Estate… tempo di vacanze! Non solo per chi partirà per un viaggio o semplicemente per visitare una località in gita da un giorno, ma anche per chi resterà a casa, nel suo paese o nella sua città. Questo perché, come giustamente evidenzia Alain de Botton nel suo libro L’arte di viaggiare, si può cercare di essere turisti nella propria località di residenza, tentando di avere uno sguardo da turista carico di stupore nel vedere o rivedere con un’altra ottica tutto il bello che ci circonda. Allora in questo articolo cerchiamo di individuare un’estetica dei paesaggi geografici, lasciandoci ispirare da alcune pagine di letterati e intellettuali.
Iniziamo dal mare che Proust sostiene avere l’incanto delle cose che non diventano silenziose di notte (M. Proust, I rimpianti colore del tempo, Elliot 2016, p. 54) e che ci invitano dolcemente al sonno. Il mare risulta sempre in armonia con i colori del cielo e rappresenta una sorta di invito al riposo, inoltre non porta, a differenza della terra, le tracce del lavoro umano. Per di più, ogni scia si perde e si cancella come avviene per le scie lasciate da navi e battelli. Il cuore umano che segue l’ondeggiare continuo e costante del mare dimentica ogni propria debolezza e trova in esso un’eterna consolazione.
A dispetto delle ore, degli anni e dei secoli che trascorrono, ignaro alle vicende umane e della grande storia, il mare ripete il suo sereno rito con le onde che arrivano e s’infrangono, arrivano e s’infrangono, una dopo l’altra, senza fine, senza scopo, solitarie e vagabonde. Eppure danno un tal senso di quiete e di conforto, come le cose semplici e necessarie (T. Mann, I Buddenbrook, Newton e Compton 1994, p. 411). Particolare è aver trovato una citazione sul mare in Thomas Mann, l’autore della famosa Montagna incantata (opera ambientata a Davos, in Svizzera), ma ciò potrebbe non stupire se ci si ricorda della sua provenienza, egli infatti era nato a Lubecca, una città tedesca marittima e portuale affacciata sul Mar Baltico. Dal momento che siamo passati a delineare la figura imponente e maestosa della montagna, lasciamoci suggestionare dalle parole del raffinato esteta John Ruskin, il quale afferma che le montagne sono le cattedrali della terra vale a dire che sono più belle di ogni opera architettonica creata dall’uomo. Le montagne sono luoghi ascensionali in cui ci si eleva e si è più prossimi al divino, la loro esistenza millenaria sfida il precario tempo e le imperfezioni proprie delle edificazioni umane. Sono in grado di affascinare l’uomo con i loro portali di roccia, i mosaici di nubi, i cori dei torrenti, gli altari di neve, le volte di porpora scintillanti di stelle…
La montagna è il bello che spaventa, la cosiddetta idea kantiana del sublime ed è anche qualcosa di vissuto (pensiamo alle camminate), oltre a dimostrarsi anche terapeutica come riscontra Franco Brevini, docente di letteratura all’Università di Bergamo, prendendo in esame la dicotomia montagna – città nel classico della letteratura per l’infanzia Heidi scritto da Johanna Spyri: Heidi soffre e si ammala di nostalgia nella città di Francoforte, rinasce invece quando torna ai suoi monti, dove avviene anche il “miracolo” di Clara che riesce a camminare senza sedia a rotelle. L’alfabeto verticale della montagna, è agli occhi di Brevini, un vero e proprio testo che abbiamo imparato a leggere mediante lo sguardo di poeti e pensatori che hanno saputo apprezzarlo.
Il lago possiede un fascino che difficilmente può lasciarci indifferenti. Più rassicurante della dinamicità e dello scorrere incessante del fiume, nonché della vastità del mare, il lago con le sue acque dolci e romantiche ha ispirato numerosi scrittori (Manzoni e Fogazzaro tra questi) e poeti (Lamartine). Il lago è come un grande occhio sereno in grado di assorbire la luce e facendone, di rimando, un mondo. Attraverso il lago, il mondo è già contemplato e rappresentato (G. Bachelard, Psicanalisi delle acque, Red 1992). Il lago viene considerato da Thoreau, come il tratto più bello ed espressivo del paesaggio.
Non lasciamo però orfana la pianura, capace di creare attorno a sé un’atmosfera di calma, sicurezza e razionalità, siccome ci affidiamo alle riflessioni di Marco Belpoliti (nato a Reggio Emilia) che la reputa suo luogo dell’anima. Ne racconta aneddoti, abitanti e paesi, lungo il filo conduttore della Pianura padana che nelle sue vaste distese a perdita d’occhio stende e dipana storie tra nebbie e malinconia (il proverbiale “magone”, una sorta di emotivo Saudade in salsa pianeggiante). Belpoliti inizia la sua disamina con la constatazione che la pianura Piatta è piatta. Su questo non c’è alcun dubbio. Si stende a perdita d’occhio interrotta solo da filari di pioppi e piccoli boschetti sopravvissuti alle trasformazioni agricole dell’ultimo secolo e mezzo. Se provi a camminare, la cosa migliore è seguire uno dei tanti canali che tracciano direttrici dentro il piatto senza fine (M. Belpoliti, Pianura, Einaudi 2021, p. 5).
Insomma la natura si veste di emozioni e di atmosfere, e si fa bella agli occhi degli esseri umani e questi ultimi devono saper contemplarla per emozionarsi sempre ed ancora. Se il filtro delle nostre preoccupazioni prende il sopravvento non sapremo mai goderne appieno, è infatti la nostra anima che dà senso al paesaggio che percepisce.