La panchina si rivela un luogo letterario d’eccezione, nonché un sito spiccatamente riflessivo, nell’accezio-ne di porsi a debita distanza per contemplare meglio l’oggetto dinnanzi a noi. Possiamo trovare refrigeranti panchine per il nostro ristoro in lungomari, lungo-laghi, in centro nelle piazze, nei parchi e nei giardini, per ammirare il panorama, per riposarci e riprendere successivamente il cammino o per pensare... Lo sguardo umano, come sostiene l’estetica filosofica, abbraccia un paesaggio, delimitandone dei confini e ritagliando, di conseguenza, una porzione spaziale facendola risaltare rispetto allo sfondo.
Michael Jakob nel suo saggio Sulla panchina. Percorsi dello sguardo nei giardini e nell’arte (Einaudi 2014) mette in luce che questo elemento dell’arredo urbano si dimostra una sorta di utopia realizzata (un ossimoro in termini) capace di sospendere il ritmo frenetico del mondo e al contempo di isolarci, in quanto spettatori, in una sorta di piega spazio-temporale. Le panchine, queste vacanze “a portata di mano”, sono ben presenti nella letteratura (pensiamo alla panchina nel giardino pubblico de La nausea di Sartre) e nell’arte (alludiamo, per esempio, a Manet) poiché sono emblema del relax e dell’introspezione che consente di sconfinare verso l’esterno pur garantendo la protezione della propria interiorità. Lo spazio esterno e concreto che viene filtrato dai sentimenti della propria anima e pertanto assume talvolta la forma di un correlativo oggettivo, di una proiezione delle proprie emozioni, di un clima a noi congegnale. Paesaggi interiori e “climi” diventano un binomio perfetto; infatti, come annota Henri-Frédéric Amiel nel suo Diario intimo: Ogni anima ha il suo clima, è un clima […] Produciamo così noi stessi il nostro mondo spirituale, i mostri, le chimere e gli angeli, oggettiviamo ciò che fermenta in noi. […] ognuno […] è il solo a vederli. Siamo tutti visionari, e ciò che vediamo nelle cose è la nostra anima. Ci ricompensiamo e ci puniamo noi stessi senza saperlo. Così sembra che tutto cambi quando cambiamo noi.
La natura è per lui specchio dell’anima, riprendendo le suggestioni rousseauiane, di cui sono forti le influenze, in una affinità elettiva che accomuna i due pensatori ginevrini. La località svizzera di Ginevra diviene crocevia di rêverie, proprio perché è una delle città menzionate nell’opera Panchine: come uscire dal mondo senza uscirne (2008) di Beppe Sebaste, traduttore e curatore delle Fantasticherie del passeggiatore solitario di Rousseau. Nella sua analisi, Sebaste ritrova nelle panchine un luogo di sospensione, uno spazio riservato come un cantuccio da cui scorgere il mondo mentre si è immersi nei propri pensieri. Dalla meditazione interiore e alla contemplazione estetica dei belvedere, si passa presto a considerazioni di più ampio respiro dal momento che, a suo avviso, la cultura – la letteratura soprattutto – in fondo non è altro che questo: fermarsi, lasciare scorrere il mondo, guardarlo, guardare anche un po’ se stessi (B. Sebaste, Panchine, Laterza, Bari 2008, p. 5).
Guardiamo il mondo e gli umani affaccendati come un paesaggio afferma in un altro passo Sebaste: da luogo della percezione a luogo dell’estetica paesaggistica. Fuori dal mondo e contemporaneamente dentro, quindi. Sulla panchina si guarda senza essere visti e ci si dà il tempo di perdere il tempo (Ivi, p. 153), si può osservare mondo circostante senza parteciparvi, visto che si fa riferimento ad uno spazio privato e “mentale” conquistato ed inserito però in uno spazio pubblico, configurandosi anche come una sorta di eterotopia (concetto teorizzato da Foucault) proprio in virtù del fatto che sovverte e sospende la temporalità del contesto in cui ci si trova.
La panchina travalica la prosa e approda all’ambito poetico in diversi componimenti. Il poeta Vittorio Sereni, nel suo Concerto in giardino datato 1935 e incluso nella raccolta d’esordio Frontiera, apre la lirica focalizzandosi su un io lirico che, seduto all’ombra di una panca assolata, osserva il proprio giardino innaffiato, collegando in tal modo la quiete del momento a riflessioni più ampie riguardanti l’Europa e l’ipotesi di una guerra imminente (quella che sarà appunto la Seconda guerra mondiale), apparendo così come una sorta di buio presagio.
Non solo, i bambini che il poeta scorge giocare sull’aiuola gli sembrano dei soldati. Il momento sospeso della contemplazione risulta, perciò, una quieta prima della tempesta, mentre la panchina assume le sembianze di confine e di isolamento. Inoltre nella poesia compaiono dei treni annunciati dal loro fischio ed introdotti dalla congiunzione “ma”, che possono essere interpretati quali l’irruzione della storia nella vita quotidiana di ciascuno (frantumando la quiete e l’armonia del giardino), pur se comodamente racchiuso nella propria dimora con giardino.
Passiamo ora ad occuparci del breve componimento poetico La panchina di Sandro Penna, il quale dedica una fine scena lirica estiva all’insegna della calura e dell’immobilità. Il contrattempo del treno che tarderà di almeno un’ora si trasforma in un’opportunità siccome permette di dilatare il sopraggiunto tempo dell’attesa e di distinguere pienamente i colori della natura che, eclissando l’essere umano e i suoi affari, diventa protagonista con i suoi suoni come quelli delle cicale, vere padrone dell’ora e grazie ai suoi colori più autentici come il turchino del mare. Oltre ai sensi dell’udito e della vista, si evidenziano impressioni provenienti dal tatto (unito alla vista) visto che viene avvistata La panchina di ferro che scotta al sole. Una poetica cristallina che talvolta ritrova analogie con certe liriche estive montaliane.