Mi sono assiduamente impegnato a non ridere delle azioni degli uomini, a non piangerne, a non dete-starle, ma a comprenderle
Baruch Spinoza – Il trattato politico
Abbiamo bisogno di crescere, come individui e come comunità, smettere le scarpette da running e sostare all’ombra del salice pensante, consapevoli che non bisogna mai abbassare la guardia, consci della necessità di tenere viva l’attenzione sui fatti che accadono nel quotidiano, ma che alzare la voce, gridare al sensazionalismo e istigare sentimenti di odio e rancore è intraprendere una strada senza uscita, un vicolo cieco dove i muri spezzano le gambe all’agire samaritano.
Non serve grattare nel fondo, scavare nel fango, pescare nel torbido, girare il coltello nella piaga.
Mai indifferenza, mai disinteresse, ma la curiosità morbosa sventra le vittime uccidendole oltre che nel corpo anche nell’anima, privandole della dignità eterna in cui le ha consegnate la morte.
Gridare all’oltraggio per poi dimenticare, accantonare, passare subito oltre non è la soluzione al male insito nell’animo umano. Estirpare il crimine dalla radice non accadrà mai, ma la speranza che non bisogna smettere di alimentare è che abbia sempre meno proseliti e meno devote menti contorte e corrotte.
La spettacolarizzazione crea implosione nell’antro del male spandendone ovunque le schegge, generando ferite aperte, difficili da suturare, facili da incancrenirsi.
Esteriorizzare il crimine vuol dire rafforzarlo nella sua immagine, dargli forza e vigore, gambe per andare lontano; bisogna invece saperlo riconoscere e disfarne le fattezze, smembrarlo tassello per tassello, fino a renderlo inconoscibile, sostituibile con il bene comune.
La violenza non ha un solo nome – né quello della vittima di turno – i genocidi non hanno tempo ma sono i corsi e ricorsi storici di una umanità sempre uguale a se stessa, malvagia e corrotta, con tutte le sue miserie e tale continuerà ad essere se non si educa all’Amore universale e al rispetto reciproco.
Nostro dovere è operare dei cambiamenti in noi stessi, evolvere coscienziosamente anche nell’approccio alla notizia, alla violenza che ogni giorno ci viene sbattuta in faccia, ancor prima del caffè o del completo risveglio. L’orrore e il raccapriccio vanno parallelamente al rispetto dei drammi personali e della collettività, evitando il giudizio facile, l’asprezza del commento, la strumentalizzazione del dolore altrui, comprendendo che ogni azione umana è determinata da cause precise ed è nel motivo che si nascondono le soluzioni. Ma i motivi spesso superano i limiti della nostra comprensione e così le soluzioni si allontanano dai nostri orizzonti conoscitivi.
Educare al rispetto del pensiero altrui, dell’appartenenza e all’uguaglianza di genere, non solo a parole, ma con esempi comportamentali e di vita. Educare non è insegnare, è presentare uno stile comportamentale, è sentirsi coinvolti emotivamente, empaticamente e coinvolgere naturalmente.
Si inizia dal proprio stagno, sperando che, come un sasso lanciato nell’acqua, il messaggio si dilati simile ai cerchi concentrici provocati dal tonfo e si spanda tra gli animi ancora in cerca di autore, confusi dal chiacchiericcio in cui gli idiomi si intrecciano come liane senza riuscire a comunicare.
E allora cresciamo, cerchiamo di farlo insieme, mano a mano, passo dopo passo, come i neonati che gattonano in cerca di appigli, diventiamo adulti con l’umiltà di chi la vita deve ancora conoscerla a proprie spese per amarla a fondo e amare l’altro, sentendoci parte di un genere che, prima che faccia notte, scopra di essere umano, generato dal dio del creato.
Dissero che la morte/ aveva mani adunche/ – Thanatos fu guerriero/ del vento e condottiero –
/ scrissero farse e drammi/ poemi a mani piene/ ma Alcesti ha occhi neri/ sfumati di mistero/ e visse anni interi/ ancor vaga di notte […] (da Rosso sangue)