L’attesa della redenzione nel sacro binomio madre-figlio

Per Dante l’uomo ha ritrovato il suo stato di grazia e di integralità con il sacrificio di Cristo; nel canto settimo del Paradiso egli argomenta su questo problema e riporta le varie fasi della vita dell’uomo: la sua felicità all’inizio, quando, uscito direttamente dalle mani di Dio, era una creatura perfetta alla pari degli angeli, la caduta a causa del peccato e la perdita dei privilegi di cui Dio lo aveva dotato, e poi il recupero dei doni non per merito suo, ma di Colui che ha voluto risollevarlo con la sua Passione. Quindi l’uomo riacquista la sua perfezione ed ottiene direttamente da Dio un’anima immortale, che potrà assicurargli grazia e salvezza.

Gli eventi traumatici della storia e l’infelice condizione esistenziale dell’età contemporanea hanno ispirato filosofie negative e hanno messo in crisi i concetti di grazia e salvezza a cui l’uomo sembrava predestinato. Già Manzoni si interroga a lungo sulle possibilità dell’uomo e sembra affermare che l’uomo non ha ritrovato la sua perfezione   e l’antico peccato lo rende ancora vulnerabile ed insicuro. Il Novecento, con i suoi eventi traumatici, inserisce l’uomo in una condizione di miseria e perdizione, come se quell’evento teologico salvifico di oblazione del Cristo, posto da Dante al centro della storia dell’umanità, non ci fosse stato e con esso nessun riscatto. Ungaretti, in mezzo alle rovine della guerra e all’odio fratricida, anela verso una terra promessa di felicità ed innocenza, ma sa quanto lontana ed arcana essa sia; raggiungerla significa varcare i confini del mondo, annullare perfino i ricordi e le memorie terrene, attraversare una specie di Lete per ritrovarsi nella dimensione dell’innocenza. (La terra promessa: Canzone).

L’uomo di Caproni non conosce grazia e redenzione, non sa nulla delle doti e dei privilegi a lui riservati dalla teologia e dagli umanesimi.   Tutta la storia dell’uomo redenta da un Dio buono, che mette in atto i suoi strumenti per beneficare la sua creazione, scompare nella poesia di Caproni, diventa “res amissa”, una perdita irrecuperabile, perché ciò che si perde non può essere recuperato, anzi di esso viene meno anche il ricordo (Res amissa). L’uomo di Caproni non conosce il suo retroscena nobile a cui poter attingere per superare le brutture della storia, non sa di avere delle potenzialità umane e divine da riconquistare. In una terra desolata egli sente il vuoto e la miseria della sua condizione, si pone in ascolto come di Qualcosa o di Qualcuno che col suo arrivo possa portare luce in quella nebbia di sempre, ma   il personaggio atteso non arriva e, anche se arrivasse, rimarrebbe ignoto e quindi incapace di mutare le sue sorti. (Il franco cacciatore: Lui).

Questa situazione depressa e irredenta è quella dell’uomo del Novecento, epoca in cui tutte le fedi, che hanno illuminato il destino della storia, sono scomparse, lasciando dietro di sé un grande deserto. Perfino le fedi politiche e laiche, che si sono ammantate di simboli ed apparati mistici, promet-tendo il riscatto e la salvezza in questo stesso nostro mondo trasformato in un paradiso terrestre, sono crollate. La poesia sembra opporre resistenza agli apparati tecnologici e consumistici, come fede dotata di una sua potenzialità salvifica, ma anch’essa evi-denzia la sua fragilità ed inattualità, abbassandosi al livello di hobby personale. Scomparendo Dio, annullato dai proclami della modernità, l’uomo non se la passa bene, e, allo stesso tempo, i valori, le idee, la parola, perdono senso in un mondo senza redenzione (Vattimo: La fine della modernità.)
Nella poesia di Giovani Giudici si fa strada l’idea di una possibile redenzione affidata ancora una volta ad una donna capace di salvare il mondo proprio per i suoi attributi di femminilità, per i suoi tratti fisici e corporei, che la rendono sacra come una divinità ancestrale. Con Giudici il corpo riemerge senza i veli del pudore civile e morale, nel suo legame con la terra e la vita universale. Vengono meno tutti gli attributi astratti e scorporanti di tanta letteratura, che facevano rimpiangere al poeta Saba i due amanti lussuriosi, Paolo e Francesca, nel loro naturale inna-moramento, di fronte agli esangui esemplari petrar-cheschi.

Corpo e sensi riacquistano il loro interesse, liberandosi dall’illecito e peccaminoso che gravava su di loro, in nome della liceità degli elementi naturali, che si impongono di per sé ed hanno una loro funzione e bellezza. Ma soprattutto è Dante a suggerire al Nostro la sacralità della figura della donna inserita in un ambito realistico e domestico, il Dante del Paradiso che Giudici conosceva bene e di cui aveva curato la trasposizione drammatica per commissione del regista Federico Tiezzi. Il sorriso, della donna come linguaggio dell’anima, il nutrimento offerto dalla donna- madre, un calore che avvicina ed allieta i sensi, dei legami di natura che uniscano teneramente nel mistero della creazione, provengono dalle atmosfere domestiche del Paradiso.

La letteratura religiosa diventa per Giudici una sorgente di pensiero che dà appoggio ai suoi interrogativi. L’approccio al Paradiso dantesco è stata lettura folgorante, una chiave di accesso ai misteri della narrativa evangelica. Nel Paradiso ha potuto apprendere le verità della fede trasposte in una cornice umile ed umana, dove il corporeo e creaturale vengono riabilitati alla luce divina e il divino si umanizza incarnandosi. Nel Paradiso ha visto celebrati gli avvenimenti della storia religiosa dell’umanità, come l’Annunciazione alla donna Redentrice, e li ha trasposti in poesia. La rivalutazione del corpo, come dimensione sacra ed integrale, non serve solo come segnacolo di affetti, ma come sublimazione di quegli elementi femminili che Dio ha reso funzionali al riscatto dell’umanità.
La parola “pancia o ventre” entrano nella poesia di Giudici con tanta naturalezza e senza intenzione di abbassamento in ogni riferimento alla donna, dalla madre alla moglie al livello più elevato della Vergine Maria. Nell’inquadrare il corpo femminile, come centro del mistero salvifico e del riscatto della vita, testi di Giudici e di Dante si rispondono in modo speculare:

Come l’augello, intra l’amate fronde,/ posato al nido de’ suoi dolci nati/ la notte che le cose ci nasconde,/ che, per veder li aspetti disiati/ e per trovar lo cibo onde li pasca, / in che gravi labor li sono aggrati,/... (Paradiso, XXIII, vv.1-6).
però non ebber li occhi miei potenza/ di seguitar la coronata fiamma/ che si levò appresso sua semenza. (Paradiso cit. vv.118-120).
Io sono amore angelico, che giro/ l’alta letizia che spira del ventre/ (Paradiso,XXIII; 103-1049).
Vergine Madre, figlia del tuo figlio,/ umile e alta più che creatura,/… tu sè colei che l’umana natura/ nobilitasti.../ Nel ventre tuo si raccese l’amore. (Paradiso, XXXIII).
Maria-più bella del mondo ./Maria, madre e mare./Maria -girotondo/eterna più del durare./ (Ode a una misteriosa dama di nome Maia in O Beatrice ).
...Pancia – nella quale/ penetra la lancia/ Tua ferita/ della mia vita/... Pancia piena di dolore/ Pancia dalla lunga cicatrice/ Pancia della mia madre /E della beatrice. (Pancia I in O Beatrice).
Beatrice sui tuoi seni io ci sto alla finestra/...Beatrice sui tuoi seni io ci sto a spiare/...Beatrice sui tuoi seni io vengo a esplorare... (Alla beatrice, in O Beatrice)
… Beatrice pietosa/ filia et mater mea gloriosa. (O beatrice in O Beatrice).
… là mi contemplo contemplando/ Emma mia sola madrefiglia/... (Savana in Lume dei tuoi misteri)


Anche nel nido di una famiglia di uccelli la figura femminile è l’immagine madre-figlio, colei che si bea di contemplare le fattezze dei suoi nati e che è tutta presa dal suo compito materno di offrire il nutrimento per la vita. Il corpo con le sue fattezze e i suoi bisogni viene posto al centro e celebrato proprio nel regno celeste dello spirito, in una ricomposizione integrale che è riscatto della dignità umana. La catena degli affetti di sangue diventa occasione per l’offerta prodigiosa di una donna, la creatura misticamente destinata ad incarnare non solo la figura della Madre dell’umanità, ma anche Colei che la riscatta nelle fasi di smarrimento. Giudici, quindi, se già immergeva la femminilità nel mistero primordiale della vita, ha potuto, alla luce della narrazione dantesca, consolidare questo mistero, motivandolo con le figure divine di Maria e Cristo, implicate nella storia dell’umanità. Per questo l’eros diffuso nell’opera poetica di Giudici non è convenzionale celebrazione della bellezza femminile scorporata e smaterializzata, ma trionfo della vita e iniziazione al suo mistero.

Anche nel testo Savana da Luce dei tuoi misteri l’immagine corporea risalta nelle sue peculiari fattezze femminili, con un lessico realistico anche a doppio senso: biforcazione, bel tondo, orbite, sopracciglia, orto del santuario, fenditura, savana, radura. Anche qui la contemplazione dell’immagine femminile diventa esplorazione e percorso conoscitivo verso l’origine della vita e ritorna il nome composto madrefiglia, ad indicare la catena della vita universale declinata al femminile.
In questa esaltazione della dimensione corporea si riassume l’amore per la vita nel suo duplice fondamento di materialità e spiritualità, in contrapposizione alla tendenza scorporante della moderna intellettualità scientifica. Il corpo è il microcosmo della creazione, e quindi della vita sulla terra, perché così Dio-Natura ha voluto. Il corpo femminile soprattutto racchiude il mistero della vita, evidenziando un tale privilegio da sfumare nella dimensione religiosa. Questo mistero affonda nella notte originaria in cui la Natura appare come la Magna Mater sacra e divina, venerata nei riti di tutti i popoli mediterranei, e raggiunge il suo sublime livello con Maria, la Madre che ricrea l’umanità offrendo il Suo ventre per il Redentore. Da questo seno proviene la corona dei beati del Paradiso, contemplata da Dante come credente; Maria fa da intermediaria anche per Dante e per questo ruolo salvifico Essa attraversa tutta l’opera dantesca, dal momento in cui si interessa del pellegrino perso nella selva al momento cruciale dell’ultima visione.
Giudici, sulla scia dell’amato Poeta, pone al centro della sua poesia matura, nella sezione O Beatrice, una figura femminile, denominandola modestamente beatrice con lettera minuscola, attendendo dal suo amore la salvezza del mondo. Disseminando varie figure femminili nella sua poesia e legandole al binomio di matrice dantesca Madre-Figlio, non si rifugia in un lessico metaforico, ma indica l’attesa di una nuova incarnazione per un nuovo riscatto dell’umanità. Anche il filosofo Heidegger asserisce che solo un Dio può salvarci e si rivolge ai poeti, definendoli Venturi, perché ipotizzino l’arrivo del nuovo Dio.
Le attese, nel corso del Novecento, o sono cadute nell’oscurità nichilista, oppure hanno avuto vaghe quanto sofferte configurazioni: Anna Maria Ortese nel Porto di Toledo lamenta la lunga quaresima, che sommerge la terra con i suoi colori violacei, nell’attesa nostalgica di un ritorno dei saggi Patriarchi; Musil dissemina in tutta l’opera (L’uomo senza qualità) l’anelito verso un Regno altro, definito millenario, sfuggente ed indescrivibile. Giudici si lascia ispirare dalle sue conoscenze teologiche per incanalare la salvezza del mondo in un nuovo intervento divino nelle stesse modalità del binomio Madre - Figlio sperimentato dal Dio Buono delle Scritture.

Posted

23 Dec 2024

Pensieri e riflessioni


Elisa Lizzi



Foto dal web





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