Giacomo Leopardi affermava in molti passi dello Zibaldone sinonimia di parole, ma di paradigmi e livelli entro cui si è svolta la vita dall’origine alla civiltà. L’uomo esce dalle mani della madre natura ed entra nell’ordine sociale, ai principi del ciclo vitale sovrappone le regole dei contesti sociali, che è costretto ad apprendere per destreggiarsi nella vita di comunità. Leopardi non vuole creare sinonimi, ma antitesi a tutto vantaggio della natura che, nel suo eterno ciclo, produce un’immensa varietà di forme e organismi, secondo un’infinità di gradazioni, con ritmo instancabile e con arte suprema.
Nella diversità non c’è una valenza, un criterio assiologico, perché essa ama allo stesso modo tutte le sue creature, senza emettere un giudizio di valore sul loro operato.
La società, invece, si sovrappone alla natura, come frutto della ragione che non conosce innocenza e semplicità, ma si pone finalità ed obiettivi, formula un suo metodo, agisce con criteri di giudizio. Il suo processo, quindi, non è indolore, perché nelle formule di giudizio sono implicite la selezione, l’esclusione e la disuguaglianza. Leopardi, come rilevano i commentatori (Prete, Severino), ha percorso questa storia del genere umano in molta parte della sua opera di pensiero, nello Zibaldone e nelle Operette morali, con un’angosciante preveggenza sul futuro tecnologico e disumano che avrebbe snaturato il primo autentico livello di vita. Nei livelli di vita originari meno progrediti si osservano una semplicità acritica e uno spirito di accettazione dell’altro alieno da scarti e sopraffazione, motivo per cui il poeta guarda con nostalgia alla fanciullezza dell’uomo e dei popoli, in accordo con Rousseau che aveva già disputato sulle origini della disuguaglianza sociale. Il pensiero leopardiano è una critica al “patto sociale” hobbesiano e all’inclinazione dell’uomo per la socialità, che si rivela una vera mostruosità.
Nella vStoria della follia Foucault nota una frattura storica tra i secoli meno progrediti del Medio Evo e le epoche governate dalla ragione, soprattutto quella che va con il nome di Illuminismo, il cui manifesto è l’intento di portare l’aufklarung nel buio indistinto del passato. La ragione diventa simbolo di intelligenza, senso critico, dialettica di confronto, in nome di un progresso in continuo superamento. La ragione opera con metodo selettivo, si oppone alla sragione, dividendo gli esseri razionali dai non razionali, formando gerarchie e classi anche nel suo stesso campo. Se nei secoli precedenti era stato possibile una convivenza sociale tra gli individui, accettati nella loro diversità, il nuovo sguardo classificatorio non tollera i meno dotati, creando netta separazione tra chi sa e chi non sa, chi può parlare e chi non ha questo diritto. Tutta una moltitudine di persone va emarginata in strutture create appositamente per non disturbare l’ordinata pianificazione sociale. Al sapere, che si accumula e si struttura in scienze e dottrine, si associa il potere, ed è questa simbiosi di sapere-potere a generare distanze e disuguaglianze, fino alla vera e propria emarginazione dalle file dell’ordine sociale.
Queste annotazioni storiche di Foucault corrispon-dono alle opinioni di Rousseau e Leopardi sulle società moderne e complesse che danno il primato all’uomo inteso come essere razionale, consenten-dogli di abbattere metafisica e teologia per sviluppare il suo dominio non solo sui vari livelli della natura, ma anche sui suoi simili.
Anna Maria Ortese ci fornisce una rappresentazione di questa filosofia razionalistica nel suo romanzo L’iguana. In un’isola appartata dalle vie del progresso sembra insistere ancora una specie di età dell’oro, legata ai ritmi innocenti e materni della natura.
Non c’è separazione tra le specie che popolano l’isola e un’iguana può essere vista alla stregua di una fanciulla, giovane e bella, degna di gratitudine e di sguardi amorosi da parte degli umani con cui convive. Non appena le idee di modernità e di progresso investono l’isola, si assiste ad un radicale mutamento: non più la divina ed eterna metamorfosi che accomuna gli esseri, ma una razionalità divisiva che relega l’iguana tra le bestie prive di intelligenza e di anima; la Ortese riporta la sua filosofia della naturale fratellanza anche nel romanzo Il cardillo addolorato, in cui si assiste all’esclusione del “figlio dei fiori”, una creatura indeterminata, perché non inclusa nei parametri definiti socialmente.
Nonostante le filosofie di gruppi tesi a difendere il cosmo in tutte le sue forme viventi (Felice Cimatti in Uomini e profeti), la simbiosi sapere-potere, calata nell’impero della tecnologia, costituisce nel nostro secolo il criterio dominante. Questo potere freddo e anonimo, visto da Heidegger come destino e ultima metafisica, colonizza il mondo, producendo angoscia e paura per il futuro dell’esistenza. Nessuno può sentirsi indenne da questa rete montaliana della storia che avviluppa in modo avvolgente il pianeta, non solo con strumenti istituzionali, ma altri invisibili e pervasivi che, sempre secondo Foucult, regolano perfino i comportamenti in una specie di bio-potere. Una famiglia che voglia vivere appartata nel bosco, va richiamata all’integrazione, mentre una moltitudine di asceti e visionari, nel passato, ha arricchito e fecondato l’esperienza spirituale. Le scelte umane vanno orientate verso forme di materialismo ed edonismo, con la sconfitta del sacro e del mistero. Leopardi, proponendo i rimedi naturali delle illusioni poetiche, guardava con angoscia al futuro, quando le astrazioni della ragione tecnologica avrebbero posto fine all’immaginario umano e finanche alla vitalità delle sensazioni, chiudendo l’epoca della poesia.
Si sono levate, anche dopo Leopardi, voci di apprensione sulla pianificazione assoluta della tecnologia, cercando spiragli e vie di difesa. Le ricorrenti immagini del bosco in letteratura e filosofia, oltre che testimonianza di vita vissuta, sono allegorie mitiche di un luogo utopico ed alternativo alla chiusura dell’universo tecnologico che avanza nella sua desertificazione umana. La luce, se ancora può rivelarsi come tenue mezza luce, si trova per Heidegger nella radura del lucus in una sacra dialettica di svelamento- nascondimento; Ernst Yunger, nell’opera Waldgang, tradotta come Il ribelle, presenta il bosco come la via possibile di difesa dalla tecnicizzazione totale attraverso la meditazione, la preghiera, l’isolamento, la ricerca di una sacralità indefinita e non dottrinale. Egli giunge a questa svolta dopo aver tracciato un quadro visionario della modernità, in cui la figura del lavoratore (Il lavoratore citato anche come Operaio, Milite), incollato ai doveri dell’obbedienza, della severità, della spersonalizzazione e intercambiabilità di fronte ad un potere anonimo, rappresenta il destino della tecnica come metafisica realizzata; non esistono vantaggi personali, né benessere, solo la pianificazione razionale totalitaria senza traccia di identità o di pensiero.
Chandra Candiani fa del bosco un luogo di vita e scrittura; la sua scelta di abitare alle propaggini di un diventa narrazione e testimonianza nel libro I visitatori celesti; si tratta una testimonianza di autoformazione, in quanto liberazione dalle strutture del conformismo sociale per accedere ad un luogo straniante in cui recuperare la libertà e l’immagine autentica della sua vita.