L’abbattimento dei cancelli di Auschwitz il 27 gennaio è il giorno in cui un progetto scellerato fallì lasciando sul campo milioni di morti, non arrivando al suo inaccettabile macabro, disumano obiettivo: cancellare dalla faccia della terra il popolo Ebraico ed altre minoranze. La sofferenza immane e il ricordo, la vicinanza, la partecipazione sincera servono a perpetrare l’abbattimento di quei cancelli, tenendo alta la attenzione perché quello che avvenne non capiti più.
Ma quale è l’antidoto?
Al di là delle dichiarazioni e della condivisione ideale del dolore di quel popolo, oltre al ricordo e alla celebrazione c’è qualcos’altro che dobbiamo fare perché non avvenga più?
Dato per scontato che il negazionismo pur rimanendo non potrà che interessare una minima percentuale di persone che sono cristallizzate nella propria ignoranza senza speranza di riscatto, noi Donne e Uomini liberi possiamo, dobbiamo fare un ulteriore sforzo per capire come sia successo e riuscire a captare e interpretare i primi segni di quello che fu un delirio di massa e che trovò nella indifferenza e nella paura il concime che lo fece crescere?
La Germania post-bellica nata dalle ceneri, dalla tragedia del Nazismo, nello scrivere la sua costituzione mise come primo articolo: La dignità dell’uomo è intangibile. È dovere di ogni potere statale rispettarla e proteggerla.
L’Olocausto non è solo violenza e morte ma è la espressione della sistematica distruzione in primis della dignità umana e quando si riesce a distruggere quella, l’altro non è concettualmente più un umano ma diviene altro rispetto un essere umano. È questo, credo, il primum movens psicodinamico che porta al sopruso e determina la facilità dell’innesco di quella reazione a catena di fatt che porterà infine alla cancellazione ideologica del limite che una Civiltà degna di questo nome, nei millenni ha raggiunto.
Questo è il meccanismo cui risponde storicamente, socialmente e psicologicamente la Shoah.
Questo è conoscere e aver consapevolezza, per evitare che possa riaccadere come accadde al popolo Ebraico europeo, agli zingari, agli omosessuali e ai portatori di handicap: sistematica e cosciente distruzione.
Come dovremmo definire oggi la “sistematica” distruzione della dignità umana dei Palestinesi costretti a vivere (sopravvivere) in un superghetto bombardato chiamato Gaza? Perché dobbiamo aver timore di indicare quell’errore che sta alla base della pazzia dell’odio umano che portò allo sterminio sistematico di una etnia, quella Ebraica?
Ma se a quella etnia sostituiamo il Nome di quel popolo col Nome di un altro popolo, non è comunque uno sterminio sistematico per un fine che, anche se non dichiarato, vuole avvalersi di preconcetti e della indifferenza di chi potrebbe, dovrebbe invece agire?
Forse allora davvero manca la parola per definirlo; e allora occorrerà ricorrere a una delle luci, a un faro che, testimone indefesso e grande scrittore, ci ha almeno spiegato il concetto di una immane sofferenza che supera addirittura la capacità linguistica:
La nostra lingua manca delle parole per descrivere questa offesa (Primo Levi.)
Cosa potremo usare in futuro per quanto accade ora laggiù?