’uomo contro l’uomo, fin negli ambienti familiari e domestici. Si potrebbe commentare questo fallimento della Storia con le parole di Vittorini nel I numero del Politecnico (Politecnico, 29 settembre 1945), piene di stupore e rammarico: lei (la cultura) è stata pensiero greco, ellenismo, romanesimo, cristianesimo latino, cristianesimo medievale, umanesimo, riforma, illuminismo, liberalismo, c’è Platone in questa cultura. E c’è Cristo. Dico, c’è Cristo. Non ha avuto che scarsa influenza Gesù Cristo? Tutt’altro... Ma è stata influenza che ha generato e rigenerato se stessa. E mai, o quasi mai, rigenerato anche l’uomo... Pensiero greco, latino, cristiano, sembra non abbiano dato che il modo di travestire e giustificare la barbarie. È qualità naturale della cultura di non poter influire sui fatti degli uomini?
Sono parole di ordine esistenziale, ripetute anche nei dialoghi lirici dei romanzi, in primo luogo La conversazione in Sicilia; personaggi esemplari e simbolici ripetono le loro formule universali sul male del mondo offeso.
Le mie riflessioni interrogative si sono acquietate nella visione, attraverso il finestrino del treno, delle ampie pianure di Puglia, le pianure segnate dal sole e dalle messi tipiche della Magna Grecia. Qui, per tanti chilometri di stoppie bionde e disseccate da un sole puro e potente, senza traccia dell’uomo, sembra ritrovare la madre terra originaria, immersa nel silenzio ed incurante della presenza umana. Forse la terra, concludo con il pensiero di Leopardi (Dialogo della Natura e un Islandese; Cantico del gallo silvestre), non ha bisogno dell’uomo, è soddisfatta di sé e del suo connubio con il sole e il mare. L’ora del meriggio diventa la cerimonia di questo matrimonio tra gli elementi cosmici in un clima di ebbrezza panica. L’uomo della civiltà non fa parte di questo contesto cosmico e, come dimostra Cesare Pavese (Feria d’agosto: Nudismo: Il diavolo sulle colline), si sente a disagio, come il bambino che vuole spiare le vicende del talamo dei genitori (D. Fernandez: L’èchec de Pavese).
Dunque questa piena ed armonica autonomia viene interrotta dalla Storia, con la comparsa dell’uomo e della comunità. I miti ripercorsi dai poeti segnano questo trapasso dalla dimensione originaria a quella della coscienza storica. Il trapasso diventa rottura, prevaricazione dell’uomo sull’altro uomo, possesso circoscritto con i confini ed accresciuto per avidità. Caino costituisce il paradigma ed appartiene alla storia dell’umanità per antonomasia, quella promossa da Dio con la Sua creazione e da Lui sempre ispirata e guidata.
Caino è il primo ad entrare nella storia con un atto di violenza fratricida; egli, a differenza di Abele pastore solitario, è fondatore di città, e quindi di progresso e delle sue idee guida di competizione, primato, volontà di possesso, abbattimento della fratellanza. A Caino succede il caso analogo dei due fratelli Romolo e Remo, che danno inizio all’azione divisiva e separativa del territorio, fino al delitto per chi osasse scavacalcare la linea tracciata; la città di Roma e il suo Impero hanno origine da un’azione di violenza, contrassegno di possesso, supremazia, dominio, gelosia ed invidia. Tanto infamante è apparso questo fratricidio iniziale della Storia di Roma, che Ovidio (Piccola Eneide nelle Metamorfosi) ha dato una diversa versione dei fatti: ad uccidere Remo sarebbe stato non Romolo, ma un soldato lasciato a sorvegliare il pomerio. Rousseau, pur non ricorrendo al mito, fa iniziare la Storia dal momento in cui un uomo cominciò a recintare la sua proprietà, definendone i confini, annullando così la vita idillica precedente con la fruizione collettiva dei beni. (Discorso sull’origine della disuguaglianza).
Holderlin. Leopardi, Elsa Morante, tracciano una Storia dell’umanità con i suoi punti distintivi di trapasso. Sempre l’avidità dell’uomo, portata in ogni settore della vita, anche nel campo della conoscenza, è il fattore discriminante tra le ere, con la conseguenza dell’infelicità nel mondo. Holderlin definisce l’età dell’uomo “occhialuto”, che rinuncia alla sua beata innocenza a contatto con gli dei per il suo voler conoscere oltre misura, l’era della miseria e della siccità (Odi: La pace, Vocazione del poeta).
Anche Elsa Morante ne La serata a Colono, rifacimento della tragedia Edipo a Colono di Sofocle, presenta Edipo come uomo universale, che ha attraversato tutte le epoche fin dalla preistoria, quando viveva ancora allo stato di pianta e poi uomo legato al divino padre Apollo con cui giocava in una dimensione edenica, e poi uomo della Storia e del dolore, capace di sfidare l’enigma ma enigma a se stesso.
L’uomo del progresso, quindi, non è capace di ripristinare l’armonia originaria; neppure Cristo è stato capace di portare il regno di Dio sulla terra, ormai immersa nella mondanità, procedendo nella sua solitudine spirituale, distanziata dalla materialità di ogni potere (F. Nietzsche: L’Anticristo). Nella storia si vive e si vivrà sempre sulla rotta di Caino o su quella di Abele; Agostino (La città di Dio) ci narra che, fin dall’inizio i due fratelli indicavano tendenze opposte e dopo di loro nacquero altri Caino e altri Abele. La Storia per Agostino si divide in Storia dell’uomo e Storia di Dio, come due città e due mondi che procedono paralleli. La città dell’uomo è formata da uomini che vivono secondo il metodo mondano, mentre la città di Dio è formata da uomini che vivono proiettati verso Dio e i beni spirituali, facendo della vita terrena, accanto agli altri, un pellegrinaggio verso l’eterno.