Osservando la vita politica, come si svolge attual-mente e come si è svolta nel corso della storia a noi nota, sorge ovvia la domanda del titolo, che im-pronta, poi, l’articolo. Le voci che porgono annunci e testimoniano riforme migliorative ma sempre parziali e mai conclusive, i personaggi che si alternano a proferire Le loro opinioni, come verità sicure e decisive, ma sempre antitetiche di parte, fanno della politica un teatro dell’oscillante divenire del mondo. Il discorso animato, che corre tra le parti, indica una conflittualità permanente, anche quando è dissimulata.
Il discorso all’interno della polis, richiamato spesso in chiave positiva dalla Arendt (Vita activa), elevava il popolo dei liberi oltre i condizionamenti naturali della vita, ma non si acquietava mai, sempre insoddisfatto dell’operato dei governanti del momento, perfino del migliore come Pericle, accusato ed osannato, allontanato e richiamato. Nella conflittualità si svolgeva la vita politica della Res Publica romana, in campagne elettorali così accese da degenerare in lotte per il potere tra candidati delle famiglie più in vista.
La vita politica, cioè interna alla polis, nasceva da un desiderio di felicità, destinato, quindi, a non avverarsi; tale desiderio di felicità, connaturato all’animo umano, spingeva a ricercare le modalità con cui poterla conseguire nella creazione di comunità, che potessero dare maggiore garanzia contro i pericoli della natura e dell’ambiente, e quindi essere un viatico per il benessere dell’uomo e del mondo. La struttura sociale, a sua volta, richiedeva la presenza di guide preposte al suo funzionamento, in nome dell’equilibrio e dell’equità. Si crea così, fin dall’inizio, un piano di governanti e di governati che si affidano alle loro guide supreme.
Da questo accordo avrebbero dovuto derivare la felicità degli uomini e la salvezza del mondo. Salvezza del mondo è, appunto, il tema della raccolta poetica di Elsa Morante, dal titolo Il mondo salvato dai ragazzini; il titolo suona come la risposta che la scrittrice appone al suo interrogativo, quanto mai urgente dopo le esperienze tragiche del Novecento. Di fronte al magma storico, che non conosce progresso e scorre sempre uguale, non diversificando l’uomo della caverna da quello della modernità, l’opinione della Morante sembra dire che solo un animo candido e disinteressato può arginare il male e offrire la salvezza. Questo candore benefico si ritrova nella figura del Cristo attorniato dai bambini che sono i suoi eletti. La felicità, quindi, può essere assicurata solo da Dio nel suo amore verso il mondo, suo giardino. Nel passaggio da Dio all’uomo la cura del mondo viene meno e inutilmente se ne chiede ragione ai governanti.
Il mito, come prima storia del genere umano, indugia sul passaggio dal potere divino al momento in cui subentra l’uomo, incapace di seguire il modello. Platone in numerose opere ricorre al mito per chiarire i passaggi della storia terrena: l’amministrazione originaria nelle mani del Dio rende la terra un giardino prospero e pacifico, ma poi le generazioni, distanziandosi dall’origine, acquistando sempre più connotati umani e perdendo quelli divini, si rivelano incapaci di curare il mondo, abbandonandolo al male e alla conflittualità. Così ripetutamente narrano i miti nei dialoghi Crizia e Politico. Platone conosce bene il malessere della polis nella sua secolarizzazione tecnica, di cui è stata vittima il più innocente e giusto cittadino, il maestro Socrate, e nell’opera della sua maturità filosofica, studia in profondo il problema politico, interrogandosi sulla migliore forma di governo ai fini del raggiungimento dei valori che danno la felicità. Traccia una storia ciclica delle forme di governo, che si succedono e si ripetono come per una rotazione naturale. La risposta all’interrogativo sommo risulta utopica ed ideale, ponendo a modello lo stato gestito da filosofi, i soli conoscitori del bene, o si cala nella relatività della storia selezionando, di volta in volta, il male minore.
La felicità riposa solo nel timone divino e non nelle mani dell’uomo che, chiamato a seguire il modello originario, si rivela incapace. Nonostante gli statuti esprimano i migliori propositi per il bene della comunità, trovano impedimenti ad attuarli; la Costituzione americana pone al centro dei suoi proclami proprio la felicità dei cittadini, e le altre Costituzioni, che ad essa si richiamano, non usano quel termine precipuo, ma lo presuppongono con sinonimi equivalenti. Eppure il mondo non ha più ritrovato la serenità originaria quando, sempre secondo Platone, erano gli dei stessi a governare o a correggere le distorsioni che nel frattempo si erano verificate.
“Questo nostro universo talora è il dio stesso che lo guida… talora, invece, lo lascia libero...esso allora, muovendosi da sé, gira intorno all’incontrario… nel tempo che è più vicino alla separazione, riesce a compiere sempre tutte le cose molto bene, ma, man mano che il tempo procede..ad un certo momento degenera..” (Platone: Politico)
“Come la parte che era in loro divina andò scemando e ciò era dovuto alla continua mistione con la prevalente componente umana… persero la capacità di dominare la ricchezza. In una parola degenerarono…” (Platone: Crizia). Qui si tratta dell’Atlantide, governata dapprima da Poseidone e dai suoi diretti discendenti, man mano degenerati umanizzandosi.
Anche Aristofane pone il regno della felicità in un mondo superiore, tra terra e cielo, una Nubicuculia tra le nubi, abitata da uccelli e gestita da statuti alati corrispondenti ai suoi abitatori; dal testo comico aristofanesco degli Uccelli il cittadino della polis comprendeva che poteva alleggerire la vita terrena con il sogno poetico, ma doveva accettare il bene possibile e relativo concesso dai suoi governanti.
Anche Dante, sia nella Commedia che nell’opera politica specifica, De Monarchia, lega la storia umana a quella divina. Sempre Dio è il motore della storia; egli formula il suo piano assoluto ed elegge due guide, come ministri preposti a guidare le sorti umane nei due livelli della vita. Le due guide, abbandonando la concordia, profanano e modificano il piano divino per motivi di potere e di supremazia, e per questo sono soggetti alla condanna. La voce di riprovazione del poeta non proviene dalla sua soggettività, ma tuona ex parte Dei.
Machiavelli, superando il pensiero medievale ed inaugurando la scienza moderna, separa la sfera politica da quella religiosa, calandola nella realtà dei fatti e nella loro logica casistica; eppure, per vedere realizzato il suo progetto di unione italica e di libertà dallo straniero, rivolge alla fine del Principe una preghiera a Dio perché invii un principe Redentore.
Anche la Ragione, che la modernità sostituisce all’Essere divino come lume del mondo, conserva i tratti supremi e metafisici e, quando si cala nella complessità del reale, degenera nel Terrore.
Camus (L’uomo in rivolta) ette in chiara evidenza la rivolta metafisica dell’uomo moderno che da solo intende assicurare la felicità del genere umano, senza la tirannia del divino; nelle varie tappe della rivolta, che risulta come un processo al Sovrano Assoluto, la meta viene continuamente rinviata ad un futuro imprecisato in nome del quale vengono giustificati tutti gli orrori della storia.
Il potere politico, a cui il popolo si affida per il suo benessere sulla terra, non ha, dunque, capacità salvifica. A comprendere l’intero messaggio illusorio e delusorio sono gli intellettuali. Il popolo non giunge a tale comprensione, si agita scompostamente, subisce, pronto a compiacersi delle minime offerte edonistiche del potere.
L’intellettuale, che riassume la storia del genere umano, tra passato e futuro, prospettando quelle evoluzioni che l’attualità si trova a verificare, è Leopardi. Se nei Paralipomeni e nella Palinodia sembra riconoscere l’impegno dei politici liberali del suo tempo, tesi a promuovere riforme per il benessere della comunità, nella Ginestra, preceduta dal Dialogo di Timandro ed Eleandro, fornisce un quadro freddo e veritiero della società moderna nel suo razionale sviluppo: il potere perde ogni obiettivo umanitario, si ammanta delle armi della menzogna e della pubblicità, per adescare il popolo a proprio vantaggio. Il Potere conduce una rivoluzione che identifica con il progresso, mentre crea un apparato industriale e tecnologico di dominio planetario. L’intellettuale è il solo portatore di verità e consegna al popolo il suo testamento; egli ha il coraggio del distacco e della non integrazione, e da questa posizione straniata osserva i mali sociali con spirito di protesta. Leopardi sa che non solo la natura tornerà a eruttare il suo magna, ma che la tecnologia, con le sue false prospettive di benessere oscurerà la terra, facendo tacere anche la voce poetica.
Il poeta, finché ha voce, fa sentire la sua protesta e soffre per il genere umano offeso dal potere che, con i suoi mutevoli e variegati vessilli, diffonde il suo discorso retorico tra le masse desiderose di piacere e felicità. La solitudine del poeta di fronte alla violenza del potere e all’ignavia delle masse è quella di Vittorini per la sua Sicilia offesa (La conversazione in Sicilia), quella di Ungaretti, simile al Cristo abbandonato da chi dovrebbe vegliare con lui (Allegria: Noia).
Potrebbe riassumere e concludere la digressione l’articolo di Umberto Curi (Le beatitudini in Parlare con Dio), in cui il pensiero di Platone finisce per combaciare con una delle Beatitudini del discorso di Cristo; la mitezza, praotes, una delle virtù proclamate dal divino Maestro, finisce per essere la più importante e la più lontana dal consesso comunitario. L’affermazione della beatitudine “I miti erediteranno la terra” indica che solo nel futuro regno, quando i padri scompariranno, i successori potranno ricevere la terra al di là della politica e al di là della guerra. La mitezza, interpretata con il sussidio di Platone, Aristotele, Bobbio, è virtù apolitica e non può essere realizzata nella vita reale; essa, quindi, rinvia al futuro regno del Dio cristiano, o ai passati regni del mito platonico. La politica, nelle sue varie forme, non può che essere il male minore, una techne che non può dare salvezza, ma un pharmakon che può solo “curare avvelenando.”
Nel testo di Curi si possono selezionare le seguenti espressioni, appropriate al discorso politico:
“Il mite non entra nel rapporto con gli altri con il proposito di sconfiggere, e alla fine di vincere...Il mite rifiuta la distruttiva gara della vita per un profondo distacco dai beni che accendono la cupidigia dei più...Identifico il mite con il non violento, la mitezza con il rifiuto di esercitare la violenza contro chicchessia. Da queste premesse scaturisce… la mitezza è virtù non politica… è l’antitesi della politica.” (Bobbio in Curi: Le beatitudini)
La politica, quindi, nell’interpretazione dei più, è uno strumento imperfetto che non può offrire la felicità terrena, nonostante ad essa ci si appelli per migliorare e rassicurare la vita; perciò sono felici quegli uomini miti ed illuminati che non si rivolgono ad essa , ma vivono con distacco poetico, religioso, critico.