riesce a conseguire la serenità in armonia con la natura e lontano dalle passioni. Virgilio nelle Geor-giche sostituisce al sapiente l’agricoltore, dotandolo, a sua volta, di una grande sapienza di vita e con-trapponendolo al cittadino. L’agricoltura, per lui, non è solo lavoro e funzione, ma una filosofia e una civiltà. Nella vita dei campi è possibile acquisire una saggezza che non proviene dal silenzio e dalla speculazione, ma dall’equilibrio di tutte le componenti della vita.
Una delle caratteristiche di questa beatitudo è il felice connubio tra otium e negotium, lavoro e tempo libero. La distinzione, tipica del civis, tra vita politica e attività del pensiero, non esiste nella vita del contadino, che non è mai libera da occupazioni e trova anche nella festa uno stretto legame con il vissuto stagionale e le varie fasi lavorative. Ma il lavoro del contadino è piacevole ed appagante, tocca tutte le fibre del suo essere, da quella fisica a quella religiosa emotiva. Egli segue direttamente tutte le fasi del suo lavoro, dalla caduta del seme alla nascita del primo virgulto all’esplosione del frutto, e di questo percorso è lui stesso l’artefice in collaborazione con la natura. In questo accordo con il ritmo naturale sta la serenità dell’agricoltore, che non conosce frustrazione, o asservimento, e non ha motivo di ribellione contro forze esterne di potere.
Su questo modello poggia lo studio di sociologi e psicologi attuali nella lotta contro il lavoro che sa di oppressione e maledizione. Si tratta della ricerca di un lavoro appagante quanto l’ozio, così da cancellare la scissione traumatica tra i due momenti.
La discussione su occupazione e libertà risale al tempo antico e sempre è legata alle condizioni sociali e culturali; uno studio dedicato alla dialettica tempo occupato-liberato con le sue declinazioni socio- culturali è quello condotto da Hannah Arendt in Vita activa. Nel mondo greco della polis la sfera laborans, la più ingrata ed oppressiva, che non conosceva pause ed esenzioni, perché legata ai bisogni primari della sopravvivenza, era appannaggio degli schiavi; l’uomo libero, affrancato da questi doveri, costituiva l’élite dedita alla parola e all’azione, cioè al dibattito politico da cui poteva sprigionare l’azione eroica e meritoria. Più tardi, quando la vita politica comincia ad essere avvelenata da invidia e violenza, il bios theoretikòs, la vita contemplativa, così definita da Aristotele, diventa la sfera dell’uomo libero e virtuoso. La morte di Socrate ad opera della polis, che non comprende l’importanza dell’unico uomo virtuoso, fa preferire ai discepoli, soprattutto Platone, il ritiro contemplativo ai fini della ricerca della verità.
Nel mondo romano persiste questa distinzione tra negotium ed otium, ma l’otium guadagnerà sempre più spazio; se dapprima esso si configura come il tempo utile a riequilibrare il pensiero, scosso dagli eventi sociali, in vista di un ritorno all’attività politica, sempre più la delusione delle guerre civili orienta il cittadino verso l’attività del pensiero. È il caso di Cicerone e Sallustio nella conversione dell’uno alla filosofia, che grazie a lui trova una piena cittadinanza a Roma, dell’altro alla storiografia, nell’intento etico di decifrare le cause della decadenza della Res Publica.
Una rivalutazione del lavoro manuale avviene nel Medio Evo ad opera della Chiesa e del Monachesimo che affiancò il lavoro alla preghiera e allo studio, nella finalità unanime di promuovere il bene e la lode di Dio. Nell’età rinascimentale e moderna l’homo faber, dedito alla praxis, acquista sempre più prestigio in un’accezione intellettualistica e platonica: egli, come artefice del mondo storico, crea contemplando dei modelli ideali a cui si appassiona come un filosofo, cercando di portare nella creazione la bellezza perfetta prima contemplata.
Sono le Rivoluzioni Industriali, a cominciare dai secoli XVIII, XIX, a sovvertire del tutto le tradizioni che ancora animavano il dibattito etico-culturale. I mutamenti interessano tutto l’habitat umano, il paesaggio, la distribuzione del tempo e perfino il comportamento e le opinioni di vita. La rovina del paesaggio, sia campestre sia cittadino con l’espansione di malsane periferie, l’abbrutimento dell’operaio in preda all’alcolismo e alle malattie, sono ben descritti da Zola: nei romanzi Il ventre di Parigi, La bestia umana, Germinal, la produzione con le sue finalità di selvaggio utilitarismo riporta il lavoro ad un livello istintuale e primario, simile ad una fatale maledizione inscritta nella legge stessa della sopravvivenza. La biologia pone in primo piano il ventre a cui l’uomo è destinato a servire come una bestia in un ciclo di produzione, consumo, deterioramento. Tra le avanguardie il Futurismo, postosi sull’onda dell’avanzamento industriale e dell’ammodernamento, con la pretesa di matrice nicciana di promuovere un uomo superiore, non fa che scardinare tradizioni e valori; l’uomo educato dal progresso tecnologico non è l’uomo libero e liberato, ma l’uomo massa asservito ai miti del potere, incapace di una dimensione autonoma ed autenticamente umana. L’uomo metallico, prodotto dall’uso della macchina, è quello predicato dai futuristi, freddo, crudele, svuotato delle doti umane degli affetti e dei sentimenti.
Anche quando le lotte sindacali portano dei vantaggi alla vita operaia, come la settimana corta e l’espansione del tempo libero, il miglioramento dello stile di vita risulta apparente e non esente da problemi. Il tempo libero , che esige una formazione umana e una capacità soggettiva di scelta, si svuota dei suoi obiettivi di soddisfacimento ed arricchimento, costretto entro una confusa selva di opportunità non liberatorie, ma liberticide (Fabio Nassimo Lo Verde: Libero, liberato, liberatorio, liberticida. I mutamenti del leisure time tra modernità e postmodernità). L’uomo della società postmoderna, quindi, è sempre e troppo occupato, rispecchiando quello che già il filosofo Seneca osservava per l’uomo dell’opulenta società romana, incapace di coltivare la sua interiorità e tutto proiettato nel consumo di novità e divertimenti (De brevitate vitae). Alienato nella sfera del consumo e catturato dalla pubblicità, finisce per annegare in una poltiglia antropotecnica, cioè nella sfera del lavoro- produzione da cui non riesce a liberarsi.
Illuminanti sono le opere di Calvino nella descrizione dei rituali dell’odierna società; nelle Città invisibili (Leonia, Pentesilea) egli ci fa respirare l’inferno delle città, ridotte a ventri che consumano e si coprono dei rifiuti che continuamente espellono; nella scena di Marcovaldo al supermercato il luogo di vendita-acquisto diventa il moderno tempio in cui si svolge un rituale folle e sconvolgente per ogni mente umana.
I sociologi, che studiano l’attuale fenomeno lavorativo, auspicano un riequilibrio tra tempo occupato e liberato, tra loro non in opposizione ma in continuità (Domenico De Masi: Il lavoro nel XXI secolo; Lavoro 2025 Il futuro dell’occupazione e della disoccupazione). Per evitare l’alienazione, essi pensano ad una trasformazione del lavoro che permetta una sintesi tra homo laborans, agens e contemplativo (Remo Bodei: La libertà nel lavoro; Ricongiungiamo il lavoro alla conoscenza). Il lavoro deve conformarsi alla dimensione dell’esistere, accogliendo lo spirito di contemplazione, meraviglia, solidarietà, ripiegamento conservativo, teso a moderare la folle tensione in divenire non conforme alla dimensione umana (Francesco Totaro: L’etica del lavoro; La persona e il lavoro oggi. La dimensione biologica cui tende la vita attuale, tra consumismo ed attivismo, si tinge dei colori tenebrosi e putridi della morte nelle pagine degli intellettuali: possiamo evocare il tema gastronomico montaliano, che riduce la condizione umana a quella di ventre votato solo a bisogni bassi ed effimeri (Satura), la palude putrida dell’habitat umano di Sanguineti (Palus putredinis), il nero che avvolge i rituali dell’istituzione economica nei romanzi di Volponi (Le mosche del capitale).