La colombina di Rovasenda
La forma di un’elegante colombina in vetro della lunghezza di circa 20 centimetri contenente un liquido limpido con un deposito rosato: è lo straordinario reperto archeologico custodito nel Museo di Antichità di Torino, giunto intatto fino a noi e risalente alla seconda metà del I secolo dopo Cristo.
È la “colombina di Rovasenda”, un oggetto destinato alla conservazione di sostanze profumate e unguenti, che deve il suo nome al fatto di essere stato ritrovato integro all’interno di una sepoltura romana del I secolo d.C. nel Comune di Rovasenda (Vercelli).
Per estrarre il profumo dal suo contenitore era necessario spezzare la punta della coda o del becco dell’unguentario in quanto il vetro, dopo il riempimento, veniva scaldato e sigillato. La forma zoomorfa era frequente nelle necropoli piemontesi.
Origine del profumo
La “colombina di Rovasenda” è l’ocasione per curiosare nell’affascinante mondo della profumeria attraverso i secoli. Scopriremo una certificata antichità di questa pratica, ancora al di là delle civiltà più conosciute e studiate.
I più remoti recipienti per oli profumati sono stati ritrovati nello scavo archeologico di Bouqras, nell’attuale Siria, e si fanno risalire al 7000 a.C. Si pensa, infatti, che l’incenso o le resine, base della profumeria professionale, fossero usati già nel periodo pre-neolitico. La transizione al Neolitico, con la rivoluzione agricola, ha determinato un cambiamento significativo nell’uso dei profumi: è iniziata l’estrazione e l’uso in modo più consapevole allorquando le persone si sono stabilite e hanno iniziato a coltivare piante.
Il Kyphi dell’antico Egitto
In Egitto, i profumi costituivano un elemento di congiunzione tra il mondo umano e quello divino. Influenzavano profondamente ogni aspetto della vita, dalla quotidianità alla sfera religiosa, ed erano fondamentali soprattutto nelle cerimonie funerarie. Li troviamo impiegati nel processo di mummificazione, allo scopo di preservare il corpo e prepararlo al viaggio nell’aldilà.
Una delle fragranze cui si ricorreva più spesso era il Kyphi, o Kapet, utilizzata nelle funzioni religiose e come rimedio medicinale. Plutarco (40 - 125 ca.) in Vite parallele, Vita di Antonio, sostiene che questa miscela era composta da sedici ingredienti e tra le sue proprietà terapeutiche vi erano quelle di favorire il sonno e alleviare sofferenze respiratorie. Con i suoi vapori si onoravano gli dei nei templi e si rigenerava l’aria.
Nei rituali religiosi si ricorreva spesso al fiore di loto il cui profumo era associato al dio del sole, Ra.
Nell’antica Grecia
Vita terrena e divinità erano entità strettamente collegate tra di loro anche in Grecia ed era molto comune il ricorso ai profumi, all’incenso e alle essenze aromatiche per venerare gli dei e purificare l’ambiente; si ungevano le statue praticando un cerimoniale chiamato kosmesis (kόσμησις) per proteggerle dagli agenti atmosferici. Oli e profumi, naturalmente, servivano alla cura del corpo e avevano un ruolo rilevante nella medicina.
Le terme nel mondo romano
Nel mondo romano, come nelle civiltà che l’hanno preceduto, il profumo non costituiva soltanto il vezzo di una società attenta all’estetica, alla spiritualità e al benessere personale, ma accompagnava i rituali religiosi, fino a coinvolgere la sfera funeraria. Indicava un segno d’identità e distinzione sociale. Il luogo privilegiato in cui si faceva uso dei profumi erano le terme nelle cui piscine i romani si immergevano per essere avvolti dai vapori delle acque aromatiche. Molto diffuse erano le fragranze del mirto, del sandalo e del cedro, in aggiunta a quelle prima segnalate, benché l’indiscusso favore fosse per l’olio di rosa.
La loro produzione avveniva prevalentemente macerando e spremendo essenze di fiori, spezie e resine in una base di olio d’oliva. Tecniche che si trovano raffigurate negli affreschi della casa dei Vettii a Pompei.
Il profumo come status
I profumi nelle civiltà antiche, come si è visto, hanno rappresentato un linguaggio culturale fatto di riti, simboli e condizione sociale, raccontando storie d’identità e d’appartenenza.
Profumi particolari erano spesso associati a regioni, divinità e classi sociali, esaltandone e connotandone la specificità. In Mesopotamia il cedro, che si credeva avesse proprietà protettive, simboleggiava la congiunzione tra il mondo terreno e quello divino e le classi elitarie gli affidavano il particolare ruolo di rimarcare il loro rango e la connessione con il soprannaturale.
Dal Medioevo alle corti rinascimentali...
Con la caduta dell’Impero Romano (476 d.C.) l’uso del profumo, in Europa, diventa sempre più marginale, confinato nelle corti più raffinate e realizzato esclusivamente nei monasteri.
Rimane in auge, invece, in Oriente dove fa registrare progressi e innovazioni decisivi per il suo successivo sviluppo. Gli arabi inventano l’alambicco che cambia radicalmente il modo di realizzare fragranze e, soprattutto, permette di creare i profumi su base alcolica, più leggeri e volatili rispetto agli oli e agli unguenti, accolti con successo in Europa.
Durante il Rinascimento, nelle corti italiane e in quelle francesi in particolare, i profumi danno giovamento al corpo, ai capelli e ai capi d’abbigliamento, ma se ne cospargono anche i pavimenti, al fine di ottenere ambienti in cui fosse piacevole sostare. Nascono le prime botteghe, si afferma la figura del profumiere di corte.
L’impiego dei profumi si intensifica ulteriormente nel Settecento. A Versailles, ogni giorno se ne utilizzano diversi, sia per le persone che per i vestiti, i guanti, le parrucche, i ventagli, i saloni, persino per i cavalli.
...fino ai giorni nostri
Il primo profumo moderno è stato Jicky di Guerlain, arrivato sul mercato nel 1889. Negli anni Venti del secolo scorso irrompe Chanel n. 5 (di cui ci siamo occupati in altra parte di questa pubblicazione) che determina una vera e propria rivoluzione nel settore. Nel giro di poco tempo le fragranze delle maison più famose diventano autentici oggetti del desiderio, inseriti in flaconi esteticamente attraenti.
Oggi, il profumo alimenta un’industria che interessa trasversalmente tutti i continenti del pianeta e il cui valore è calcolato in oltre 50 miliardi di dollari all’anno.